L’intricato scenario iracheno: non è (solo) una questione religiosa (Ita+eng versions)

published on Mediterranean Affairs (http://www.mediterraneanaffairs.com/en/about-us/the-intricate-scenario-in-iraq-not-only-a-religious-problem.html) and Termometro Politico (http://www.termometropolitico.it/124481_lintricato-scenario-iracheno-non-questione-religiosa.html), 18 June 2014

Si combatte a 50 chilometri da Baghdad. L’ISIS (ad-Dawlat al-Islāmiyya fī’l-‘Irāq wa’sh-Shām), un gruppo jihadista takfiri[1], ha guadagnato terreno in poco tempo palesando l’inefficienza dell’esercito iracheno oltre che l’inettitudine di vari governi, occidentali e non, che hanno sottovalutato questa grossa minaccia alla stabilità e alla sicurezza.

Questa lettura, diffusa sui media ma in realtà troppo semplicistica, non considera che la situazione è frutto di un effetto “domino” che ha coinvolto e coinvolge diversi attori regionali e internazionali. La guerra in Afghanistan e soprattutto le guerre civili scoppiate nel Vicino Oriente e sulla sponda sud del Mediterraneo hanno scoperchiato un vaso di Pandora che ha portato caos in una fascia geografica che parte da Urumqi e termina nella “inespugnabile” Timbuctu. Penultimo scenario di questo spettacolare effetto domino che ha fatto saltare la testa (talvolta letteralmente) a diversi capi di Stato, è quello siriano, dove l’ISIS ha cercato di accreditarsi tra le fila dei gruppi qaedisti ma con scarso successo, trovando fino allo scorso 4 maggio l’opposizione (anche armata) dell’unica sigla qaedista siriana, Al-Nusra, che in cambio del cessate il fuoco ha ottenuto la migrazione dell’esercito di Al-Baghdadi (il misterioso capo dell’ISIS) verso il nord dell’Iraq[2]. Usando una efficace strategia militare, l’ISIS è riuscita ad affermarsi militarmente in maniera rapida facendo affidamento su una variegata lista di alleati che comprende ex baathisti (i veterani dell’Esercito degli uomini dell’ordine di Naqshbandi) e gruppi jihadisti sunniti curdi (Ansar al-Islam)[3] e cavalcando il generale malcontento presente nella regione a nord del Paese verso la mala-gestione politica ed economica del governo filo-sciita di Al-Maliki, sostenuto dall’improbabile duo Washington-Teheran[4].

Inutili le lamentele del Presidente iracheno che ha puntato il dito verso Qatar e Arabia Saudita accusandoli di aver finanziato e armato i gruppi jihadisti attivi in Siria ed Iraq[5]: l’ISIS ha sicuramente cavalcato l’onda degli aiuti (neanche troppo segreti) degli americani e delle monarchie del golfo, ma sia gli Stati Uniti che i loro alleati mediorientali hanno da tempo “perso il boccino” del gioco. Non era la nascita di un califfato in Medio Oriente quello che gli americani volevano inizialmente[6] e l’Arabia Saudita (così come il Qatar) hanno dimostrato che potendo scegliere tra i cosiddetti fondamentalisti e più miti e obbedienti, seppur laicissimi, alleati, hanno scelto questi ultimi[7]. Infatti, già da tempo i gruppi jihadisti hanno imparato a procurarsi da soli le armi e il denaro razziando tutto ciò che potevano e l’ISIS in particolare occupando la parte nord dell’Iraq si è appropriata di enormi quantità di denaro e oro che, secondo alcuni calcoli, consentirebbe all’organizzazione terroristica non solo di pagare i propri guerriglieri per circa un anno senza far ricorso ad ulteriori riserve di denaro, ma anche di diventare la più ricca organizzazione terroristica al mondo[8], rappresentando, così, una minaccia alla sicurezza di tutte le “nazioni infedeli” (cioè, potenzialmente tutte)[9].

Questa enorme ricchezza ha attirato combattenti dalla maggior parte degli hot-spot mondiali[10], motivati anche da una possibile gestione del commercio petrolifero. È proprio su questa questione che probabilmente si giocherà la scelta di Washington di intervenire o meno nel conflitto. Per ora, 275 truppe americane sono dispiegate a Baghdad per la difesa del personale dell’Ambasciata USA[11]; il Segretario di Stato, Kerry, ha fatto sapere che tutte le opzioni sono sul tavolo, anche eventuali colloqui con l’Iran (già presente sul territorio) per il coordinamento delle operazioni militari[12]. Nonostante queste valutazioni, l’occupazione dell’ISIS non porta solo svantaggi alla Casa Bianca. Questa situazione, infatti, se si protrarrà più del dovuto potrebbe mettere in discussione non solo la presidenza di Al-Maliki[13] ma anche il giro di affari legato ai contratti petroliferi: ad oggi, la Cina compra la metà della produzione petrolifera irachena e investe moltissimo sull’industria estrattiva[14]; questo scenario di caos sta rappresentando un enorme danno economico per Pechino e un’opportunità per Washington.

Come si può osservare da questa sintesi, la situazione è parecchio complessa e ricca di attori e di possibili scenari; sicuramente non si presta alle letture semplicistiche che riducono il tutto alla contrapposizione “sunniti-sciiti”, “Riad-Teheran”. Anzi, la fortissima varietà etnico-religiosa e i numerosi interessi politici in gioco non hanno tardato a “liquefare” ancora di più due Stati fondamentali della regione, Iraq e Siria. L’ISIS ha un chiaro obiettivo, esplicitato nel loro motto “Baqiya wa tatamaddad”, “durare ed espandersi”, e in questo scenario in continua evoluzione non resta che attendere la decisione di Washington e sperare in una tenuta delle truppe iraniane e di quelle irachene per impedire che l’ISIS si “espanda e duri” e porti ancora più instabilità nella regione.

Marcello Ciola

[1] In linea generale, takfiri è un musulmano che accusa un altro musulmano di apostasia (la parola deriva da kafir, infedele). Nello specifico del “registro giornalistico”, un gruppo tafkiri è un gruppo, generalmente sunnita, che vede il mondo diviso in due tra credenti e non credenti, e contro questi ultimi è legittimo l’utilizzo della violenza al fine di costruire uno Sato islamico secondo le prescrizioni del Corano. Robert Baer, The Devil We Know, Crown, New York 2008.

[2] Anon., Syria: Al-Nusra Front agrees to end fighting with ISIS, Asharq Al-Awsat. http://www.aawsat.net/2014/05/article55331936 [sito consultato il 17 giugno 2014].

[3] Jacob Siegel, ISIS’s secret Allies, The Daily Beast. http://www.thedailybeast.com/articles/2014/06/13/isis-s-secret-allies.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[4] Al-Maliki ha optato per una gestione centralizzata delle risorse petrolifere che sono situate per la maggior parte sul territorio del kurdistan iracheno, con la promessa (non mantenuta) di reinvestire buona parte dei proventi derivanti dalla vendita dell’oro nero. Questo ha creato non pochi problemi tra il capo di Stato iracheno e Barzani, presidente della regione a maggioranza curda dell’Iraq. Anon., Lo scontro sul petrolio fra Baghdad e il Kurdistan minaccia l’unità dell’Iraq, Asianews http://www.asianews.it/notizie-it/Lo-scontro-sul-petrolio-fra-Baghdad-e-il-Kurdistan-minaccia-l’unit%C3%A0-dell’Iraq-30094.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[5] Anon., Baghdad mette l’Arabia Saudita sul banco degli imputati, Ansa.it http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/06/17/baghdad-mette-larabia-saudita-sul-banco-degli-imputati_4a793e56-cf3a-4f0a-b043-b1f0799c5408.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[6] Sergio Romano, La rinascita del califfato, Il Corriere della Sera. http://www.corriere.it/editoriali/14_giugno_12/rinascita-califfato-af770062-f1ef-11e3-9d0d-44dc1b5aab8c.shtml [sito consultato il 17 giugno 2014].

[7] Ci si riferisce al caso egiziano che ha visto l’Arabia Saudita strizzare l’occhio agli eredi di Mubarak piuttosto che ai Fratelli Musulmani.

[8] Jack Moore, Mosul Seized: Jihadis Loot $429m from City’s Central Bank to Make Isis World’s Richest Terror Force, International Business Times. http://www.ibtimes.co.uk/mosul-seized-jihadis-loot-429m-citys-central-bank-make-isis-worlds-richest-terror-force-1452190 [sito consultato il 17 giugno 2014].

[9] Persino la Giordania, intimorita da un’eventuale escalation sul proprio territorio, ha giocato la sua “carta” contro l’ISIS liberando il leader salafita anti ISIS Assem Barqawi, meglio conosciuto come Mohammad al-Maqdesi, in modo da evitare la penetrazione di frange ultra-estremiste sul proprio territorio. Areej Abuqudairi, Jordan releases anti-ISIL Salafi leader, AlJazeera. http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/06/jordan-releases-anti-isil-salafi-leader-2014617121457552506.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[10] Circa 30.000 secondo diverse fonti internazionali. Anon., Iraq: Isis contro esercito Baghdad, uomini e armi, Ansa.it. http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/06/17/iraq-isis-contro-esercito-baghdad-uomini-e-armi_29bc0725-1f0f-4a43-a72e-e460f2ec7587.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[11] Anon., US to deploy 275 troops to Iraq, AlJazeera America. http://america.aljazeera.com/articles/2014/6/16/iraq-tal-afar-isil.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[12] Giordano Stabile, Iraq, rallenta l’avanzata dell’Isis. Kerry: pronti a collaborare con l’Iran, La Stampa. http://www.lastampa.it/2014/06/16/esteri/iraq-rallenta-lavanzata-dellisis-kerry-pronti-a-collaborare-con-liran-mdfbHYw5ajl9yvbeJITHtO/pagina.html [sito consultato il 17 giugno 2014].

[13] E, quindi, la vicinanza politica dell’Iraq all’Iran, un’amicizia che ha sfidato l’embargo statunitense a Teheran con la firma di fruttuosi accordi commerciali.

[14] Teddy NG, China pledges to pump more funds into Iraq’s oil sector, infrastructure, South China Morning Post. http://www.scmp.com/news/china/article/1434025/china-pledges-pump-more-funds-iraqs-oil-sector-infrastructure [sito consultato il 17 giugno 2014].

THE INTRICATE SCENARIO IN IRAQ. NOT (ONLY) A RELIGIOUS PROBLEM

They are fighting just 50 kilometres from Baghdad. ISIS (ad-Dawlat al-Islāmiyya fī’l-‘Irāq wa’sh-Shām), a jihadist takfiri[1] group, has gained ground in a short time revealing the inefficiency of Iraqi army and the incompetence of the different governments, which have underrated this big threat to the stability and the safety.

This analysis, popular on media but too simplistic, does not consider that the situation is the result of a “domino” effect that has involved, and is still involving, different regional and international actors. The war in Afghanistan, and especially all the civil wars in the Near East and in the Southern Mediterranean, have opened up a Pandora’s box, causing chaos in a geographical area starting from Urumqi and ending in Timbuctoo, the “impregnable”. Syria is the penultimate scenario of this spectacular domino effect that has blown out the head of many political leaders (literally, sometimes).

In Syria, ISIS has tried to get consent through the ranks of Qaedist groups but it’s failed and had the opposition (armed opposition, too) of Al-Nusra, the only Qaedist signature in Syria, until May 4th; Al-Nusra got that Al-Baghdadi’s army (Al-Baghdadi is the mystery leader of ISIS) moved to Northern Iraq[2], by calling a ceasefire. By using an effective military strategy, ISIS quickly succeeded to impose itself militarily by relying on many different allies, including ex-Baathist members (veterans of the Army of the Men of the Naqshbandi Order) and jihadist Sunni groups (Ansar al-Islam)[3], and taking advantage of general discontent with Al-Maliki pro-Shiite government, supported by the unlikely couple Washington-Teheran[4].

Iraqi President’s complaints were ineffective: he pointed his finger at Qatar and Saudi Arabia and accused them of funding and arming jihadist groups in Syria and Iraq[5]. ISIS definitely took advantage of aid (not so secret) from US and the Gulf Monarchies, but both US and its Middle East allies have lost control of it. At the beginning, Americans didn’t want to establish a caliphate in the Middle East[6]; Saudi Arabia – and Qatar as well – decided on good-natured, obedient and lay allies, even though they would choose between these one and the so-called fundamentalists[7]. In fact, it has been a long time since they procured weapons and money on their own, by plundering everything; in particular, ISIS occupied Northern Iraq and stole a large amount of money and gold: according to some estimates, this would allow the terrorist organization not only to pay its own guerrilla fighters for a year without spending its savings, but also to become the richest terrorist organization in the world[8], thus representing a threat to the safety of the “faithless nations” (each country potentially is)[9].

Fighters from most worldwide hot-spots are attracted to this great prosperity[10], also because managing petroleum business could be possible. Maybe Washington’s decision to intervene or not in the war might depend on this matter. 275 US troops are deploying to Baghdad for the purpose of protecting US Embassy’s personnel[11]; Kerry, US Secretary of State, said that they are considering all options available to them, opening also talks with Iran (that has already taken place in the area) to coordinate military operations[12]. Despite these analyses, occupation by ISIS causes damage not only to the White House. In fact, if this situation lasts a long time, it may challenge not only the Presidency of Al-Maliki[13] but also business relating to petroleum contracts: China is buying half of Iraqi oil production and is investing in mining industry now[14]; this complicated scenario represents a great economic damage to Beijing and an opportunity for Washington.

This synthesis shows that this is a tricky situation, full of actors and possible scenarios; it does not lend itself to simplistic interpretations, reducing everything to the opposition between Sunnis and Shiites or Riyhad and Teheran. Or rather, great ethno-religious variety and many political interests have even more “liquefied” two countries, which are essential for religion, Iraq and Syria. ISIS objective is clear, as suggested by its slogan”Baqiya wa tatamaddad”, which means that the Islamic state “is here to stay and it is spreading”. In a changing scenario like this we have only to wait for Washington’s decision, to hope Iranian and Iraqi troops will hold out and prevent ISIS from “staying and spreading”, causing even more instability in the area.

 

 


[1] In general, a takfiri is a Muslim who accuses another Muslim of apostasy (the word derives fromkafir, infidel). In the “journalistic style”, a takfiri group is a group, usually Sunni, that distinguishes between believers and unbelievers. Violence is just against unbelievers in order to create an Islamic State, according to the precepts of the Koran. Robert Baer, The Devil We Know, Crown, New York 2008. 

[2] Anon., Syria: Al-Nusra Front agrees to end fighting with ISIS, Asharq Al-Awsat.http://www.aawsat.net/2014/05/article55331936

[3] Jacob Siegel, ISIS’s secret Allies, The Daily Beast.http://www.thedailybeast.com/articles/2014/06/13/isis-s-secret-allies.html

[4] Al-Maliki chose a centralized management of petroleum resources, mainly located in Iraqi Kurdistan, promising (but he never kept his promise) to invest again  the proceeds from the sale of the black gold. This caused a problem between the leader of Iraq and Barzani, the president of the Kurdish-majority region of Iraq. Anon., Lo scontro sul petrolio fra Baghdad e il Kurdistan minaccia l’unità dell’Iraq, Asianews http://www.asianews.it/notizie-it/Lo-scontro-sul-petrolio-fra-Baghdad-e-il-Kurdistan-minaccia-l’unit%C3%A0-dell’Iraq-30094.html

[7] We are referring to the Egyptian case, in which Saudi Arabia winked at Mubarak’s successors rather than at the Muslim Brotherhood.

[8]Jack Moore, Mosul Seized: Jihadis Loot $429m from City’s Central Bank to Make Isis World’s Richest Terror Force, International Business Times. http://www.ibtimes.co.uk/mosul-seized-jihadis-loot-429m-citys-central-bank-make-isis-worlds-richest-terror-force-1452190

[9]  Even Jordan, frightened by a possible escalation on its own area, played its cards against ISIS, by setting Assem Barqawi free, anti-ISIS Salafi leader, better known as Mohammad al-Maqdesi, in order to avoid the penetration into its own area by ultra-extremist fringes. Areej Abuqudairi, Jordan releases anti-ISIL Salafi leader, AlJazeera. http://www.aljazeera.com/news/middleeast/2014/06/jordan-releases-anti-isil-salafi-leader-2014617121457552506.html

[10]They are about 30.000, according to many international sources.  Anon., Iraq: Isis contro esercito Baghdad, uomini e armi, Ansa.it. http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/06/17/iraq-isis-contro-esercito-baghdad-uomini-e-armi_29bc0725-1f0f-4a43-a72e-e460f2ec7587.html

[11]Anon., US to deploy 275 troops to Iraq, AlJazeera America.http://america.aljazeera.com/articles/2014/6/16/iraq-tal-afar-isil.html

[12] Giordano Stabile, Iraq, rallenta l’avanzata dell’Isis. Kerry: pronti a collaborare con l’Iran, La Stampa. http://www.lastampa.it/2014/06/16/esteri/iraq-rallenta-lavanzata-dellisis-kerry-pronti-a-collaborare-con-liran-mdfbHYw5ajl9yvbeJITHtO/pagina.html

[13] Therefore, the political proximity between Iraq and Iran, a relationship that faced the US embargo against Teheran, by stipulating useful commercial agreements.

[14]Teddy NG, China pledges to pump more funds into Iraq’s oil sector, infrastructure, South China Morning Post. http://www.scmp.com/news/china/article/1434025/china-pledges-pump-more-funds-iraqs-oil-sector-infrastructure

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Euro-Mediterranean energy integration can solve possible problems with the Russian Federation?

published on Mediterranean Affairs 02 April 2014: http://www.mediterraneanaffairs.com/en/about-us/euro-mediterranean-energy-integration-can-solve-possible-problems-with-the-russian-federation.html

During the last two weeks the European press is discussing about the possible problems deriving from the interruption (or decreasing) of Russian gas supplies to European countries. How we had seen in another article, for several reasons, this interruption is merely a hypothesis rather than a real possibility[1]. However, this hypothesis contributes to inspire another debate about the system of pipelines in Europe and, in particular if it’s possible an alternative solution for the European countries to escape from the Russian gas supplies.

The situation is tricky if we consider that each country of the European Union provide in different ways for its gas supplies. In this essay, we want to focus on the Mediterranean countries and we try to give an answer to the question in the title. The analysis willfully ignores the possibility of investments in the U.S. shale gas and renewable resources because these are assumptions that affect the long term. What is interesting to analyze is the situation of an emergency, then the short and very short term.

If we analyze the situation in Italy, we can see that this Country has a very diversified supply market[2]. Thanks to the political and economic action of ENI, Italian energy policy is one of the best in Euro-Mediterranean area; we can explain this simple but efficient policy and we can use that as criterion to comparison with the policy of the other Mediterranean countries. The structure of ENI strategy is based on the “N-1 model”: the energy system of Italy continues to work well until all the suppliers minus one continue to supply regularly[3]. Mr. Paolo Scaroni, CEO of ENI, says that Italy could renounce at Russian gas if the other supplier respect their contracts[4]. This policy is necessary but not sufficient to guarantee energy security for Italy, because of, as Mr. Scaroni says, “if together with the Ukrainian crisis, there were also problems from Libya, we would have difficulty; there would be serious problems if there was a setback from Algeria”[5]. Despite this policy, in this moment of great instability in Libya and in other countries of the South Mediterranean coast, according to BP Global data[6], it’s very difficult that Libyan gas production can reach the optimum level within the next winter, which is necessary for Italy to face a hypothetical gas crisis. At East of Italy, Balkans States and also Greece and Turkey are highly dependent on Russian gas supplies. The Eastern Mediterranean is barely auto-sufficient in terms of natural gas supplies but many Countries of the region rely on the flows from Egypt that after years of conflict fell slightly. The violent escalation of Syrian conflict, the complicated relation between Lebanon and Israel, and the territorial disputes about Cyprus, make problems in the energy situation. However, how the report of U.S. EIA says, the recent discoveries in Cyprus and Israel, as well as the potential of the Levant Basin, make natural gas exports from the region a likely possibility. In effect, Cyprus recently concluded the initial stages of a proposed liquefied natural gas (LNG) liquefaction facility in hopes of beginning exports by 2019. Israel is also moving closer to developing the ability to export natural gas, although high projected domestic demand raises some concerns over how much natural gas the country will be able to export[7].

If we move at West of Italy, the energy policy and the dependence from Russian supplies, changes radically compared with those of East. As Italy, France has a diversified supply market: the most of natural gas is imported from Norway (about 31%, 17.9 Billion Cubic Meters, bcm, in 2012 by pipeline and 0.2 bcm of LNG) and from Netherlands (about 15%, 9.4 bcm by pipeline), also Russia and Algeria are important gas suppliers with respectively about the 13,60% and 13% of French market[8]. Also for France but less than Italian case, a situation of decrease or interruption of Russian gas supplies, could create problems for French gas supply in the (unlikely) case of instability in Algeria arising from the upcoming presidential election (17th of April). The situation for the two Iberian States is a little bit different compared with other European (and Mediterranean) States: Spain and Portugal buy all of their gas form non-Russian sources. Portugal import the most of his gas from Nigeria (about 53% of the whole) and from Algeria (about 37%)[9]. Spain is another example of efficient energetic strategy. This Country, that imports gas from different State like Algeria (33%, 20.6 bcm by pipeline and 3.6 bcm by LNG), Nigeria, Qatar, Trinidad and Tobago, Egypt, Norway and others[10],  in recent years has invested heavily to improve its ability to import LNG[11]. In addition, Spain imports more gas than what are their needs: for this reason, Spain can (and does) exports gas. According to Antoni Peris, President of Spain’s gas industry association, Sedigas, the next year Spain will be able to export 7.1 bcm and could supply 10 per cent of gas that Europe currently gets from Russia[12].

Considered these conditions, an Euro-Mediterranean energy club could solve hypothetical problems with Russian gas supply? The answer, as the most of cases, is “depends”. Assuming that worsen political and energy relations with the Russian Federation is always a “no-win situation”, there are two possible ways for a good Euro-Mediterranean strategy, but both are palliative strategy and, therefore, they can solve a gas emergency only if it is present for short runs of time. Both solutions can be applied simultaneously, but this is not desirable because this may concentrate energy policies too much on a resource, the gas, which is not renewable and of which Europe (and the Euro-Mediterranean area) does not possess in sufficient quantity. The first way is an implementation of the ENI strategy (“N-1”), focusing not only on the diversification of energy supplies but also on the promoting of stable regimes within supplier States, in order to ensure a better regularity of production and supplying. The second way is the Spanish “LNG strategy”: increase the trade of LNG gas between Mediterranean Countries making the most of LNG terminal and LNG carriers that would allow the sort of natural gas where there is more need[13]. Also this strategy needs the political security and stability of whole of Mediterranean area. A better Euro-Mediterranean energy integration is desirable, but Mediterranean, especially the North side, can’t exclude Asia for its gas supply in the short run. The current political tension with Russia must serve to Europe to think a better strategy in the long run, which is not renounce simply to Russian resources to buy American ones. A better energy strategy must enable Europe to be subject and not object of global energy policies in order to do its own economy and energy interest; improve Euro-Mediterranean energy integration, political stability and LNG capability (or supplies diversification) could be a piece of this long run energy strategy.

[1] F. Angelone, The challenge for Italian energy security takes place in the Mediterranean, Mediterranean Affairs, March 12, 2014.

 http://www.mediterraneanaffairs.com/en/about-us/the-challenge-for-italian-energy-security-takes-place-in-the-mediterranean.html [consulted on April 1, 2014].

[2] This analysis was excellently done by F. Angelone for Mediterranean Affairs. Ibidem.

[3] Anon., Scaroni (Eni): forniture garantite anche senza gas dalla Russia. Futuro in bilico per South Stream, Il Sole24ore, March 20, 2014. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-03-20/scaroni-eni-forniture-garantite-anche-senza-gas-russia-futuro-bilico-south-stream-161427.shtml?uuid=ABKPlS4 [consulted on April 1, 2014].

[4] Anon., Crimea: Scaroni, sanzioni alla Russia? Possiamo fare a meno del loro gas, Asca Agenzia di stampa, March 25, 2014.

 http://www.asca.it/news-Crimea__Scaroni__sanzioni_alla_Russia__Possiamo_fare_a_meno_del_loro_gas-1374598-ATT.html [consulted on April 1, 2014].

[5] Anon., Scaroni (Eni): forniture garantite anche senza gas dalla Russia. Futuro in bilico per South Stream, Il Sole24ore, March 20, 2014. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-03-20/scaroni-eni-forniture-garantite-anche-senza-gas-russia-futuro-bilico-south-stream-161427.shtml?uuid=ABKPlS4 [consulted on April 1, 2014].

[6] Anon., BP Statistical Review of World Energy, BP Global, June 2013. http://www.bp.com/content/dam/bp/pdf/statistical-review/statistical_review_of_world_energy_2013.pdf [consulted on April 1, 2014].

[7] Anon., Overview of oil and natural gas in the Eastern Mediterranean region, U.S. Energy Information Administration, August 15, 2013. http://www.eia.gov/countries/regions-topics.cfm?fips=EM [consulted on April 1, 2014].

[8] Anon., BP Statistical Review of World Energy, BP Global, June 2013. http://www.bp.com/content/dam/bp/pdf/statistical-review/statistical_review_of_world_energy_2013.pdf and Anon., Country Gas Profile: France, Energy Delta Institute. http://www.energydelta.org/mainmenu/energy-knowledge/country-gas-profiles/country-gas-profile-france#t42771 [consulted on April 1, 2014].

[9] Anon., Country Gas Profile: Portugal, Energy Delta Institute. http://www.energydelta.org/mainmenu/energy-knowledge/country-gas-profiles/country-gas-profile-portugal#t43009 [consulted on April 1, 2014].

[10] Anon., Country Gas Profile: Spain, Energy Delta Institute. http://www.energydelta.org/mainmenu/energy-knowledge/country-gas-profiles/country-profile-spain#t43088 and [10] Anon., BP Statistical Review of World Energy, BP Global, June 2013. http://www.bp.com/content/dam/bp/pdf/statistical-review/statistical_review_of_world_energy_2013.pdf  [consulted on April 1, 2014].

[11] Spain has 6 of 21 European re-gasification and other 7 are ready to work; the Spanish terminals account for 38 per cent of European capacity. T. Buck, Spain positions itself as alternative to Russian energy supply, Financial Times, March 27, 2014. http://www.ft.com/intl/cms/s/0/9363e834-b5c4-11e3-81cb-00144feabdc0.html#axzz2xcjbhkYJ [consulted on April 1, 2014].

[12] Ibidem.

[13] Today, on the North side of Mediterranean, Portugal, Spain, France, Italy and Greece have LNG regasification terminals. On the South side, Algeria and Egypt have LNG liquefaction terminals.

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LIBYA: NO ECONOMY WITHOUT STABILITY

published on Mediterranean Affairs, 05 March 2014: http://www.mediterraneanaffairs.com/en/about-us/libya-no-economy-without-stability.html

The ouster of Col. Muammar al-Gaddafi is a rupture point in the history of Libya. After this important event, the situation in this country is deteriorating from many points of view. The closure of many oil fields caused by the war, has throttled Libyan economy that depend on oil market for 70% of GDP, 95% of state revenues and as much as 98% of Libyan exports[1]. During Gaddafi era, the crude oil production was 1.6 million barrels a day (MBD), while after Gaddafi regime, the production collapse until the 200,000 MBD of the last summer[2]. The institution of the Libyan Stock Market in 2007 was certainly an opening of the Libyan economy to a greater flow of foreign investment and an attempt to diversify its economy, but, even today, this tool fails to be a driving force for the Libyan economy. In fact, in the Libyan Stock Market there are only 10 stocks including some banks (mostly Islamic) and insurance agencies[3]; with a value of around $3 billion, this market is too much tiny compared with its North African counterparts, Il Cairo $70 billion and Casablanca $50 billion[4]. Also the situation of small and medium-sized enterprises (SMEs) is not the best. Despite the agreements of November 2013 between the Libyan government and Islamic Corporation for the Development of the Private Sector (ICD), a member of the Islamic Development Bank Group (IDB), for the structuring of several Shariah-complaint finance mechanisms to address the needs of small and medium-sized enterprises (SMEs) and unemployed Libyan youth[5], the situation for the SMEs is not simple and is characterized by two kind of challenge: financial and technical. On the side of finance, the SMEs sector has a high risk due to the lack of information between creditors and clients or due to the lack of financial guarantee. On the other side, the technical problems are the lack of the required entrepreneurial and managerial skills from the entrepreneurs that have difficulty in reaching and/or using the most developed technologies used in their industries, which makes them less competitive with the larger enterprises. The smaller the enterprise, the harder it becomes to withstand the demand shocks[6]. Despite the GDP data that underline an incredible grow in the 2012 (104.5% after the drop of the 62.1% in the 2011) and a positive grow in the 2014 (prevision, 25.5%)[7], the real economy (that isn’t directly linked to the crude oil production and to the reconstruction industries) is in deeply difficult to return at the level that preceding the ouster of Col. Gaddafi.

This economic scenario is marked by a high social and politic instability. In the last three years, a representative group of who that toppled Gaddafi has taken the responsibility (under the auspices of the international community) to trigger the transition to democracy of the country[8]. A lot of rebel factions refuse to lay down arms and continue to fight for their own profits. Rebel militias and oil workers union seized control of oil export terminals on the Mediterranean coast and shut down production; there are also some rebel group that smuggle crude oil with tank carried by ships that sailed under other flags (like Maltese flag)[9]; this caused a crisis for the whole Mediterranean system of oil refinery and for the economy of Libya as well as it represent a challenge for the Libyan State and for the National Oil Company’s legal monopoly on oil exports. The government tried to stop this situation with both military efforts and political stability, through the democratic election of a constitution panel (the polls were between 20 and 26 February). But in the last days there were some problems between some ethnic groups, in particular Toubou and Tuareg, that stopped the electoral material from being dispersed in the southern regions, preventing people from electing a panel tasked to draft a new constitution; others minority groups, as the Amazigh, boycott the constitution panel[10]. On Sunday (March 02, 2014), some protesters entry in the Libyan parliament and demand to members of the interim General National Congress to resign due to the incompetence and the abuse of power[11]. Two men were shot and several others wounded[12]. The parliament elected in the 2012 is split into two parts: on one side, the Islamist and the revolutionaries that demand for more influence for religion and former rebels and on the other side, there are the liberals and the nationalists who want to limit the influence of the other side. This political split fall on the society that is frustrated and that in the last years has lost its cohesion: social and political fragmentation is dangerous because the government hasn’t the monopoly of violence and any political and social part has the military power to exert pressure to national level.

The instability creates an unfavorable economic mood for the foreign investors and for the national entrepreneurs; despite this, the leader of HB Group[13], Husni Bey, has confidence in bourse and says that it’s just a question of time and the bourse will move the Libyan economy[14]. The World Bank, in a report issued last month, stressed “the urgent need for economic diversification in order to ensure long-term financial and economic stability”[15]. These statements are true, but how African Economic Outlook says “Libya’s successful transition and sustainable development hinges on the evolving security situation, the new government’s economic strategy, the resolution of regional tensions over hydrocarbon resources, and the international price of oil”[16]. Libya needs first of all political stability; without stability, the crude oil production can’t work as it should and the foreign investors aren’t motivate to invest in Libya; without earnings of crude oil market, the economy and society cannot have the financial aid that need to start and to branch out; without economic opportunities and without security, the society will be not cohesive and without cohesion, Libya will be not stable. With the collapse of Gaddafi regime seems to have opened the Pandora’s box, situation of Libya is dire, without the weberian “violence monopoly” the government can do little to resolve this situation. The dialogue with all parts (minority and ethnic groups) founded on equality, is more important than an election (especially if it is not based on clear assumptions and with the evident attempt to exclude certain social and political parts); stabilize this geographical area is important not only for Libya but also for all Mediterranean States, for their migration politics and for their economy.

Marcello Ciola

[1] Anon., Libya economy slumps, “News24”, February 16, 2014. http://www.news24.com/Africa/News/Libya-economy-slumps-20140216 [consulted on March 4, 2014].

[2] S. Khalid, Is Libya putting world oil markets at risk?, “AlbaWaba Business”, Jennuary 29, 2014. http://www.albawaba.com/business/libya-oil-crisis-550690 [consulted on March 4, 2014]. In July 2011, the production was 22,000 MBD. Anon., Libya on Recovery Path but Faces Long Rebuilding Effort, “IMF”, April 16, 2013. http://www.imf.org/external/pubs/ft/survey/so/2012/CAR041612A.htm [consulted on March 4, 2014].

[3] Libyan Stock Market – official website. http://www.lsm.ly/English/Pages/default.aspx [consulted on March 4, 2014].

[4] U. Laessing, Seeking cheap stocks, chaos no problem? Try Libya, “Reuters”, February 22, 2014. http://www.reuters.com/article/2014/02/23/us-libya-bourse-idUSBREA1M00820140223 [consulted on March 4, 2014].

[5] Anon., ICD, Libya to set up SME Finance Mechanism, “Libya Business News”, November 25, 2013. http://www.libya-businessnews.com/2013/11/25/icd-libya-to-set-up-sme-finance-mechanisms/ [consulted on March 4, 2014].

[6] M. R. Kamel, SMEs in Libya: Promises and Challenges, “Libya Business TV”, August 31, 2012. http://libyabusiness.tv/video/smes-in-libya-promises-and-challenges-1 [consulted on March 4, 2014].

[7] IMF, World Economic Outlook 2013 DataMapper, October 2013. http://www.imf.org/external/datamapper/index.php [consulted on March 4, 2014].

[8] This year, during the National anniversary of the “Revolution Day” (February 17) many people decide to stay away from the celebrations  because of the dissatisfaction that the people feeling towards the government. J. Karadsheh, M. Basu, Unease hangs in the air on anniversary of Libyan revolution, “CNN”, February 17, 2014. http://edition.cnn.com/2012/02/17/world/africa/libya-anniversary/ [consulted on March 4, 2014].

[9] S. Khalid, Is Libya putting world oil markets at risk?, “AlbaWaba Business”, Jennuary 29, 2014. http://www.albawaba.com/business/libya-oil-crisis-550690 [consulted on March 4, 2014].

[10] Anon., Libya announces new voting date, “PressTV”, February 20, 2014. http://www.presstv.ir/detail/2014/02/22/351758/libya-announces-new-voting-date/ [consulted on March 4, 2014].

[11] The parliament decides to extend its mandate until the end of the 2014. Libya’s transitional Parliament had once pledged to disband by Feb. 7, 2014. D. D. Kirkpatrick, Frustrated With the Pace of Change, Rioters Storm Parliament Building in Libya, “The New York Times”, March 2, 2014. http://www.nytimes.com/2014/03/03/world/africa/frustrated-with-the-pace-of-change-rioters-storm-parliament-building-in-libya.html [consulted on March 4, 2014].

[12] Anon., Libya is still in crisis, “DieWelt”, March 3, 2014. http://www.dw.de/libya-is-still-in-crisis/a-17469725 [consulted on March 4, 2014].

[13] One of the most prominent businesses in the Libya private sector.

[14] U. Laessing, Seeking cheap stocks, chaos no problem? Try Libya, “Reuters”, February 22, 2014. http://www.reuters.com/article/2014/02/23/us-libya-bourse-idUSBREA1M00820140223 [consulted on March 4, 2014].

[15] Anon., Libya economy slumps, “News24”, February 16, 2014. http://www.news24.com/Africa/News/Libya-economy-slumps-20140216 [consulted on March 4, 2014].

[16] Anon., Libya, “African Economic Outlook”. http://www.africaneconomicoutlook.org/en/countries/north-africa/libya/ [consultated on March 4, 2014].

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Shanghai Cooperation Organization e Turchia. Cosa è accaduto e cosa ci si potrebbe aspettare.

(tratto da Il Nodo di Gordio, rivista quadrimestrale di geopolitica ed economia internazionale, Anno III – num. 4 – gennaio 2014)


La Shanghai Cooperation Organization
, membership, valori, attività e fasi storiche.

La Shanghai Cooperation Organization(SCO) nasce nel giugno del 2001 sotto gli auspici dello Shanghai Spirit, che rappresenta la sintesi di un nuovo sistema di valori e un nuovo approccio alle relazioni diplomatiche[1]. I membri fondatori sono Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’organizzazione prevede la possibilità di aderire come Stato Osservatore o Membro di Dialogo. Nonostante questi due tipi di membership siano disciplinati da regolamenti diversi, le modalità di richiesta per aderire alla SCO con qualsiasi tipo di status sono identiche; premessa fondamentale è che lo Stato candidato deve rispettare la “sovranità, l’integrità territoriale e gli uguali diritti degli Stati Membri, deve riconoscere i principali obiettivi, principi e azioni dell’organizzazione”[2]. Lo status richiesto viene concesso dal Consiglio dei Capi di Stato della SCO[3]. In sostanza, lo Stato osservatore non ha il diritto di voto e, quindi, non firma i documenti ufficiali dell’organizzazione; nella forma, durante i meetings esso siede  ad un tavolo separato rispetto agli Stati Membri e sostiene da sé le spese per eventuali interpreti o per altre questioni logistiche[4]. Lo status di osservatore può essere revocato in caso lo Stato commetta azioni o faccia dichiarazioni contro l’organizzazione o uno dei suoi membri.

I Partner di dialogo sono tenuti ad osservare una procedura identica per quanto riguarda l’ottenimento dello status, che si conclude, però, con la stesura di un memorandum tra la SCO e lo Stato candidato in cui si specificano le aree in cui vi sarà collaborazione con l’organizzazione[5]; nelle aree scelte, il partner di dialogo avrà tutti i diritti del membro osservatore[6]. Non potrà partecipare agli incontri preparatori degli Stati Membri ma potrà avere diritto ad un “voto consultivo sulle questioni elencate nel memorandum[7].

Per quanto riguarda l’attività, è centrale la lotta ai “3 mali”: il separatismo, il terrorismo e il fondamentalismo religioso[8]; però, se si studiano più attentamente i trattati, le dichiarazioni e i documenti ufficiali, si nota come lo spettro delle attività svolte è molto eterogeneo seppur conserva una sorta di gerarchia dei temi con delle aree prioritarie che vengono affrontate usualmente durante gli incontri delle varie istituzioni della SCO. Nel novero delle attività della SCO si possono trovare anche favorire rapporti di buon vicinato, incoraggiare la cooperazione politica, economica, scientifica, culturale, tecnologica, scolastica, energetica, nelle comunicazioni, nella tutela dell’ambiente e la costituzione di un più equo e trasparente ordine economico e politico internazionale[9].

I diversi tipi di membership e questa ampia gamma di attività a cui l’organizzazione volge lo sguardo, la rendono estremamente flessibile nelle relazioni internazionali creando qualcosa che, utilizzando termini presi in prestito dalle scienze economiche, si potrebbe definire “un cartello diplomatico” capace di fare blocco su diverse questioni internazionali, soprattutto se legate alla difesa e alla sicurezza, alla lotta al terrorismo internazionale e a questioni energetiche ed economiche. Bisogna considerare che se facesse affidamento solo sulla propria flessibilità e su una vasta gamma di temi di cui occuparsi, la SCO finirebbe per perdere di consistenza e di spessore e sarebbe marginalizzata all’interno dell’arena politica globale; ma la SCO è arricchita da due altri elementi che sono fondamentali per il suo successo internazionale: un sistema di Stati in ascesa politica ed economica e un forte sistema di valori e principi su cui si basa tutta l’attività svolta. Di questi, è importante ricordare la sovranità nazionale di tipo forte[10], il principio di non interferenza negli affari interni di uno Stato Membro, l’integrità territoriale, sviluppo reciproci, consultazione, equità e rispetto di ogni civiltà.

Caratterizzata dagli elementi che sono stati brevemente elencati sopra, la SCO ha passato due distinte fasi storiche, l’una di istituzionalizzazione e consolidamento interno e l’altra di crescita e affermazione esterna. La prima fase è stata condizionata dalla nuova “guerra al terrore” americana iniziata nei mesi successivi agli attentati alle Torri Gemelle: questi hanno rappresentato per la SCO una buona occasione per mettersi in gioco come organismo antiterrorismo efficace e riconosciuto dalla comunità internazionale, Stati Uniti e Nato in testa. Gli interessi dell’organizzazione al perseguimento di una politica amichevole e di collaborazione con la Nato erano, di riflesso, gli interessi di politica interna ed estera di ogni Stato Membro: la Cina e gli Stati centroasiatici cercavano un’ufficiale legittimazione alle loro politiche di lotta al terrorismo, fenomeno che ha colpito duramente la regione negli anni ’90; anche la Russia cercava comprensione e sostegno da parte di tutti gli Stati occidentali per quanto riguarda la sua difficile situazione nel nord del Caucaso; da pochi anni affacciatosi sulla ribalta internazionale, Putin cercò di migliorare le proprie relazioni con gli Stati Uniti accettando la presenza americana in Asia Centrale e cercando, in cambio, una condivisione della battaglia del Cremlino in Cecenia; si arrivò alla firma del SORT o Trattato di Mosca del maggio 2002 per la riduzione delle armi di distruzioni di massa, che costò a Putin le critiche di qualche politico russo, tra cui vi era l’ex speaker della Duma, Gennadiy Seleznev, che lo tacciò di “filo americanismo”[11]. In quegli anni, anche la Turchia aveva fatto i conti con il terrorismo internazionale e nazionale: la questione curda e gli attentati da parte di organizzazioni terroristiche esterne come il Movimento Islamico del Turkestan, erano alcune delle motivazioni che hanno spinto il governo di Ankara a lottare in prima linea contro il terrorismo internazionale[12]. La membership della Turchia all’interno della Nato e l’ovvio interesse a stringere più profonde relazioni con i Paesi ad Oriente, soprattutto con le economie emergenti, hanno convissuto senza troppi disagi fino al 2005, quando i rapporti tra la Cooperazione di Shanghai e l’Occidente hanno iniziato ad incrinarsi: l’ormai dubbia efficacia della missione ISAF su territorio afghano che aumentava sempre di più l’instabilità di tutta la regione centroasiatica e i fatti di Andijan, in Uzbekistan[13], segnarono una scollatura all’interno di quella che sarebbe potuta diventare (in maniera del tutto utopistica) una coalizione internazionale antiterrorismo.

La Turchia, la SCO e gli interessi in Asia Centrale.

Gli anni che seguirono il 2005 furono anni di lenta trasformazione degli assetti geostrategici della regione centroasiatica e di modifica delle relazioni internazionali globali. Dopo la nomina del primo Segretario Generale, Zhang Deguang[14], (Mosca 2003), l’approvazione del suo primo bilancio annuale (Pechino 2004), delle linee guida per la collaborazione economica (Pechino 2004) e dopo l’inizio dell’attività di organi fondamentali quali il Segretariato (Pechino 2004), il RATS (Tashkent 2004) e le istituzioni finanziarie (Interbank Consortium, 2005, Business Council, Pechino 2006), la SCO era ormai in condizione di intraprendere una politica di sicurezza attiva ed efficace in Asia Centrale: l’organizzazione ha istituito un gruppo di contatto con il governo afghano con cui ha stilato un piano interstatale per la lotta al terrorismo e al traffico di droga e armi, si è impegnata a coinvolgere tutti gli Stati centroasiatici per la soluzione dell’instabilità afghana attraverso il cosiddetto 6+2 group[15], ha chiesto a più riprese (e otterrà nel 2014) il ritiro completo delle truppe statunitensi ed europee dall’Asia Centrale dentro e fuori i confini dell’Afghanistan e ha stilato una più stretta collaborazione con gli organi delle Nazioni Unite. Nel frattempo, la SCO si è allargata accogliendo nuovi e importanti membri osservatori tra cui l’India, il Pakistan, l’Iran, l’Afghanistan, e la Mongolia e partner di dialogo: la Bielorussia, lo Sri Lanka e la Turchia[16]; anche la rete di relazioni con altre organizzazioni internazionali e regionali si è arricchita e si è consolidata: la SCO collabora sempre più di frequente con il Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS), con l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), con l’EurAsEc, con l’ASEAN, con l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE).

Al di là dell’azione legata all’hard security, l’attività odierna della SCO è comprensibile solo attraverso la considerazione di un altro importante aspetto delle relazioni tra gli Stati che partecipano ai lavori dell’organizzazione: quello economico-energetico. In questa maniera è meglio comprensibile anche la scelta turca di voler entrare a far parte della SCO come partner di dialogo nel giugno del 2012. La relazione tra sicurezza ed economia diviene imprescindibile se si vuole ottenere sviluppo, prosperità e pieno controllo delle risorse energetiche in un’area così vasta. Con un territorio molto difficile e con diversi gruppi terroristici operanti lungo tutta quella grande via commerciale che è la cosiddetta new silk road, la SCO ha colto immediatamente l’opportunità di svolgere un ruolo nella tutela dei traffici commerciali ed energetici, oltre che diventare un ottimo forum per la promozione del progetto putiniano di “OPEC del gas”[17] di cui sovente si sente parlare sulle riviste e sui siti che trattano temi legati all’energia. Gli interessi dell’asse Mosca-Pechino sono ampiamente complementari dal punto di vista economico energetico[18]: alla Cina interessa importare risorse energetiche a buon mercato ed esportare facilmente e celermente i propri prodotti; alla Russia e alle altre repubbliche centroasiatiche (Iran compreso) interessa esportare in maniera sicura le proprie materie prime e importare beni per il proprio mercato interno. In questo discorso si inserisce molto bene il progetto turco di voler divenire un fondamentale hub energetico euroasiatico. Il “Nuovo Grande Gioco” si regge e si reggerà per i prossimi decenni sul controllo dei giacimenti e sull’esportazione di risorse strategiche; le ambizioni turche sono vincolate da una scarsa presenza di petrolio e gas sul proprio territorio: un Paese dal lampante successo economico qual è la Turchia non può far altro che giocarsi la carta geografica e determinarsi come una fondamentale ed affidabile terra di transito delle principali vie energetiche e commerciali. Questo genere di strategia politica consente alla Turchia di alimentare ancora oggi quella “rivoluzione silenziosa”, nata non nella cosmopolita Istanbul ma nel cuore laborioso e tradizionale dell’Anatolia, che probabilmente riuscirà a far raggiungere l’obiettivo di entrare nella classifica delle prime dieci economie al mondo entro il 2023[19]. A questa strategia energetica turca, si aggiungono altri fattori rilevanti quali le relazioni economiche con Mosca e con Pechino, le relazioni politiche con l’Unione Europea e il crescente interesse a sistemare in maniera definitiva tutti i problemi di sicurezza soprattutto in tutta la zona est del Paese. Andando per ordine, è necessario premettere che gli scambi commerciali ed economici con l’Europa rimangono preponderanti nell’economia turca, ma una sponda sud del Mediterraneo in fiamme a causa delle cosiddette “Primavere Arabe” e la crisi economica che sta vivendo l’Unione Europea hanno rappresentato per Ankara l’opportunità di affermarsi economicamente nella regione dei MENA[20] e hanno aumentato di gran lunga i flussi economici verso e da Russia e Cina[21]. I continui dietrofront, le difficili condizioni e i numerosi criteri imposti dall’Unione Europea per portare a compimento un cinquantennale processo di adesione, le pesanti critiche della stampa e di molti politici europei, i continui “no” di Francia e Germania mascherati da questione democratica e questione armena ma che in realtà celano interessi ben più pragmatici e meno “nobili” legati soprattutto al peso politico ed economico che l’ingresso della Turchia potrebbe avere nell’Unione Europea,  hanno disincantato il governo ed il popolo turco circa una prossima adesione all’UE e hanno distaccato il Paese dal tradizionale impegno nell’arena politica europea per spostarlo più ad est. In questa maniera, un processo di pacificazione ed apertura politica verso le popolazioni curde che ha coinvolto il leader curdo Barzani e  il governo del Kurdistan irakeno di Erbil escludendo quello di Baghdad, diviene tassello importante di quel progetto di realizzazione di una nuova e, soprattutto, sicura via della seta che dalla Cina porta verso l’Europa, di cui la SCO è diventata il principale baluardo.

 

Scenari presenti e prospettive future di un’adesione turca alla SCO.

Le relazioni tra Turchia, SCO, Unione Europea e MENA sono state dei semplici “giri di walzer” ma che rispetto ai ben più noti giri di walzer italiani d’inizio ‘900 presentano una più genuina coerenza con la politica estera multi direzionale turca dell’ultimo decennio. Fino a qualche anno fa, pareva quasi scontato che il matrimonio con l’Unione Europea fosse alle porte. Negli ultimi periodi, però, le relazioni internazionali tra la Turchia e il blocco della SCO si sono intensificate e i giri di walzer sembrano volgere al termine. All’inizio del 2013 c’era la possibilità che la Turchia si unisse ai membri osservatori della Cooperazione di Shanghai[22], e il Premier turco, Erdogan, aveva a più riprese sottolineato che un ingresso nella SCO avrebbe significato una chiusura definitiva dei negoziati di adesione all’UE[23]; negli ultimi due mesi del 2013, probabilmente anche perché frustrato dalle estenuanti trattative con l’UE, Erdogan ha chiesto a Putin un’adesioneall’Organizzazione di Shanghai dicendo, riferendosi all’esperienza con l’UE, “Permetteteci di entrare nella SCO e salvateci da questo guaio”[24]. Capita sovente di sentire o di leggere che le dichiarazioni del Premier turco rappresentino una mera minaccia all’UE, piuttosto che una vera e propria intenzione di abbandonare il campo europeo in favore di quello asiatico[25]. A parere di chi scrive, la Turchia ha abituato a ben altro tipo di relazioni con l’estero: ad una dichiarazione corrispondono uno o più fatti coerenti con quelle che sono le posizioni espresse. Certo è che un avvicinamento al blocco della SCO potrebbe non implicare necessariamente la rottura delle relazioni diplomatiche con l’UE: la Turchia non è interessata a “mezze membership” ma continuerà comunque ad interessarsi con attenzione agli affari europei. La stessa cosa dicesi per le relazioni con la Nato: il fatto che la Turchia abbia acquistato missili cinesi e si stia dotando di un proprio sistema missilistico, non implica un’uscita dall’organizzazione militare occidentale. Indubbiamente, questo fatto rincuora Pechino e soprattutto Mosca che si è sempre lamentata delle pressioni esercitate dallo scudo missilistico Nato ai propri confini europei e caucasici; inoltre, gli alti comandi della Nato non sono sicuramente contenti di quanto sta accadendo poiché essi sono abituati ad un comportamento di gran lunga più accondiscendente e meno incline ad autonomie decisionali degli alleati europei che spesso sono costretti a mettere in disparte i propri progetti di difesa comune per rispettare disposizioni che arrivano direttamente dall’altra parte dell’Atlantico[26]. La SCO non è una organizzazione esclusivamente di difesa e differisce parecchio da quelli che sono gli obiettivi della Nato che risponde ancora alle logiche dei blocchi della guerra fredda; invece, quello che potrebbe cambiare in questo rapporto a tre è la situazione geostrategica della penisola anatolica: infatti, questa è stata da sempre considerata una rampa dell’Occidente verso l’Oriente. Viceversa, con la nuova politica estera turca in Asia, l’Anatolia potrebbe diventare una rampa dell’Oriente verso un Occidente sempre più in crisi politica ed economica.

Altra importante considerazione da fare, è circa il trade-off americano tra autosufficienza energetica e impegno in Medio Oriente: benché ISAF e la Coalizione dei Volenterosi abbiano aumentato l’instabilità regionale, è indubbio che il controllo e la sicurezza delle vie energetiche e commerciali in quelle zone è ancora garantito grazie alla collaborazione delle forze militari americane. Arrivati all’autosufficienza energetica nei prossimi decenni, gli Stati Uniti potrebbero abbandonare definitivamente il proprio impegno in Asia Centrale[27] e, in tal caso, i Paesi della SCO dovranno essere pronti a raccogliere la sfida della sicurezza delle vie energetiche in un clima politico non facile per tutto il Vicino e il Medio Oriente. Il ruolo della Turchia in questo caso sarebbe fondamentale a causa della propria posizione geografica, che oltre rappresentare un’opportunità è anzitutto una responsabilità. La vicinanza alle nazioni colpite dalle “Primavere Arabe”, al Caucaso sempre più in subbuglio a causa della situazione nel MENA[28] e la questione curda, mettono il governo dell’Akp di fronte ad una grossa responsabilità stabilizzatrice: un maggiore coordinamento con Russia e repubbliche centroasiatiche e una politica di pacificazione con le popolazioni curde potrebbero rendere la Turchia un giocatore fondamentale per la sicurezza euroasiatica.

Nei confronti della questione siriana, l’ingresso nella SCO potrebbe significare un abbassamento di profilo del governo turco; infatti, le posizioni dei Paesi membri circa la questione siriana sono chiare: l’integrità territoriale della Siria è fondamentale, Assad o il partito Baath sono elementi imprescindibili per i negoziati di pace e per il futuro della Siria e l’instaurazione di un nuovo regime sarà affidata al popolo siriano e non ad un Consiglio Nazionale creato ad hoc mettendo insieme solo le eterogenee forze di opposizione. Potrebbe succedere anche che le posizioni turche circa la crisi siriana[29] possano in qualche modo mitigare quelle dei membri della SCO, creando una posizione intermedia tra quella americana e quella russa che potrebbe portare più velocemente alla risoluzione del conflitto che è la priorità di Ankara data l’emergenza profughi nel sud-est del Paese.

Per quanto concerne la situazione caucasica, l’asse Baku-Ankara è diventato quasi un’alleanza. I due Paesi si trovano a collaborare a qualsiasi livello: dalla cultura all’economia. Questo ha portato ad un isolamento ancora più acuto dell’Armenia che nel caso in cui entrasse nella SCO come membro osservatore, potrebbe avere l’opportunità di uscire dall’isolamento diplomatico e riappacificarsi con il vicino turco, magari con la mediazione russa. Alcuni gruppi ultranazionalisti turchi svolgono un importante ruolo in Cecenia: gli Ülkücü Gençlik, meglio conosciuti come Lupi Grigi (Bozkurtlar, in turco) hanno per diversi anni fornito fondi e combattenti ai loro “fratelli” ceceni e la Turchia stessa ha accolto parte della diaspora cecena[30]. Una più stretta collaborazione tra Turchia e Russia nel quadro della SCO[31], potrebbe comportare un’auspicabile e più efficace lotta al terrorismo caucasico.

Avviandomi a conclusione, è bene valutare i possibili risvolti all’interno dell’organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Innanzitutto, è bene sapere che l’Akp e molti cittadini turchi, percepiscono una certa continuità storica, culturale e, in qualche modo anche geografica, che parte dalle sponde dell’Adriatico (dalla Bosnia) e arriva fino alla Grande Muraglia cinese; questa continuità, è la rappresentazione che i turchi hanno di sé stessi nel mondo e la conseguente percezione politica di quella che deve essere la sfera d’influenza del governo turco. Per questo, l’ingresso nella SCO significherebbe mettere un piede nel “giardino” russo centroasiatico e contendersi una considerevole fetta d’influenza politica puntando molto su una storia e su una cultura antica comuni: un modello politico turco[32] potrebbe rappresentare una buona alternativa al modello russo[33]. Rispetto i rapporti economici con i Paesi centroasiatici, una Turchia orientata all’esportazione potrebbe giocarsi importanti fette di mercato e fungere da concorrente di Pechino nei nuovi mercati centroasiatici in espansione. In questo senso, la Turchia riuscirebbe, in una certa maniera, a ricoprire il ruolo di “sorella minore” rispetto al colosso russo e a quello cinese, colei che metterebbe un poco di “ordine in casa”, consentendo ad altri attori, come Mongolia, Pakistan e India di trovare il giusto spazio all’interno dell’organizzazione. La membership di Pakistan e India è legata ad un unico destino, in quanto l’ingresso di una sola delle due sbilancerebbe la SCO rendendola più “cinese” (nel caso in cui entrasse il Pakistan) o più “russa” (viceversa, nel caso in cui entrasse l’India). L’ingresso turco potrebbe suscitare qualche gelosia da parte di Pakistan e India ma anche da parte della Mongolia o dello stesso Iran; la domanda da porsi è se la Cooperazione di Shanghai è sufficientemente matura da poter accogliere tutti questi cinque Stati al suo interno.

Sicuramente, la questione più spinosa è l’ammissione dei due colossi demografici ed economici di India e Pakistan, soprattutto per la questione irrisolta del Kashmir e per le responsabilità delle élite militari e politiche pakistane circa il supporto dato a determinati gruppi jihadisti[34]. Altra questione rimane l’adesione dell’Iran il cui destino all’interno dell’organizzazione è influenzato dall’esito definitivo dei negoziati sul nucleare, in quanto la SCO è assolutamente contro la proliferazione di armi nucleari e di distruzione di massa. L’ingresso della Mongolia e della Turchia parrebbe di più facile accoglimento e in particolare per quanto riguarda quest’ultima, la faccenda risulterebbe parecchio auspicabile e di grande vantaggio per tutte le parti coinvolte. Quello con la SCO è un destino condiviso dalla Turchia e dalle altre popolazioni turche, un cammino che è destinato ad essere percorso “mano nella mano” come ricordava il Ministro degli Esteri turco Davutoğlu[35]; insomma, un matrimonio che s’ha da fare per le ragioni che sono state analizzate, per la sicurezza del Vicino e Medio Oriente, per la prosperità dell’intera Asia e chissà, date le condizioni in cui versa l’Unione Europea, questa scelta di Ankara potrebbe, di riflesso, portare sicurezza e prosperità anche in Europa cui destino è indissolubilmente legato a ciò che si muove a levante.

Marcello Ciola

 

[1] S’intende per Shanghai Spirit il raggiungimento di “soluzioni positive [diplomatiche, n.d.r.] a specifici problemi negli interessi degli Stati Membri” definizione presa da A. LUKIN, The Shanghai Cooperation Organization. What Next?, in “Russia in global affairs”, Foreign Policy Research Foundation, Mosca luglio-settembre 2007, Volume 5, No. 3, p. 1. Nella dichiarazione del quinto anniversario della SCO, nel 2006, si legge che lo Shanghai Spirit si basa su “riciproca fiducia, mutui benefici, eguaglianza, consultazioni, rispetto per le diversità delle culture e aspirazione verso uno sviluppo comune. Questo concetto è alla base della filosofia e del codice di condotta della SCO. Questo arricchisce la teoria e la pratica delle relazioni internazionali contemporanee e incarna l’aspirazione comune della comunità internazionale per l’attuazione della Democrazia nelle relazioni internazionali. Lo Shanghai Spirit è, quindi, d’importanza fondamentale per la comunità internazionale per il perseguimento di un nuovo e non conflittuale modello di relazioni internazionali, un modello che esige il superamento della mentalità della Guerra Fredda e trascende dalle differenze ideologiche”. Ivi, p. 2. Anche all’Art. 4 della Dichiarazione Istitutiva della SCO vi è una definizione di Shanghai Spirit come spirito tendente al“la fiducia reciproca, [al] mutuo vantaggio, [al]l’uguaglianza, [al]la consultazione, [al] rispetto per multiculturalità, cercando lo sviluppo comune”.

[2] Regolamento circa i Membri Osservatori della Shanghai Cooperation Organization del 24 aprile 2004, par. 1 http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=65 [sito consultato il 25 dicembre 2013].

[3] Lo status di osservatore così come quello di partner di dialogo sono estesi anche alle organizzazioni internazionali oltre che agli altri Stati, Carta SCO, art. 14. Ad oggi, sono l’ASEAN, il CSTO, EurAsEC, e il CIS.

[4] Regolamento circa i Membri Osservatori della Shanghai Cooperation Organization del 24 aprile 2004, par. 7, 8, 9, 10, 11.

[5] Regolamento circa lo status di partner di dialogo della Shanghai Cooperation Organization del 28 agosto 2008, cap. II par. 1.5. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=64 [sito consultato il 25 dicembre 2013].

[6] Ivi, cap. II par. 2 e 3.

[7] Ivi, cap. II par. 3.3.

[8] L’espressione “three evils” (tre mali) è ben più antica di quel che si pensa. Essa appartiene, innanzitutto, alle leggende storiche cinesi ( “three evils”; AA.VV., The Chinese Fairy Book, a cura di R. WILHELM, Frederick A. Stokes Company, New York 1921, pp. 212 – 14) ma è ritornata in auge come espressione politica all’inizio degli anni ’50 per combattere la corruzione, lo spreco e la burocrazia (San Fan Yun Dong – Il movimento contro i tre mali mali; LI KWOK-SING, A Glossary of Political Terms of the People’s Republic of China, trad. a cura di Mary Lok, The Chinese University Press, Shatin (Hong Kong) 1995, pp. 361 – 62.). A metà degli anni ’90, i tre mali hanno iniziato ad indicare separatismo, fondamentalismo e terrorismo.

[9] Carta SCO, artt. 1 e 3.

[10] Ad oriente, il concetto di sovranità è inteso come “capacità” e non come “diritto”: un apparato governativo deve essere in grado di autodeterminarsi e di determinare le dinamiche interne al territorio controllato. Una sovranità “forte”, di questo tipo, dipende tre fattori: controllo dell’economia, forza militare e identità culturale. La presenza di autorità, intesa come capacità di acquistare il consenso della massa e mantenerlo in virtù di una legittimazione non basata sul diritto positivo ma su una qualche forma di tradizione che la alimenta e su una naturale propensione dell’essere umano all’organizzazione sociale, diviene fondamentale per l’esercizio di questa “capacità”.

[11] C. ROSS, Russian Politics Under Putin, Manchester University Press, Manchester 2004, p. 64.

[12] Impegno che si manifestò in maniera piena solo nel caso della guerra in Afghanistan; E. VISINTAINER, Il ruolo dell’Esercito Turco in Afghanistan, Il Nodo di Gordio, 14 luglio 2011. http://www.nododigordio.org/asia-centrale/il-ruolo-esercito-turco-in-afghanistan/ [sito consultato il 26 dicembre 2013]. Durante le operazioni in Iraq la Turchia tenne un profilo basso concedendo solo lo spazio aereo alle truppe della Coalizione Multinazionale.

[13] Una grossa protesta nella città uzbeca il giorno 13 maggio del 2005 venne repressa in maniera violenta dalla Guardia Nazionale. Il governo uzbeco imputò l’organizzazione delle proteste al Movimento Islamico dell’Uzbekistan e accusò diverse Ong occidentali di fomentare le rivolte cercando di far divampare una “Rivoluzione Colorata” in Uzbekistan.

[14] A cui seguiranno Bolat Kabdylkhamitovich Nurgaliyev (dal 2007), Muratbek Sansyzbayevich Imanaliyev (dal 2010) e Dmitry Mezentsev (dal 2013).

[15] Un gruppo costituitosi a cavallo tra i due millenni che coinvolge tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan più Russia e USA; nel 2008, Karimov, Presidente dell’Uzbekistan, ha proposto di aggiungere al gruppo anche la Nato.

[16] Probabilmente l’Armenia si unirà all’organizzazione come membro osservatore. Ria Novosti, Armenia seeks SCO observer status, 10 settembre 2013. http://en.ria.ru/world/20130910/183345225.html [sito consultato il 27 dicembre 2013]. Ci sono anche dei tentativi di coinvolgere in qualche maniera il Turkmenistan, la cui neutralità è riconosciuta a livello internazionale ma che potrebbe entrare a far parte dell’organizzazione meramente per quanto concerne le relazioni economico-energetiche. Trend News Agency, Turkmen leader invited to meeting of SCO as honored guest, 28 aprile 2012. http://en.trend.az/regions/casia/turkmenistan/2019863.html [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[17] Ria Novosti, Russia initiates SCO energy club, 26 giugno 2006. http://en.ria.ru/analysis/%2020060621/49855458.html. [sito consultato il 26 dicembre 2013].

[18] Benché Pechino sia intimorita dalla proposta di un cartello del Gas che possa dare maggiore influenza alla Russia nel grande gioco euroasiatico che vede la partecipazioni di diversi global player.

[19] Secondo i dati del 2012 la Turchia risulta essere tra il quindicesimo e il diciassettesimo posto a seconda delle classifiche considerate (se World Bank o IMF o UN o CIA World Factbook) e del metodo di classificazione utilizzato (PIL nominale o PIL/PPP, a parità di potere d’acquisto).

[20] Middle East and  North Africa; processo coadiuvato dai diversi viaggi del Premier Erdogan nei Paesi colpiti dalle rivolte.

[21] Cina e Russia rimangono i principali partner importatori (rispettivamente con il 9,9% e il 9,8% sul totale delle importazioni turche) seguiti da Germania (9,5%), Usa (5,2%) e Italia (5,1%); La Turchia esporta principalmente verso Germania (9% delle esportazioni totali), Iraq (7,6%), U.K. (5,8%), Russia (4,6%), Italia (4,4%). Bisogna anche considerare i vantaggiosissimi contratti stretti con la Russia per quanto concerne l’importazione di gas e petrolio. Fonte: TURKSTAT, dati gennaio-ottobre 2013. Tutto disponibile sul sito del Ministero dell’Economia turco, Economic Outlook, 19 dicembre 2013. http://www.economy.gov.tr/index.cfm?sayfa=economicoutlook. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[22] Hurriyet Daily News, Turkey seeks observer member status in SCO, 1 febbraio 2013. http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-seeks-observer-member-status-in-sco.aspx?pageID=238&nID=40267&NewsCatID=338. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[23] “If we get into the SCO, we will say good-bye to the European Union. The Shanghai Five [former name of the SCO] is better — much more powerful.”. The Diplomat, Turkey: Abandoning the EU for the SCO?, 17 febbraio 2013. http://thediplomat.com/2013/02/turkey-abandoning-the-eu-for-the-sco/ [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[24] “allow us into the Shanghai Cooperation Organization and save us from this trouble”. The Diplomat, Turkey Renews Plea to Join Shanghai Cooperation Organization, 1 dicembre 2013. http://thediplomat.com/2013/12/turkey-renews-plea-to-join-shanghai-cooperation-organization/. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[25] Carnegie Europe, Making Sense of Turkey’s Foreign Policy, 13 dicembre 2013 http://carnegieeurope.eu/2013/12/13/making-sense-of-turkey-s-foreign-policy/gw3f#. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[26] Si veda la questione Eurofighter Vs. F-35.

[27] Gli interessi Usa in Asia Centrale potrebbero esaurirsi all’ambito energetico anche perché è in fallimento l’ambizioso progetto di costruire una “collana di perle attorno al dragone” cinese.

[28] Come se non bastasse, le Olimpiadi di Sochi rappresentano un teatro ideale per gli attentati dei gruppi jihadisti.

[29] Vale a dire, una sostanziale ostilità al regime di Assad.

[30] Sul tema dei rapporti tra Turchia e ceceni consultare: Heralding the Rise of Russia, Turkey&Chechnya. http://theriseofrussia.blogspot.it/p/turkish-volunteers-in-chechnya.html. [sito consultato il 28 dicembre 2013].

[31] Quindi, con l’ausilio del Regional AntiTerrorism Structure (RATS) con sede a Tashkent. http://ecrats.org/en/.

[32] Che sarebbe quello dell’Akp: d’ispirazione islamica ma sostanzialmente laico e democratico.

[33] Un modello laico, democratico ma che a differenza di quello turco si presta più alla multi etnicità e alla multi religiosità. Inoltre, il modello turco potrebbe essere più “apprezzato”, a torto o a ragione, dalle democrazie occidentali rispetto il modello russo.

[34] È bene ricordare che prima dell’adesione dell’Uzebekistan al gruppo di Shanghai nel 2001 (che avrebbe dato vita all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) arrivò una formale richiesta di adesione da parte del Pakistan; questa fu respinta per via del veto tagico che sottolineava la responsabilità di Islamabad circa il supporto dato a gruppi jihadisti che s’infiltravano in Asia Centrale.

[35] Eurasianet, Turkey Makes It Official With SCO, 28 aprile 2013.  http://www.eurasianet.org/node/66896. [sito consultato il 28 dicembre 2013].

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Quo vadis Ungheria? Il cammino della tradizione.

Con le ultime elezioni parlamentari dell’11 e 25 aprile 2010[1], il partito conservatore del Primo Ministro Victor Orban,  il Fidesz[2], ha ottenuto il 52,73% dei voti e più dei due terzi dei seggi del parlamento. Orban ha vinto cavalcando l’onda della crisi finanziaria del Paese, la perdita di credibilità dell’opposizione[3] e soprattutto proponendo la riforma costituzionale tanto attesa dal Paese. L’Ungheria, infatti, fino al 25 aprile 2011 (data dell’approvazione della nuova Costituzione) era l’unico Paese ad avere ancora la Costituzione comunista del 1949, modificata per garantire uno Stato di diritto.

Proprio la nuova Costituzione ha attirato l’attenzione dei mass media e delle istituzioni europee e acceso un forte dibattito tra i politologi sulla direzione intrapresa dal nuovo governo conservatore sia in politica estera che in politica interna. Le questioni sono molteplici: c’è chi ha paventato lo sviluppo di una dittatura, chi un’uscita dall’Unione Europea, chi una normalizzazione forzata e chi uno “spostamento ad est” della politica estera magiara. Una risposta a queste questioni può essere suggerita da alcune considerazioni sulla storia e, quindi, sulle tradizioni del popolo ungherese, che possono servire come “chiave di lettura” della nuova politica, interna ed estera, di Orban.

I popoli dell’Est, Santo Stefano e la dominazione sovietica.

Sulle origini del popolo magiaro, sia dal punto di vista etnico che linguistico[4], c’è ancora un forte dibattito. Le teorie più note sono quella Ugro-Finnica, quella turanista o orientalista, quella magiaro-uigura, la Hun-Avar theory e la teoria dei “magiari bianchi e magiari neri”[5]. Senza entrare nel merito di ogni teoria, possiamo risalire ad un minimo comun denominatore anche se comunque poco preciso: il popolo ha avuto origine su un’area che va dalla odierna Mongolia alla zona dei bassi Urali, dal nord dell’Iran fino all’attuale area dell’Okrug autonomo di Khanty-Mansi, nel distretto federale degli Urali ma geograficamente collocato nella Siberia occidentale.

Prima di trasferirsi nella zona dei Carpazi, le tribù magiare sostarono nella regione dell’Etelköz (“terra tra i due fiumi”) situata a nord-nord-ovest rispetto al Mar Nero. In questo periodo, si erano distaccati dall’Impero Khazaro, con cui continuarono ad avere degli ottimi rapporti. In seguito alle invasioni dei mercenari bulgari di Simeone I di Bulgaria che mal sopportava la pressione magiara a nord est e quella bizantina a sud, i magiari, condotti da Árpád d’Ungheria, si spinsero ad ovest e occuparono la Pannonia.

Le prime fonti scritte testimoniano che migrarono da est ad ovest, stabilendosi nel bacino dei Carpazi nel IX° secolo d.C., vivendo circondati da popolazioni indoeuropee[6].  I rapporti con l’Impero Bizantino furono buoni fino a quando l’esigenza di contenere il comune nemico bulgaro permase. Quindi, stando alle prime fonti scritte, il governo ungherese istituì la giornata della Magyar honfoglalás (la conquista ungherese) collocandola cronologicamente nell’anno 895, data di compromesso tra il 888 e il 900[7].

Altro passaggio importante della storia ungherese fu quando il principe di Nitra, Vajk, riuscì ad ottenere il totale controllo dei popoli magiari e assunse il nome di Stefano I d’Ungheria. Stefano era sposato con Gisella di Baviera e da qualche tempo la sua stirpe (quella degli Árpád) volgeva lo sguardo ad occidente non solo per saccheggiare ma anche per combinare matrimoni con nobili europei. Nel 1006 riuscì a riunificare (con l’aiuto dei germani) tutte le tribù magiare; la tradizione vuole che il 20 agosto[8] dell’anno 1000, Stefano venne elevato a rango di Re e il Papa Silvestro II gli inviò una corona d’oro e pietre preziose, la croce apostolica e una lettera di benedizione. Il giorno di Natale dello stesso anno fu incoronato come Re Cristiano di Ungheria. Tutto ciò rientrava nel disegno dell’Imperatore Ottone III di voler espandere il grande Sacro Romano Impero. In quel momento, Stefano I cambiò il corso degli eventi mischiando le radici storiche, etniche e linguistiche asiatiche dell’Ungheria, con la radice della Cristianità che legava, in quel tempo, la stragrande maggioranza dei popoli europei.

L’Ungheria continuò a prosperare sotto la doppia identità, europea e magiara, fino al 1526, quando fu sconfitta dall’esercito turco e venne smembrata per poi essere riunita nel 1699 (pace di Carlowitz) e posta sotto l’autorità dell’Impero Asburgico. La situazione di convivenza con la corona austriaca continuò con non poche difficoltà fino alla dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico nel 1918.

L’Ungheria cadde in una guerra civile in cui si scontrarono i comunisti di Bela Kun e i reazionari dell’Ammiraglio Horthy; quest’ultimo sconfisse l’avversario e come tutti gli Stati usciti martoriati dal regime imposto da Versailles impostò la sua politica estera sul revisionismo dei trattati[9] e sull’ostilità nei confronti dei suoi vicini Romania, Jugoslavia e Cecoslovacchia che erano in alleanza tra di loro (Piccola Intesa) proprio per contenere le mire espansionistiche ungheresi. Questo atteggiamento sfociò in un forte nazionalismo (che era evidente anche nella politica antiasburgica dell’ammiraglio) e nella vicinanza ai fascismi (italiano, austriaco e tedesco) che porterà l’Ungheria a schierarsi con l’Asse nella Seconda Guerra Mondiale e a subire anche un breve periodo di occupazione tedesca.

Al termine del secondo conflitto mondiale, l’Ungheria si ritrovò nell’Impero Sovietico. L’occupazione comunista rivoluzionò tradizioni, usi, abitudini (sociali ed economiche oltre che politiche) del popolo magiaro, che fu “snaturato” e sicuramente subì molto più di altre realtà nazionali il dominio comunista. In quaranta anni di regime, il malumore nei confronti della classe dirigente sovietica (e dei russi in generale) crebbe e le conseguenze di quest’odio si sono riverberate nelle relazioni russo-ungheresi almeno fino alla prima metà dello scorso decennio.

Orban, il passato nel presente verso il futuro.

Come dicevo nell’introduzione, porre l’accento su determinati aspetti della storia dell’Ungheria è fondamentale per comprendere quanto sta succedendo nel presente. L’entrata nell’Unione Europea avvenuta nel 2004 non rappresenta una formalità o una decisione a interesse meramente economico (come è stato per alcuni degli Stati). È stata una scelta spinta dalla consapevolezza che l’apice della storia magiara è stato (ed è) europeo; l’Europa ha rappresentato e rappresenta la loro casa. Purtroppo, l’ingresso è avvenuto in un periodo buio del continente, in cui l’Unione Europea è in una profonda crisi identitaria e le contraddizioni interne emerse prima dalla “guerra al terrorismo” e poi dalla crisi economica, hanno finito per mettere in ginocchio non solo i rapporti interstatali ma anche quelli intrastatali.

L’esigenza di superare la crisi economica odierna[10] e di andare definitivamente oltre l’era del comunismo cambiando la Costituzione, hanno portato a delle conseguenze sia in politica interna ma soprattutto in politica estera.

Politica interna.

Nel 2010 non bastavano le forti misure economiche e i programmi del FMI per uscire dalla crisi. Anzi, questi ultimi, rifiutati dal presente governo Fidesz per via di una condizionalità troppo asfissiante, rischiavano di aggravare ancora di più la crisi economica del Paese. Quello che serviva era una rivoluzione culturale[11] riconosciuta costituzionalmente e attuata nei fatti. Ed è così che arriva la nuova Costituzione dopo solo un anno di governo. Nel Preambolo, chiamato Nemzeti Hitvallás (professione di fede nazionale), riscontriamo subito l’importanza della storia ungherese, di Santo Stefano come Padre della Patria, della religione Cristiana quale primo passo per l’integrazione a pieno titolo dei popoli europei e il ripudio dei totalitarismi come nazismo e comunismo. L’importanza data alla famiglia come nucleo tradizionale della società magiara, fondata sull’unione eterosessuale e sulla procreazione, è sancita costituzionalmente[12] e nella sezione Libertà e Responsabilità la famiglia e lo Stato sono al centro per quanto riguarda la tutela della dignità[13] e della vita[14] e il diritto alla cultura.

Quello che ha suscitato più polemiche, all’interno come all’esterno dei confini ungheresi, appartiene al lato economico e giuridico. Dal primo punto di vista, la nuova Costituzione si pone a difesa del consumatore, tutelando una concorrenza leale contro l’abuso di posizione dominante sul mercato (art. M); questo ha portato il governo a tassare gli investimenti esteri più ingenti che rischiavano di creare situazioni di monopolio sul mercato, l’Assemblea Nazionale ha anche tassato le banche, le ha costrette a ripagare alcuni debiti da loro contratti in valuta estera (vietando i mutui in valuta estera che facevano da concorrenza con quelli nazionali), ha nazionalizzato 10 miliardi di fondi pensione privati e ridotto di 9 punti le tasse sulle imprese nazionali. Inoltre, la persecuzione di un “bilancio equilibrato, trasparente e sostenibile” (art. N c. 1) vincola tutti gli organi e le istituzioni dell’Ungheria (c. 2 e 3); il Presidente della Banca Centrale è di nomina Presidenziale e dura in carica 6 anni, non può contraddire con i suoi decreti quelli del Parlamento o del Governo. Le novità non finiscono qui: il governo è entrato in “incidente diplomatico” con due colossi dell’industria agroalimentare, la Monsanto e la Pioneer, per via della decisione del Ministero dell’Agricoltura di distruggere 1000 ettari di mais contaminato (Ogm)[15]. Questa decisione si basa su di una normativa stringente in materia che vieta il commercio e la coltivazione su suolo ungherese di prodotti transgenici. Questa norma è fondata ancora una volta su alcune disposizioni costituzionali che impongono la tutela del patrimonio naturale della nazione da preservare per le generazioni future (art. P[16]). Questo probabilmente non gioverà nel breve periodo all’economia magiara[17] ma lascia intuire quanto peso il nuovo governo dia all’economia e quanto ne dà invece alla cultura, alla terra, alla tradizione e alle generazioni future come base per lo sviluppo armonioso della società. A riprova di quanto appena detto, interviene anche un altro articolo costituzionale (art. R c. 3) che impone che le norme della Legge Fondamentale siano interpretate in armonia con il loro fine, con la Professione di fede nazionale e con le conquiste della costituzione storica.

La riforma della giustizia e in particolar modo di quella costituzionale ha dato spazio a non poche critiche a livello internazionale: secondo la stampa estera e alcune istituzioni come Commissione Europea e Commissione di Venezia, l’indipendenza della Corte è minata dalla nuova Legge Fondamentale.

Cosa prevedono le nuove leggi magiare? La nuova Corte ha avuto un ampliamento dei membri (da 11 a 15), tutti questi sono eletti dall’Assemblea Nazionale con maggioranza dei due terzi e nominati dal Presidente della Repubblica. Con scrutinio segreto il Parlamento elegge il Presidente della Corte e la Corte nomina il Vice. Un quarto dell’Assemblea Nazionale, o il governo, o i giudici (rinvio pregiudiziale), o il Commissario per i Diritti Umani possono chiedere il controllo di costituzionalità delle leggi (art. 24 c.2 lett. l, e). Il Parlamento, prima della promulgazione ma una volta approvata la legge, può inviarla alla Corte per l’esame di costituzionalità (e la stessa cosa può fare il Presidente della Repubblica prima di firmarla). Il giudizio della Corte è inappellabile. Il sistema pare non essere molto diverso da quello che ha avuto la Francia per degli anni.

Queste sono state le pressioni esterne[18] che l’Ungheria ha dovuto subire a fronte delle sue riforme costituzionali. Vediamo, invece, come Orban ha reagito e come si è caratterizzata la sua politica estera.

Politica estera. Dal “más Europa, plus d’Europe, több Európa”[19] al ritorno ad Est.

L’aspetto delle relazioni internazionali dell’Ungheria può essere scisso in due fronti: quello con l’Unione Europea e quello con la Russia e i popoli centro asiatici.

L’Ungheria ha sempre mostrato un certo protagonismo in campo europeo: dal gennaio 2010 al giugno 2011, l’Ungheria ha fatto parte del trio alla Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, di cui ha avuto la presidenza vera e propria dal 1° gennaio 2011 fino alla fine del giugno 2011[20]; essendo uno Stato della mitteleuropa, ex comunista, di nuova adesione e legato a diversi gruppi europei come il Gruppo di Visegrad[21] o l’Iniziativa Centro-Europea[22], l’Ungheria si è fatta promotrice di importanti programmi sulla cittadinanza[23], sull’integrazione di Croazia e Ucraina, sul dialogo costante con i Paesi dell’Est Europeo, sullo sviluppo e l’ambiente e sulla maggiore integrazione economica per superare la crisi[24]. Inoltre, lo stesso Orban è stato molto attivo con il PPE poiché eletto per tre volte (2002, 2006 e 2009) tra i vice-presidenti del suddetto partito[25]. In seguito alla riforma costituzionale, i rapporti con l’Unione Europea hanno iniziato un lento declino. Le istituzioni europee hanno mostrato fin da subito preoccupazioni sulla riforma della Corte Costituzionale[26] e, soprattutto sull’indipendenza della Banca Centrale magiara che sarebbe ricaduta sotto controllo politico. Successivamente, le pressioni si sono fatte sentire anche circa le riforme sociali. Orban ha provato più volte a spiegare le sue ragioni non solo dinanzi al popolo ungherese (in Parlamento e per le piazze) ma specialmente davanti alle stesse istituzioni europee ma ha avuto scarso ascolto da parte di queste ultime. Le reiterate accuse e la minaccia di sanzioni, hanno indispettito non poco il Primo Ministro che dopo un primo “muro contro muro” e un invito alle istituzioni internazionali ed europee a non ingerire negli affari interni dell’Ungheria ha deciso di guardare con più insistenza verso Est.

Per tutti gli anni ’90 e per la prima parte degli anni 2000, il forte anti-comunismo di Orban è stato ben gradito all’Unione Europea, anche perché questo lo rendeva guardingo nei confronti dell’ex-dominatore sovietico. Due fattori hanno mutato quest’ultimo atteggiamento ungherese: la crescita della figura internazionale di Putin[27] e l’atteggiamento dell’UE che fa rivivere, sotto altre forme, l’incubo delle ingerenze sovietiche nella politica interna magiara.

La politica di “apertura verso Est” ricopre diversi ambiti oltre quello economico, ma è errato sottovalutare quest’ultimo importante aspetto. La questione della diversificazione economica e dell’approvvigionamento energetico rimangono centrali per un Paese piccolo e caratterizzato da penuria di risorse primarie come l’Ungheria. Perciò, la Russia[28], la Cina[29] e le Repubbliche centroasiatiche rappresentano un’ottima opportunità in questo senso.

Non è un caso che Orban ha visitato la Russia appena è stato eletto e ha dichiarato che la sua non è una semplice visita a Mosca ma è un “ritorno a casa”. L’Ungheria coltiva l’interscambio culturale con i russi attraverso lo scambio di studenti e l’istituzione di diversi centri ed associazioni culturali in entrambi i Paesi, come, ad esempio, l’Associazione Culturale Tolstoj di Budapest; però punto centrale delle relazioni tra i due Stati è la cooperazione economica[30]. Ruolo fondamentale in questo lo svolge il progetto dell’oleodotto South Stream che passerà dal Paese magiaro e porterà notevoli introiti grazie anche alla partecipazione ungherese al progetto. Altro aspetto importante è il riacquisto da parte dell’Ungheria del 21% delle azioni di Mol, il colosso energetico ungherese, precedentemente appartenute ad un altro colosso dell’energia russa, Surgutneftegas.

Il 3 maggio 2012, e per altri due giorni, Orban ha fatto una visita ufficiale ad Astana accompagnato da diverse decine di uomini d’affari per stringere rapporti diplomatici ed economici ancor più proficui con una delle potenze economiche del prossimo decennio. Orban ha definito la visita un successo, rimarcando il suo attrito verso i leader europei che “accettano solo a malincuore e con molte difficoltà” quello che il popolo ungherese ha capito già da tempo: che non si può continuare a vivere come si è vissuto finora e che è “tempo [per l’Ungheria n.d.r.] di tradurre l’alleanza strategica  in cooperazione economica” rivolgendosi verso quei “Paesi in forte espansione”[31]. Il Kazakistan ha più di 50 joint adventure con l’Ungheria che operano nel Paese e il volume di intercambio ha raggiunto grosse dimensioni. Il Kazakistan, dal canto suo, è interessato ai prodotti tecnologici ungheresi, soprattutto quelli concernenti l’agricoltura. Orban, senza troppe difficoltà ha ribadito che “noi attribuiamo grande importanza ai legami storici e culturali che uniscono i nostri popoli. Ammiro la Capitale del Kazakistan, che simboleggia il passaggio dell’umanità in una nuova fase di sviluppo. In un momento in cui gran parte del mondo è in crisi, il Paese continua a crescere”[32].

Ad una prima lettura, parrebbe che il cambio di rotta dell’Ungheria sia palese. Sono, invece, possibili considerazioni di altra natura.

Conclusioni. La forza, la fedeltà e la speranza[33].

Come dicevo nell’introduzione, un filo rosso parte dalla remota storia dei magiari e ci porta nel suo presente. Nel presente, le scelte di politica interna hanno determinato un atteggiamento differente dell’Ungheria in politica estera.

L’Ungheria non si sta allontanando dall’Europa. L’Europa è indubbiamente la sua casa naturale, la sua residenza e il luogo dove il popolo ungherese è uscito dallo stato embrionale e si è dato una identità. Lo dimostrano gli impegni profusi in ambito dell’Unione Europea e lo dimostra ancora di più la sua Costituzione che va oltre ad una visione immanente[34]della Storia e muove dalle profonde radici del popolo magiaro e dell’Europa intera[35]. Le scelte intraprese dall’Ungheria ed in particolare dalla coalizione che ha approvato la Costituzione[36], in difesa dei diritti delle minoranze[37], della supremazia della politica sulle questioni economiche, della tutela dei diritti e del rispetto delle responsabilità del cittadino, hanno riportato il Paese nel solco della tradizione europea superando definitivamente la fase di dominio sovietico.

Al contrario, si potrebbe dire che l’Europa, così come concepita negli ultimi 30 anni, si sta lentamente allontanando dalla sua “costituzione storica” e, quindi, da sé stessa[38].

L’affaccio ad Est” è inquadrabile nello stesso ragionamento: forte della sua tradizione precristiana, riscontrata negli usi e costumi richiamati non solo nelle feste popolari magiare, l’Ungheria è in grado di guardare ad Est senza troppe ambiguità, arricchendo di contenuti culturali la propria, necessaria, diversificazione e cooperazione economica con gli Stati asiatici.

In questo momento il governo ha da pensare ad una crisi economica di portata enorme, una “crisi strutturale”. Una crisi che segna il fallimento di un modus pensandi che ha portato al fallimento di questo modello d’integrazione europea; per superare questo enorme tracollo, l’Ugheria ha pensato che fosse necessario un forte stimolo verso una rivoluzione culturale (riscontrabile nella nuova Costituzione) che superasse gli steccati ideologici[39] e traghettasse il Paese verso una nuova concezione di sé per trovare migliori e più condivise risposte alla crisi che non si limitano a meri calcoli o teorie economiche. L’Ungheria guarda ad Est, ma rimane ferma su una politica pragmatica. Il popolo magiaro agisce soprattutto per se stesso, senza riconoscersi in questo o quest’altro “blocco”, sia esso europeo o euroasiatico. Certamente, il dialogo con tutte le Civiltà che la circondano, politicamente e storicamente, rimane prerogativa fondamentale per la buona riuscita della politica di Orban e per la sua rielezione nel 2014.

La forza del sostegno del popolo, la fedeltà alle proprie radici e la speranza che i primi due elementi insieme riescano a dare il giusto slancio per il futuro, sono i tre valori su cui l’Ungheria ha sempre puntato. Il Paese, seppur piccolo, ha tracciato un grande solco nella Storia europea: quello del dialogo e della pace tra Civiltà, portato avanti in maniera dignitosa e paritaria qualsiasi sia l’interlocutore. Gli Stati e le Istituzioni dell’Europa farebbero bene interrogarsi ora se prendere esempio o meno: la forza, la fedeltà e la speranza ungherese potrebbero essere lo spunto per un nuovo modello di integrazione e la nascita di un’Europa indipendente e potenza di Pace.

Marcello Ciola

Pubblicato su “Il Nodo di Gordio” Anno II, Num. 3 – Settembre 2013


[1] Le date sono due perché il sistema elettorale ungherese prevede che dei 386 membri dell’unica Camera parlamentare, 176 sono eletti in collegio uninominale con doppio turno condizionato: si accede al secondo turno se al primo turno l’affluenza è stata minore del 50% o se nessuno dei candidati ha preso il 50%+1 dei voti. In quest’ultimo caso i tre candidati più votati al primo turno accedono al secondo turno. Se all’ultimo turno si è registrata un’affluenza minore del 25% allora il seggio rimane vacante e viene a far parte dei 58 seggi di compensazione. 152 candidati sono eletti con sistema proporzionale in collegi plurinominali. La soglia di sbarramento è al 5%.

[2] Acronimo di Fiatal Demokraták Szövetsége, Alleanza dei Giovani Democratici, partito fondato dopo il crollo dell’Unione Sovietica ma con degli orientamenti ideali diversi da quelli odierni.

[3] La causa della perdita di credibilità è stata la diffusione di alcune registrazioni in cui il capo del partito socialista al governo, Ferenc Gyurcsany, confidava al sodale di partito che aveva vinto le elezioni mentendo costantemente per un paio di anni sulla reale situazione del Paese e che non erano riusciti a fare nulla per arginare i problemi che affliggevano l’Ungheria. Il testo integrale è reperibile facilmente su internet, basta cercare Ferenc Gyurcsány’s speech in Balatonőszöd in May 2006.

[4] Per un maggiore approfondimento vedere anche James Xueyuan Zhu, The Far-East Ancestors of the Magyars. A Historical and Linguistic Excavation, in International Journal of Central Asian Studies, Seoul, Edito da Choi Han-Woo

Institute of Asian Culture and Development, 1999, vol. 4.

[5] Stephen Sisa, The Spirit of Hungary, New Jersey, Vista Books, 1995, pp 1-6.

[6] Costantino Porfirogenito, De Administrando Imperio, Whashington D.C., Dumbarton Oaks, 1967, p. 175.

[7] Emil Lengyel, 1,000 Years of Hungary, New York, John Day Co., 1958, p. 15.

[8] Questa data è oggi festa nazionale riconosciuta costituzionalmente all’articolo J comma 1b e comma 2 (Festa ufficiale dello Stato).

[9] I confini geografici dell’Ungheria, decisi a Versailles e validi ancora oggi, non corrispondono ai suoi confini etnici. Infatti, possiamo ritenere l’Ungheria l’unico Stato al mondo “circondato etnicamente da se stesso”: ben un terzo degli ungheresi vive fuori dai confini dell’Ungheria (5 milioni di persone). Si rimanda a immagine

[10] Crisi economica che l’Ungheria ha particolarmente sofferto: la transizione da un sistema economico comunista ad uno capitalista ha portato ad un forte deficit della bilancia dei pagamenti negli anni ‘90 e nei primi anni 2000; essendo un Paese povero di materie prime, l’Ungheria ha puntato molto sugli investimenti esteri e sulla politica fiscale (che ha portato l’Ocse a classificare il Paese come paradiso fiscale nel 2000). L’attrazione degli investimenti stranieri ha funzionato in una congettura internazionale piuttosto favorevole (quasi la totalità delle compagnie assicurative e la metà circa delle banche era in mano di compagnie non ungheresi), ma quando è subentrata la forte crisi economica, si è riproposto lo scenario già visto in altri Stati dell’Unione Europea: i capitali hanno iniziato a ritirarsi e il Paese è caduto in crisi economica. Nonostante questo, il Paese è stato l’unico in Europa a chiudere il 2011 con un rapporto debito-PIL in attivo del 4,3% (Fonti: NGM – Ministry for National Economy. EUROSTAT, Hungarian Central Statistical Office – KSH).

[11] In questo caso non in senso progressista bensì in senso “conservatore”: una riscoperta delle proprie radici.

[12] La Costituzione già nel preambolo sottolinea la sacralità del Matrimonio e della famiglia (ribadita nell’art. L), sancisce la parità di genere (art. XV c. 3) e la tutela dei genitori dei figli minorenni e viceversa dei figli maggiorenni nei confronti dei genitori bisognosi (art. XVI). Per le coppie omosessuali vi è una legge e un registro che le riconosce, ma non equipara l’unione omosessuale a quella della famiglia eterosessuale.

[13] Il principio del rispetto della dignità della persona può costituire un limite esterno alla libertà di espressione che se esercitata in maniera non adeguata a tale principio può costituire oggetto di sanzioni (soprattutto nel caso di manifestazioni di odio nei confronti di qualsiasi comunità nazionale).

[14] Questa considerata tale fin dal concepimento.

[15] Nonostante ciò, i rapporti del governo ungherese nei confronti delle altre grandi multinazionali presenti sul territorio nazionale non è peggiorato, anzi, dieci accordi importanti sono stati già siglati con Coca-Cola HBC Hungary, Richter Gedeon Nyrt., Alcoa-Köfém Kft., Daimler AG, Suzuki Hungary Zrt., Hankook Tyre Kft., Microsoft Hungary Kft., GE Hungary Kft., Stadler Trains Hungary Kft. e Tesco-Global Stores Zrt. e altri 40 sono in programma. La bilancia dei pagamenti segna una bilancia commerciale in attivo con un ritorno dei livelli di import a quelli pre-crisi e un livello delle esportazioni addirittura aumentato rispetto i valori precedenti alla crisi (Fonti: KSH – Hungarian Central Statistical Office).

[16] Vale la pena citarlo per esteso: “Le risorse naturali, in particolare il terreno agricolo, i boschi e le riserve idriche, la biodiversità e in particolare le piante e gli animali autoctoni, come pure i valori culturali, formano l’eredità comune della nazione, della cui tutela, sostentamento e custodia per le generazioni future è fatto obbligo allo Stato e a ogni persona”

[17] Anche se, Grazie al Széll Kálmán Plan 2.0, Programma di Convergenza del 2012, i risultati eccellenti dell’anno 2011 non saranno abbattuti per l’anno successivo: il risultato del rapporto debito-PIL per il 2012 si è attestato sul -2,5% (migliore risultato per quanto riguarda i Paesi V4, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) e non andrà oltre la soglia consentita dall’Europa del 3% neanche per il 2013 (Fonte: Commissione Europea).

[18] Altre questioni minori hanno fatto pressione sulla politica interna ungherese. Possiamo sceglierne tre: la questione del diritto allo studio, la questione del vagabondaggio e la questione migratoria. Per quanto concerne la prima questione, il governo Orban ha promosso una legge in cui gli studi universitari sono finanziati dallo Stato solo nel caso in cui lo studente, una volta laureato, lavori per un periodo di tempo più o meno lungo in Ungheria. Secondo la stampa estera (soprattutto europea) questo minerebbe il diritto dello studente di poter scegliere in un futuro dove poter lavorare e renderebbe meno fluida la mobilità del mercato del lavoro europeo. Sul vagabondaggio, il Parlamento approvò un emendamento costituzionale che secondo i rapporti dell’ONU criminalizzava il vagabondaggio andando contro i diritti umani delle fasce più svantaggiate della popolazione. Il governo si era detto contrario a questo tipo di interpretazione: l’inverno ungherese, particolarmente rigido, miete diverse vittime tra i senzatetto, il governo avrebbe dovuto garantire a queste persone un posto caldo e sicuro dove dormire in questo periodo tragico dell’anno. L’impegno del governo, nonostante il ritiro dell’emendamento costituzionale, è continuato investendo 2,8 milioni di euro per la costruzione di alloggi per i senzatetto (http://hungarianglobe.mandiner.hu/cikk/20130123_homelessness_is_not_a_crime). La questione migratoria è ben più spinosa. Per come le notizie sono state scritte sui giornali, pare che la nuova Costituzione e il nuovo governo magiaro, tacciato di autoritarismo tout court, abbiano indotto mezzo miliardo di ungheresi ad emigrare all’estero. Le notizie, così come esposte sono del tutto parziali e faziose: infatti, se andiamo a studiare i dati Eurostat (eccellentemente comparati in queste slide http://www.tarki.hu/hu/news/2012/kitekint/20120921_Hars_migration.pdf) ci accorgiamo come il fenomeno migratorio coinvolge tutta l’Europa da almeno un paio di anni (soprattutto l’Europa dei Pigs) e l’Europa dell’Est in particolare dal 2005, quando il fenomeno è cresciuto in maniera esponenziale (spinto sia dall’ingresso di nuovi Stati nell’Unione Europea e sia dalla crisi economica che ha colpito questo “ventre molle” europeo). Anzi, le migrazioni europee interesserebbero l’Ungheria in quantità addirittura minori rispetto ad altri Paesi della stessa area geografica. L’emigrazione è frenata anche grazie alla nuova politica del lavoro che attraverso strumenti come il Public work programme, il Job Protection Plan, o il Career Path Model for Teachers, ha consentito al Paese di avere un aumento dell’occupazione (Fonte: EUROSTAT) che secondo le proiezioni Eurostat crescerà ancora nei prossimi anni (ora la disoccupazione è al 10,6%, leggermente inferiore alla media europea dell’11% e inferiore di quasi due punti rispetto l’AreaEurohttp://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php?title=File:Unemployment_rates,_seasonally_adjusted,_April_2013.png&filetimestamp=20130531083134). Comunque, non entreremo in questa sede nel merito della questione migratoria ungherese.

[20] Il trio era composto da Spagna, Belgio e Ungheria. Sicuramente il periodo in cui questi tre Stati hanno condiviso questa importante carica è uno tra i più delicati di tutta la storia europea.

[21] http://www.visegradgroup.eu/. La città di Visegrad, dove il gruppo ha firmato il trattato di cooperazione all’integrazione che ha dato vita a questo gruppo (noto anche come V4), ha una forte connotazione simbolica:qui, nel 1335 si tenne un’importante conferenza organizzata da Carlo I d’Ungheria (Carloroberto) a cui parteciparono anche Casimiro III di Polonia e Giovanni I di Boemia. Il gruppo costituito ebbe la funzione di ricompattare i tre regni attorno ad una alleanza anti-asburgica. Dopo 4 anni si tenne una seconda conferenza in occasione della morte di Casimiro, in cui il figlio di Carloroberto, Luigi I, avrebbe ereditato il trono (vacante) del regno di Polonia.

[22] http://www.cei.int/. Gruppo di cooperazione all’integrazione politica, economica e sociale.

[24] http://www.eu2011.hu/files/bveu/documents/HU_PRES_STRONG_EUROPE_EN_3.pdf. Per un sunto dell’operato dell’Ungheria durante il turno di presidenza, consultare anche http://www.kormany.hu/en/european-union.

[26] Che comunque continua ad avere una forte capacità di bloccare importanti leggi del Parlamento ungherese, non ultima quella elettorale.

[27] Come leader post-sovietico, conservatore, patriottico e forte sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali.

[28] Il cui interscambio commerciale ha raggiunto nel 2008 la mole di 14 miliardi di dollari (10 miliardi importati dalla Russia e 4 esportati).

[29] Interscambio commerciale: 9 miliardi di dollari nel 2010. La Bank of China ha la sua sede regionale (VIII distretto) proprio in Ungheria. Ma la collaborazione con la Cina è anche politica, militare, tecnologica (http://www.fmprc.gov.cn/eng/wjb/zzjg/xos/gjlb/3175/) e culturale (http://usa.chinadaily.com.cn/china/2013-04/24/content_16441941.htm). Da segnalare l’apertura dell’Istituto Confucio all’università ELTE di Budapest che avrà un ruolo centrale per tutta l’Europa centro-orientale.

[30] http://news.kremlin.ru/news/17400. Pezzo del discorso di introduzione alla visita di Orban in Russia.

[31] http://www.hungarianambiance.com/2012/05/orban-this-trip-was-resounding-success.html. Le affinità culturali tra i due Paesi sono coltivate da diversi istituti e fondazioni comuni (anche con altri Stati dell’area) come, per esempio, la fondazione magiaro-turanica (Magyar-Turàn Alapitvàny).

[33] All’interno della Costituzione, all’articolo I c. 2, viene spiegato che i colori della bandiera ungherese rappresentano la forza, colore rosso, la fedeltà, colore bianco e la speranza, colore verde.

[34] Visione legata agli ultimi cento o duecento anni di storia, disastrosi per la Storia mondiale ma anche e soprattutto per la Storia ungherese.

[35] È emblematico il riferimento alle “conquiste della Costituzione Storica”.

[36] Che ricordo rappresenta circa il 70% degli ungheresi.

[37] Che siano sociali o etniche non importa, il governo ha mostrato uno spiccato attivismo nei confronti delle fasce meno agiate della popolazione e nei confronti delle minoranze, soprattutto Rom ed Ebree. Basti ricordare l’impegno profuso per i senza tetto; il Congresso Mondiale Ebraico tenuto in questi giorni a Budapest, dove ci sono 24 sinagoghe e una delle comunità ebraiche più grandi d’Europa; le numerose organizzazioni ebraiche visibili direttamente sul sito degli ebrei ungheresi (http://www.zsido.hu/guide/english.htm); inoltre, il partito al governo, Fidesz, ha eletto al Parlamento Europeo la prima donna rom della storia delle istituzioni europee, Lívia Járóka, e seconda parlamentare rom in assoluto.

[38] È impossibile creare una “Unione” di popoli così eterogenei, antichi e ricchi di tradizioni diverse pensando ad una mera unione monetaria, scevra di contenuti importanti e di posizioni rilevanti al suo interno (che vadano oltre la legislazione ipertrofica caratteristica dei moloch burocratici) e all’esterno. L’Europa ha una Storia comune che non è la storia dell’integrazione che parte dal ’45. L’integrazione europea parte da molto più lontano nel tempo.

[39] Ricordo il disprezzo verso comunismo e nazismo presente nel Preambolo.

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Distribuzione degli Ungheresi.

Distribuzione degli Ungheresi.

Europa attorno al 900 d. C.

Europa attorno al 900 d. C.

 

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Venezuela. Vittoria di Maduro; il chavismo è vivo, ma sopravviverà?

Domenica 14 aprile si sono chiusi i seggi delle elezioni per la Presidenza della Repubblica Bolivariana di Venezuela. Sono le seconde elezioni presidenziali in sei mesi, un banco di prova importantissimo sia per il successore di Chavez, Nicolas Maduro, ma anche per l’opposizione capitanata da Henrique Capriles Radonski.

Il risultato e i commenti della stampa.

La vittoria di Maduro non è stata cospicua: il 50,7% contro il 49% di Radonski, uno scarto di 250.000 voti su 14 milioni di votanti (1,78% circa). C’è stata un’affluenza più elevata della media, vicina all’80% degli aventi diritto, dimostrazione del fatto che la morte del leader carismatico Chavez non ha scoraggiato il popolo venezuelano dal partecipare a delle elezioni seppur ravvicinate rispetto alle scorse. I commenti dei giornalisti, analisti e giornalai “nostrani” non si sono fatti attendere e hanno seguito le dichiarazioni di Radonski come uno strascico segue l’abito da sposa. Dal suo profilo twitter, lo sfidante Capriles annuncia di voler “cambiare la volontà espressa dal popolo”[1] riconteggiando le schede e denunciando irregolarità. Questa mattina, nel migliore dei casi si potevano leggere titoli come Vittoria risicata di Maduro, nel peggiore Maduro, un presidente delegittimato.

Se si legge la Costituzione del Venezuela, così come modificata nel 1999, e la Ley Organica del Sufragio y Participaciòn Politica, si comprende come il sistema venezuelano per eleggere il Presidente sia di semplice interpretazione, di immediato risultato e di larga partecipazione. Hanno diritto al voto tutti i cittadini maggiorenni (18 anni), non condannati in via definitiva, senza interdizioni civili e non condannati penalmente[2] iscritti al Registro Elettorale Permanente. Vince il candidato che ha conseguito la maggioranza relativa dei voti nell’unico turno previsto[3]. Le incompatibilità con la carica di Presidente sono definite ex Art. 229 della Costituzione.

Partendo da quest’ultima, tra i due candidati solo Capriles sarebbe delegittimato a esercitare la carica di Presidente, infatti, essendo governatore dello Stato del Miranda dal 2008, risulta incompatibile. Per quanto concerne il risultato, sono due i ragionamenti da fare:

1. Comparando elezioni Presidenziali di altri Stati con quelle del Venezuela, ci si rende conto che gli scarti tra i due candidati non sono poi così diversi  tra diversi Paesi (tranne casi sporadici come la Bulgaria). Anzi, se si tene conto che spesso le elezioni Presidenziali sono caratterizzate da un primo e un secondo turno, possiamo concludere che la “legittimazione” del candidato vincente (seppur con risicato scarto) è di gran lunga più alta in Venezuela (che ha un turno solo e più di due candidati) rispetto agli altri Stati (in cui al primo turno il candidato che prende più voti, di solito, si attesta tra il 28% e il 40%)[4].

2. Bisogna tenere presente che il sistema venezuelano è “il migliore del mondo”[5] anche perché prevede un sistema di voto digitalizzato in grado di leggere le impronte digitali dei votanti che ricevono una ricevuta ogni volta che esercitano il loro diritto; per questo, il rischio di brogli è parecchio ridotto. Non solo. Nella riforma costituzionale apportata da Chavez nel 2000, è previsto l’istituto del referendum revocatorio di metà mandato per tutte le cariche elette della Repubblica, compreso il Presidente.

Maduro sa bene quanto vale la democrazia venezuelana, per questo non ha avuto esitazioni a dichiarare che riconteggiare il 100% dei voti non rappresenta un problema[6].

La sfida politica del dopo Chavez.

A livello di politica interna, il dopo-Chavez lascia una pesante eredità. Dal punto di vista economico, gli anni d’oro del Venezuela sono passati e il Paese deve fare i conti da un paio di anni con l’inflazione, la corruzione e la crisi energetica. Vi è la necessità di conciliare tutti questi problemi con il mantenimento della rivoluzione bolivariana e, quindi, garantire occupazione e servizi soprattutto alle fasce più deboli della popolazione (che soffrono la crisi abitativa). L’inflazione è in calo rispetto al 2011, il PIL (anche quello pro-capite) continua a crescere ma l’indebitamento sta salendo rapidamente e l’industria petrolifera deve fronteggiare il calo del prezzo dell’oro nero[7]. La produzione di energia è sorretta per il 35% da sistemi idroelettrici che fanno calare in maniera notevole la domanda interna di petrolio[8]. Nonostante ciò, urge un piano di diversificazione dell’economia.

Politicamente, Maduro si è trovato e si troverà a fare i conti con i militari. Infatti, a differenza di Chavez, il neo presidente venezuelano non proviene dalle file dell’esercito che ha ancora un ruolo chiave all’interno del Paese. Maduro è un ex guidatore di autobus e un ex sindacalista, ma nonostante questo si è dimostrato all’altezza di dialogare con i militari, ribadendo, anche pubblicamente e anche alla presenza degli stessi Ufficiali, che il momento è critico e c’è la necessità di restare uniti per la difesa della Costituzione. La fermezza che dimostrerà nell’esercizio del potere sarà fondamentale per evitare una fronda militare interna al PSUV.

Maduro è stato per anni il Ministro degli Esteri di Chavez. La sua politica estera è stata caratterizzata dalla vicinanza a Cuba, all’Ecuador, al Brasile e alla Bolivia, dall’anti-americanismo, dalla diffusione del messaggio di Bolivar verso l’estero, dall’amicizia con i Brics e dalla promozione/implementazione di quell’importante progetto che è il Mercosur. Finita la crisi diplomatica con la Colombia del 2010[9], il neo-Presidente dovrà risolvere i problemi di rivendicazione territoriale con il Guyana e cercare di raffreddare un minimo i rapporti con gli Stati Uniti, se non altro per il motivo che gli States assorbono circa il 40% dell’export venezuelano e non pare sia stata proficua la guerra diplomatica dello scorso marzo tra i due Paesi, in cui vi fu un’espulsione reciproca dei corpi diplomatici[10] e a cui si aggiunsero anche le dichiarazioni di Maduro che imputò agli Stati Uniti l’inoculazione del cancro ai danni dell’ormai defunto Chavez.

Conclusioni. Cosa è rimasto del chavismo. Cosa ne rimarrà.

Possiamo con certezza affermare che il chavismo senza Chavez è sopravvissuto: facendo una comparazione tra le scorse presidenziali e le ultime, si può notare sicuramente una notevole flessione in termini percentuali del PSUV (circa il 5%) a fronte di un corrispondente incremento dell’opposizione. Nonostante il calo, la disfatta del chavismo, così come prevista da alcuni, non è arrivata. Le idee sono sopravvissute all’uomo e continuano a marciare tra il popolo. Plausibilmente, il nuovo Presidente si butterà a capofitto nella politica interna, cercando di risolvere i problemi del Paese che per le condizioni economiche in cui versa, renderà più difficile la prosecuzione del progetto bolivariano. L’idea chavista/bolivariana difficilmente sarà messa in disparte: se in politica interna questa è solidarietà alle fasce più deboli, ridistribuzione della ricchezza e socializzazione, probabilmente non c’è candidato migliore di Maduro capace di interpretare le esigenze delle fasce più svantaggiate, soprattutto per la sua stessa provenienza sociale e per la sua gavetta politica. La prosecuzione di questo progetto rivoluzionario, sarà importante non solo per il popolo, ma anche per lo stesso Presidente: con un vantaggio così risicato, ha solo pochi anni per incrementare il consenso ed evitare di essere sconfitto da un referendum revocatorio, che porrebbe fine alla sua carriera politica, ma probabilmente anche al chavismo così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Marcello Ciola.


[3] Ibidem. Art. 10 LOSPP.

[4] Seppur non è un sistema presidenziale e si tratta di risultati relativi all’elezione del Presidente del Consiglio, se si fa un raffronto con elezioni italiane recenti, si possono vedere scarti tra i due candidati di entità di gran lunga minore a quello dell’1,7% che separa Capriles da Maduro. Dati relativi al Senato, elezioni 2013, parlano di uno scarto di 280.000 voti tra Csx e Cdx su un totale di 30 milioni di aventi diritto, vale a dire uno scarto dello 0,93%. Se passiamo alla Camera, nelle stesse elezioni c’è uno scarto dello 0,36%. Se andiamo indietro di qualche anno, nel 2006, i dati relativi alla Camera parlano di uno scarto dello 0,06% (!!!). Non mi sembra che gli organi di stampa nostrani (o esteri) abbiano messo in dubbio la legittimità di chi, seppur di poco, ha vinto le elezioni italiane. Nei confronti del chavismo, probabilmente, il metro di valutazione cambia.

[5] Lo dice la Fondazione Carter Center, dell’ ex Presidente degli Stati Uniti http://venezuelanalysis.com/news/7272.

[9] http://en.mercopress.com/2010/08/12/chavez-admits-colombia-can-sign-military-agreements-even-with-united-states. Questo è quello che emerge dalle fonti. I rapporti rimangono comunque molto freddi.

[10] Maduro accusò gli addetti militari americani a Caracas di interferire con la politica interna venezuelana. Una settimana dopo gli Usa espulsero, in risposta, il corpo diplomatico venezuelano. http://www.nytimes.com/2013/03/12/world/americas/us-expels-two-venezuelan-diplomats.html?ref=todayspaper&_r=1&.

Chavez Maduro la lucha sigue

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Siria, Marò, Corea. Il declino delle feluche.

Di Marcello Ciola

In Siria è crisi profonda. Tra le due Coree ancora peggio.

C’è, però, una crisi ancora più profonda: quelle delle feluche. Uno dei gravi problemi della diplomazia democratica, lo spiega bene Sir Harold Nicolson[1], è la pulsione dei Ministri degli Esteri d’occuparsi in maniera diretta e indiscriminata delle relazioni diplomatiche, spesso davanti ad una telecamera. Tutto ciò ha snaturato, per non dire dissacrato, il reale compito dell’ambasciatore. Da consigliere ad esecutore delle politiche diplomatiche, da “ragno tessitore” a semplice tramite, da rappresentante istituzionale a piérre, mero organizzatore di eventi passerella del proprio Ministro di riferimento. Tutto ciò è accentuato da quella forma di diplomazia che il sopraccitato Nicolson non ha avuto occasione di conoscere e osservare: la diplomazia nell’era della globalizzazione[2]. Siamo in un’epoca in cui lo spazio ha perso dimensione e, quindi, significato; di conseguenza, il tempo è divenuto sempre più irrilevante. Quanto accade con la globalizzazione è di fondamentale rilevanza in un lavoro che necessita di tempo, di meditazione e cautela come quello del diplomatico. Volenti o nolenti, le feluche si ritrovano annaspanti nel vortice degli incalzanti eventi che pretendono risposte rapide, responsabili e, soprattutto, politiche. Si procede, così, ad una raffica di dichiarazioni unilaterali fatte da ministri o capi di governo che lascia poco spazio al dialogo e molto alla perentorietà.

Vediamo qualche caso.

Per la Siria[3], americani e russi trattano una soluzione definitiva delle ostilità[4]. Nel frattempo, a causare l’imbarazzo degli addetti ai lavori interviene il Segretario di Stato Usa, John Kerry, che oscilla tra dichiarazioni pro-soluzione pacifica ed esortazioni rivolte alla Lega Araba di armare i “ribelli siriani”. Ne fa eco l’Unione Europea attraverso i Ministri degli Esteri dei singoli Stati[5]: in particolare, il Ministro degli Esteri francese, Fabius, incoraggia lo sblocco dell’embargo (per lo più formale) sulla vendita di armi ai “ribelli siriani”[6]. Iran e Russia cercano di porre un freno alle dichiarazioni dei governi atlantici con altrettanti tassativi “alt”.

Tra India e Italia si consuma l’ennesimo atto della tragicomica vicenda dei due Marò: a fronte del basso profilo tenuto dalle autorità italiane e nonostante l’alto profilo di quelle indiane, l’ambasciatore Mancini ha lottato duramente affinché si arrivasse ad una soluzione internazionale della vicenda, davanti ad un arbitrato o una corte. A onor del vero, ci era quasi riuscito. Finché l’India decide di annullare i contratti miliardari fatti con Finmeccanica e il Ministro Terzi dichiara (un fulmine a ciel sereno) di voler trattenere in patria i Marò. Al di là del fatto che la vicenda in questione ricorda molto la reazione del bambino che decide di non restituire i pastelli al compagno d’asilo che si rifiuta di tener fede alla promessa di comprargli i doppioni delle figurine dei pokemon, ci sono due considerazioni che vengono in mente: si capisce quanto vale la libertà di due militari italiani per il Ministro degli Esteri Terzi, cioè circa sei miliardi di euro[7]. Si capisce la pochezza diplomatica del Ministro Terzi che nelle settimane (mesi) addietro aveva invocato il diritto internazionale come mezzo per la soluzione della controversia e ora non esita un secondo a ripagare gli indiani con la loro stessa moneta: azione unilaterale ed esacerbazione del principio di sovranità nazionale. Fossi nei panni dell’ambasciatore Mancini sarei veramente in imbarazzo.

Andando a Nord-Est, troviamo un altro grave punto di crisi: in seguito all’inasprimento delle sanzioni Onu, la Corea del Nord, uno Stato inconsapevole, pressoché privo di forti amicizie internazionali e in preda ad un furore pantoclastico simile a quello dell’Aiace sofocleo, attraverso la voce del suo neo leader Kim Jong-un, si lascia andare a minacce di attacchi nucleari e militari preventivi contro il mondo “occidentale”  e ad azioni ostili come la cessazione dell’armistizio del 1953 e il taglio della “linea rossa” telefonica istituita tra le due Coree nel ’71. Anche qui, quello che emerge in maniera preponderante è la mancanza della volontà di avere un dialogo diplomatico ragionevole alle spalle delle telecamere di tutto il mondo. Si procede con teatralità, spirito messianico, deliri di onnipotenza e scarsa attitudine alla realtà dei fatti. In sostanza, è la morte di qualsiasi tipo di diplomazia.

Anche se i casi da citare potrebbero sommarsi (penso al Venezuela, alla questione palestinese, quella ungherese e via discorrendo), in conclusione, pare diffuso il declino della categoria delle feluche nel mondo: assordati dagli strilli dei propri capi di Governo, accecati dal bagliore delle bombe, ammutoliti da retoriche idealiste che poco si adattano ad un mondo multipolare, legati dalla velocità con cui gli eventi si susseguono, fare l’ambasciatore è diventato un compito arduo se non proprio impossibile. Egli non gode più di un mandato in cui muoversi con una certa autonomia, non è vincolato agli obiettivi decretati dal proprio governo, ma dalla considerazione che quest’ultimo ha del corpo diplomatico. Non parlo di decretare in maniera definitiva la “fine della diplomazia […] come istituzione”[8] ma riconoscere il mutamento della stessa da soggetto attivo ad oggetto passivo delle relazioni internazionali. Vi è una necessità manifesta di riadattare il corpo diplomatico ai tempi che corrono e, soprattutto, rieducare i governi all’utilizzo di questo importante strumento dopo essersi liberati dalla retorica messianica wilsoniana e dalla dicotomia buono/cattivo: nel periodo storico multipolare, l’influenza e in un certo senso anche la potenza delle nazioni dipendono fortemente dall’utilizzo oculato e capillare della diplomazia in momenti di pace ma soprattutto in quelli di crisi. Il mondo “civile”, non a caso, ha perso influenza e capacità equilibratrice.


[1] H. NICOLSON, Diplomacy, Oxford University Press, 1963, pp. 61-78.

[2] G. MASSOLO, Il diplomatico nell’era della Globalizzazione e dell’informazione. Ruolo, competenze e preparazione, La Comunità Internazionale, 62 (2), 2007, pp. 237-247.

[3] Appare dapprima scandaloso e poi ridicolo il fatto che uno Stato sovrano non possa per lo meno discutere delle proprie sorti attorno ad un tavolo diplomatico; ma da circa 190 anni l’andazzo è questo, dovuto soprattutto alla retorica ideologizzata di stampo messianico iniettata nel sistema delle relazioni internazionali dalla diplomazia e dalla politica americana.

[4] In realtà, la soluzione definitiva non arriverà prima dei prossimi venti anni: in un Paese in cui vi è un precario seppur pacifico equilibrio etno/religioso, un conflitto di simile portata, anche se esogenamente “indotto” ed alimentato avrà gravissime conseguenze sociali nel lungo termine.

[5] L’alto rappresentante per la politica estera europea, Catherine Ashton, non è in grado di rappresentare neanche se stessa.

[6] Più che una vendita, si tratta di una vera e propria donazione modale.

[7] Prezzo corrispondente alla vendita di 12 elicotteri Augusta-Westland 101.

[8] R. DUCCI, Bidding a fond farewell to the carreer, in “London Times” del 14 gennaio 1980. Se il discorso era valido negli anni ’80, in cui la dicotomia comunismo/occidente era la guida delle relazioni internazionali, potrebbe facilmente essere valido oggi che questa guida si è notevolmente complicata.Use of diplomacy.

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