Shanghai Cooperation Organization e Turchia. Cosa è accaduto e cosa ci si potrebbe aspettare.

(tratto da Il Nodo di Gordio, rivista quadrimestrale di geopolitica ed economia internazionale, Anno III – num. 4 – gennaio 2014)


La Shanghai Cooperation Organization
, membership, valori, attività e fasi storiche.

La Shanghai Cooperation Organization(SCO) nasce nel giugno del 2001 sotto gli auspici dello Shanghai Spirit, che rappresenta la sintesi di un nuovo sistema di valori e un nuovo approccio alle relazioni diplomatiche[1]. I membri fondatori sono Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’organizzazione prevede la possibilità di aderire come Stato Osservatore o Membro di Dialogo. Nonostante questi due tipi di membership siano disciplinati da regolamenti diversi, le modalità di richiesta per aderire alla SCO con qualsiasi tipo di status sono identiche; premessa fondamentale è che lo Stato candidato deve rispettare la “sovranità, l’integrità territoriale e gli uguali diritti degli Stati Membri, deve riconoscere i principali obiettivi, principi e azioni dell’organizzazione”[2]. Lo status richiesto viene concesso dal Consiglio dei Capi di Stato della SCO[3]. In sostanza, lo Stato osservatore non ha il diritto di voto e, quindi, non firma i documenti ufficiali dell’organizzazione; nella forma, durante i meetings esso siede  ad un tavolo separato rispetto agli Stati Membri e sostiene da sé le spese per eventuali interpreti o per altre questioni logistiche[4]. Lo status di osservatore può essere revocato in caso lo Stato commetta azioni o faccia dichiarazioni contro l’organizzazione o uno dei suoi membri.

I Partner di dialogo sono tenuti ad osservare una procedura identica per quanto riguarda l’ottenimento dello status, che si conclude, però, con la stesura di un memorandum tra la SCO e lo Stato candidato in cui si specificano le aree in cui vi sarà collaborazione con l’organizzazione[5]; nelle aree scelte, il partner di dialogo avrà tutti i diritti del membro osservatore[6]. Non potrà partecipare agli incontri preparatori degli Stati Membri ma potrà avere diritto ad un “voto consultivo sulle questioni elencate nel memorandum[7].

Per quanto riguarda l’attività, è centrale la lotta ai “3 mali”: il separatismo, il terrorismo e il fondamentalismo religioso[8]; però, se si studiano più attentamente i trattati, le dichiarazioni e i documenti ufficiali, si nota come lo spettro delle attività svolte è molto eterogeneo seppur conserva una sorta di gerarchia dei temi con delle aree prioritarie che vengono affrontate usualmente durante gli incontri delle varie istituzioni della SCO. Nel novero delle attività della SCO si possono trovare anche favorire rapporti di buon vicinato, incoraggiare la cooperazione politica, economica, scientifica, culturale, tecnologica, scolastica, energetica, nelle comunicazioni, nella tutela dell’ambiente e la costituzione di un più equo e trasparente ordine economico e politico internazionale[9].

I diversi tipi di membership e questa ampia gamma di attività a cui l’organizzazione volge lo sguardo, la rendono estremamente flessibile nelle relazioni internazionali creando qualcosa che, utilizzando termini presi in prestito dalle scienze economiche, si potrebbe definire “un cartello diplomatico” capace di fare blocco su diverse questioni internazionali, soprattutto se legate alla difesa e alla sicurezza, alla lotta al terrorismo internazionale e a questioni energetiche ed economiche. Bisogna considerare che se facesse affidamento solo sulla propria flessibilità e su una vasta gamma di temi di cui occuparsi, la SCO finirebbe per perdere di consistenza e di spessore e sarebbe marginalizzata all’interno dell’arena politica globale; ma la SCO è arricchita da due altri elementi che sono fondamentali per il suo successo internazionale: un sistema di Stati in ascesa politica ed economica e un forte sistema di valori e principi su cui si basa tutta l’attività svolta. Di questi, è importante ricordare la sovranità nazionale di tipo forte[10], il principio di non interferenza negli affari interni di uno Stato Membro, l’integrità territoriale, sviluppo reciproci, consultazione, equità e rispetto di ogni civiltà.

Caratterizzata dagli elementi che sono stati brevemente elencati sopra, la SCO ha passato due distinte fasi storiche, l’una di istituzionalizzazione e consolidamento interno e l’altra di crescita e affermazione esterna. La prima fase è stata condizionata dalla nuova “guerra al terrore” americana iniziata nei mesi successivi agli attentati alle Torri Gemelle: questi hanno rappresentato per la SCO una buona occasione per mettersi in gioco come organismo antiterrorismo efficace e riconosciuto dalla comunità internazionale, Stati Uniti e Nato in testa. Gli interessi dell’organizzazione al perseguimento di una politica amichevole e di collaborazione con la Nato erano, di riflesso, gli interessi di politica interna ed estera di ogni Stato Membro: la Cina e gli Stati centroasiatici cercavano un’ufficiale legittimazione alle loro politiche di lotta al terrorismo, fenomeno che ha colpito duramente la regione negli anni ’90; anche la Russia cercava comprensione e sostegno da parte di tutti gli Stati occidentali per quanto riguarda la sua difficile situazione nel nord del Caucaso; da pochi anni affacciatosi sulla ribalta internazionale, Putin cercò di migliorare le proprie relazioni con gli Stati Uniti accettando la presenza americana in Asia Centrale e cercando, in cambio, una condivisione della battaglia del Cremlino in Cecenia; si arrivò alla firma del SORT o Trattato di Mosca del maggio 2002 per la riduzione delle armi di distruzioni di massa, che costò a Putin le critiche di qualche politico russo, tra cui vi era l’ex speaker della Duma, Gennadiy Seleznev, che lo tacciò di “filo americanismo”[11]. In quegli anni, anche la Turchia aveva fatto i conti con il terrorismo internazionale e nazionale: la questione curda e gli attentati da parte di organizzazioni terroristiche esterne come il Movimento Islamico del Turkestan, erano alcune delle motivazioni che hanno spinto il governo di Ankara a lottare in prima linea contro il terrorismo internazionale[12]. La membership della Turchia all’interno della Nato e l’ovvio interesse a stringere più profonde relazioni con i Paesi ad Oriente, soprattutto con le economie emergenti, hanno convissuto senza troppi disagi fino al 2005, quando i rapporti tra la Cooperazione di Shanghai e l’Occidente hanno iniziato ad incrinarsi: l’ormai dubbia efficacia della missione ISAF su territorio afghano che aumentava sempre di più l’instabilità di tutta la regione centroasiatica e i fatti di Andijan, in Uzbekistan[13], segnarono una scollatura all’interno di quella che sarebbe potuta diventare (in maniera del tutto utopistica) una coalizione internazionale antiterrorismo.

La Turchia, la SCO e gli interessi in Asia Centrale.

Gli anni che seguirono il 2005 furono anni di lenta trasformazione degli assetti geostrategici della regione centroasiatica e di modifica delle relazioni internazionali globali. Dopo la nomina del primo Segretario Generale, Zhang Deguang[14], (Mosca 2003), l’approvazione del suo primo bilancio annuale (Pechino 2004), delle linee guida per la collaborazione economica (Pechino 2004) e dopo l’inizio dell’attività di organi fondamentali quali il Segretariato (Pechino 2004), il RATS (Tashkent 2004) e le istituzioni finanziarie (Interbank Consortium, 2005, Business Council, Pechino 2006), la SCO era ormai in condizione di intraprendere una politica di sicurezza attiva ed efficace in Asia Centrale: l’organizzazione ha istituito un gruppo di contatto con il governo afghano con cui ha stilato un piano interstatale per la lotta al terrorismo e al traffico di droga e armi, si è impegnata a coinvolgere tutti gli Stati centroasiatici per la soluzione dell’instabilità afghana attraverso il cosiddetto 6+2 group[15], ha chiesto a più riprese (e otterrà nel 2014) il ritiro completo delle truppe statunitensi ed europee dall’Asia Centrale dentro e fuori i confini dell’Afghanistan e ha stilato una più stretta collaborazione con gli organi delle Nazioni Unite. Nel frattempo, la SCO si è allargata accogliendo nuovi e importanti membri osservatori tra cui l’India, il Pakistan, l’Iran, l’Afghanistan, e la Mongolia e partner di dialogo: la Bielorussia, lo Sri Lanka e la Turchia[16]; anche la rete di relazioni con altre organizzazioni internazionali e regionali si è arricchita e si è consolidata: la SCO collabora sempre più di frequente con il Commonwealth degli Stati Indipendenti (CIS), con l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), con l’EurAsEc, con l’ASEAN, con l’Organizzazione per la Sicurezza e Cooperazione in Europa (OSCE).

Al di là dell’azione legata all’hard security, l’attività odierna della SCO è comprensibile solo attraverso la considerazione di un altro importante aspetto delle relazioni tra gli Stati che partecipano ai lavori dell’organizzazione: quello economico-energetico. In questa maniera è meglio comprensibile anche la scelta turca di voler entrare a far parte della SCO come partner di dialogo nel giugno del 2012. La relazione tra sicurezza ed economia diviene imprescindibile se si vuole ottenere sviluppo, prosperità e pieno controllo delle risorse energetiche in un’area così vasta. Con un territorio molto difficile e con diversi gruppi terroristici operanti lungo tutta quella grande via commerciale che è la cosiddetta new silk road, la SCO ha colto immediatamente l’opportunità di svolgere un ruolo nella tutela dei traffici commerciali ed energetici, oltre che diventare un ottimo forum per la promozione del progetto putiniano di “OPEC del gas”[17] di cui sovente si sente parlare sulle riviste e sui siti che trattano temi legati all’energia. Gli interessi dell’asse Mosca-Pechino sono ampiamente complementari dal punto di vista economico energetico[18]: alla Cina interessa importare risorse energetiche a buon mercato ed esportare facilmente e celermente i propri prodotti; alla Russia e alle altre repubbliche centroasiatiche (Iran compreso) interessa esportare in maniera sicura le proprie materie prime e importare beni per il proprio mercato interno. In questo discorso si inserisce molto bene il progetto turco di voler divenire un fondamentale hub energetico euroasiatico. Il “Nuovo Grande Gioco” si regge e si reggerà per i prossimi decenni sul controllo dei giacimenti e sull’esportazione di risorse strategiche; le ambizioni turche sono vincolate da una scarsa presenza di petrolio e gas sul proprio territorio: un Paese dal lampante successo economico qual è la Turchia non può far altro che giocarsi la carta geografica e determinarsi come una fondamentale ed affidabile terra di transito delle principali vie energetiche e commerciali. Questo genere di strategia politica consente alla Turchia di alimentare ancora oggi quella “rivoluzione silenziosa”, nata non nella cosmopolita Istanbul ma nel cuore laborioso e tradizionale dell’Anatolia, che probabilmente riuscirà a far raggiungere l’obiettivo di entrare nella classifica delle prime dieci economie al mondo entro il 2023[19]. A questa strategia energetica turca, si aggiungono altri fattori rilevanti quali le relazioni economiche con Mosca e con Pechino, le relazioni politiche con l’Unione Europea e il crescente interesse a sistemare in maniera definitiva tutti i problemi di sicurezza soprattutto in tutta la zona est del Paese. Andando per ordine, è necessario premettere che gli scambi commerciali ed economici con l’Europa rimangono preponderanti nell’economia turca, ma una sponda sud del Mediterraneo in fiamme a causa delle cosiddette “Primavere Arabe” e la crisi economica che sta vivendo l’Unione Europea hanno rappresentato per Ankara l’opportunità di affermarsi economicamente nella regione dei MENA[20] e hanno aumentato di gran lunga i flussi economici verso e da Russia e Cina[21]. I continui dietrofront, le difficili condizioni e i numerosi criteri imposti dall’Unione Europea per portare a compimento un cinquantennale processo di adesione, le pesanti critiche della stampa e di molti politici europei, i continui “no” di Francia e Germania mascherati da questione democratica e questione armena ma che in realtà celano interessi ben più pragmatici e meno “nobili” legati soprattutto al peso politico ed economico che l’ingresso della Turchia potrebbe avere nell’Unione Europea,  hanno disincantato il governo ed il popolo turco circa una prossima adesione all’UE e hanno distaccato il Paese dal tradizionale impegno nell’arena politica europea per spostarlo più ad est. In questa maniera, un processo di pacificazione ed apertura politica verso le popolazioni curde che ha coinvolto il leader curdo Barzani e  il governo del Kurdistan irakeno di Erbil escludendo quello di Baghdad, diviene tassello importante di quel progetto di realizzazione di una nuova e, soprattutto, sicura via della seta che dalla Cina porta verso l’Europa, di cui la SCO è diventata il principale baluardo.

 

Scenari presenti e prospettive future di un’adesione turca alla SCO.

Le relazioni tra Turchia, SCO, Unione Europea e MENA sono state dei semplici “giri di walzer” ma che rispetto ai ben più noti giri di walzer italiani d’inizio ‘900 presentano una più genuina coerenza con la politica estera multi direzionale turca dell’ultimo decennio. Fino a qualche anno fa, pareva quasi scontato che il matrimonio con l’Unione Europea fosse alle porte. Negli ultimi periodi, però, le relazioni internazionali tra la Turchia e il blocco della SCO si sono intensificate e i giri di walzer sembrano volgere al termine. All’inizio del 2013 c’era la possibilità che la Turchia si unisse ai membri osservatori della Cooperazione di Shanghai[22], e il Premier turco, Erdogan, aveva a più riprese sottolineato che un ingresso nella SCO avrebbe significato una chiusura definitiva dei negoziati di adesione all’UE[23]; negli ultimi due mesi del 2013, probabilmente anche perché frustrato dalle estenuanti trattative con l’UE, Erdogan ha chiesto a Putin un’adesioneall’Organizzazione di Shanghai dicendo, riferendosi all’esperienza con l’UE, “Permetteteci di entrare nella SCO e salvateci da questo guaio”[24]. Capita sovente di sentire o di leggere che le dichiarazioni del Premier turco rappresentino una mera minaccia all’UE, piuttosto che una vera e propria intenzione di abbandonare il campo europeo in favore di quello asiatico[25]. A parere di chi scrive, la Turchia ha abituato a ben altro tipo di relazioni con l’estero: ad una dichiarazione corrispondono uno o più fatti coerenti con quelle che sono le posizioni espresse. Certo è che un avvicinamento al blocco della SCO potrebbe non implicare necessariamente la rottura delle relazioni diplomatiche con l’UE: la Turchia non è interessata a “mezze membership” ma continuerà comunque ad interessarsi con attenzione agli affari europei. La stessa cosa dicesi per le relazioni con la Nato: il fatto che la Turchia abbia acquistato missili cinesi e si stia dotando di un proprio sistema missilistico, non implica un’uscita dall’organizzazione militare occidentale. Indubbiamente, questo fatto rincuora Pechino e soprattutto Mosca che si è sempre lamentata delle pressioni esercitate dallo scudo missilistico Nato ai propri confini europei e caucasici; inoltre, gli alti comandi della Nato non sono sicuramente contenti di quanto sta accadendo poiché essi sono abituati ad un comportamento di gran lunga più accondiscendente e meno incline ad autonomie decisionali degli alleati europei che spesso sono costretti a mettere in disparte i propri progetti di difesa comune per rispettare disposizioni che arrivano direttamente dall’altra parte dell’Atlantico[26]. La SCO non è una organizzazione esclusivamente di difesa e differisce parecchio da quelli che sono gli obiettivi della Nato che risponde ancora alle logiche dei blocchi della guerra fredda; invece, quello che potrebbe cambiare in questo rapporto a tre è la situazione geostrategica della penisola anatolica: infatti, questa è stata da sempre considerata una rampa dell’Occidente verso l’Oriente. Viceversa, con la nuova politica estera turca in Asia, l’Anatolia potrebbe diventare una rampa dell’Oriente verso un Occidente sempre più in crisi politica ed economica.

Altra importante considerazione da fare, è circa il trade-off americano tra autosufficienza energetica e impegno in Medio Oriente: benché ISAF e la Coalizione dei Volenterosi abbiano aumentato l’instabilità regionale, è indubbio che il controllo e la sicurezza delle vie energetiche e commerciali in quelle zone è ancora garantito grazie alla collaborazione delle forze militari americane. Arrivati all’autosufficienza energetica nei prossimi decenni, gli Stati Uniti potrebbero abbandonare definitivamente il proprio impegno in Asia Centrale[27] e, in tal caso, i Paesi della SCO dovranno essere pronti a raccogliere la sfida della sicurezza delle vie energetiche in un clima politico non facile per tutto il Vicino e il Medio Oriente. Il ruolo della Turchia in questo caso sarebbe fondamentale a causa della propria posizione geografica, che oltre rappresentare un’opportunità è anzitutto una responsabilità. La vicinanza alle nazioni colpite dalle “Primavere Arabe”, al Caucaso sempre più in subbuglio a causa della situazione nel MENA[28] e la questione curda, mettono il governo dell’Akp di fronte ad una grossa responsabilità stabilizzatrice: un maggiore coordinamento con Russia e repubbliche centroasiatiche e una politica di pacificazione con le popolazioni curde potrebbero rendere la Turchia un giocatore fondamentale per la sicurezza euroasiatica.

Nei confronti della questione siriana, l’ingresso nella SCO potrebbe significare un abbassamento di profilo del governo turco; infatti, le posizioni dei Paesi membri circa la questione siriana sono chiare: l’integrità territoriale della Siria è fondamentale, Assad o il partito Baath sono elementi imprescindibili per i negoziati di pace e per il futuro della Siria e l’instaurazione di un nuovo regime sarà affidata al popolo siriano e non ad un Consiglio Nazionale creato ad hoc mettendo insieme solo le eterogenee forze di opposizione. Potrebbe succedere anche che le posizioni turche circa la crisi siriana[29] possano in qualche modo mitigare quelle dei membri della SCO, creando una posizione intermedia tra quella americana e quella russa che potrebbe portare più velocemente alla risoluzione del conflitto che è la priorità di Ankara data l’emergenza profughi nel sud-est del Paese.

Per quanto concerne la situazione caucasica, l’asse Baku-Ankara è diventato quasi un’alleanza. I due Paesi si trovano a collaborare a qualsiasi livello: dalla cultura all’economia. Questo ha portato ad un isolamento ancora più acuto dell’Armenia che nel caso in cui entrasse nella SCO come membro osservatore, potrebbe avere l’opportunità di uscire dall’isolamento diplomatico e riappacificarsi con il vicino turco, magari con la mediazione russa. Alcuni gruppi ultranazionalisti turchi svolgono un importante ruolo in Cecenia: gli Ülkücü Gençlik, meglio conosciuti come Lupi Grigi (Bozkurtlar, in turco) hanno per diversi anni fornito fondi e combattenti ai loro “fratelli” ceceni e la Turchia stessa ha accolto parte della diaspora cecena[30]. Una più stretta collaborazione tra Turchia e Russia nel quadro della SCO[31], potrebbe comportare un’auspicabile e più efficace lotta al terrorismo caucasico.

Avviandomi a conclusione, è bene valutare i possibili risvolti all’interno dell’organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Innanzitutto, è bene sapere che l’Akp e molti cittadini turchi, percepiscono una certa continuità storica, culturale e, in qualche modo anche geografica, che parte dalle sponde dell’Adriatico (dalla Bosnia) e arriva fino alla Grande Muraglia cinese; questa continuità, è la rappresentazione che i turchi hanno di sé stessi nel mondo e la conseguente percezione politica di quella che deve essere la sfera d’influenza del governo turco. Per questo, l’ingresso nella SCO significherebbe mettere un piede nel “giardino” russo centroasiatico e contendersi una considerevole fetta d’influenza politica puntando molto su una storia e su una cultura antica comuni: un modello politico turco[32] potrebbe rappresentare una buona alternativa al modello russo[33]. Rispetto i rapporti economici con i Paesi centroasiatici, una Turchia orientata all’esportazione potrebbe giocarsi importanti fette di mercato e fungere da concorrente di Pechino nei nuovi mercati centroasiatici in espansione. In questo senso, la Turchia riuscirebbe, in una certa maniera, a ricoprire il ruolo di “sorella minore” rispetto al colosso russo e a quello cinese, colei che metterebbe un poco di “ordine in casa”, consentendo ad altri attori, come Mongolia, Pakistan e India di trovare il giusto spazio all’interno dell’organizzazione. La membership di Pakistan e India è legata ad un unico destino, in quanto l’ingresso di una sola delle due sbilancerebbe la SCO rendendola più “cinese” (nel caso in cui entrasse il Pakistan) o più “russa” (viceversa, nel caso in cui entrasse l’India). L’ingresso turco potrebbe suscitare qualche gelosia da parte di Pakistan e India ma anche da parte della Mongolia o dello stesso Iran; la domanda da porsi è se la Cooperazione di Shanghai è sufficientemente matura da poter accogliere tutti questi cinque Stati al suo interno.

Sicuramente, la questione più spinosa è l’ammissione dei due colossi demografici ed economici di India e Pakistan, soprattutto per la questione irrisolta del Kashmir e per le responsabilità delle élite militari e politiche pakistane circa il supporto dato a determinati gruppi jihadisti[34]. Altra questione rimane l’adesione dell’Iran il cui destino all’interno dell’organizzazione è influenzato dall’esito definitivo dei negoziati sul nucleare, in quanto la SCO è assolutamente contro la proliferazione di armi nucleari e di distruzione di massa. L’ingresso della Mongolia e della Turchia parrebbe di più facile accoglimento e in particolare per quanto riguarda quest’ultima, la faccenda risulterebbe parecchio auspicabile e di grande vantaggio per tutte le parti coinvolte. Quello con la SCO è un destino condiviso dalla Turchia e dalle altre popolazioni turche, un cammino che è destinato ad essere percorso “mano nella mano” come ricordava il Ministro degli Esteri turco Davutoğlu[35]; insomma, un matrimonio che s’ha da fare per le ragioni che sono state analizzate, per la sicurezza del Vicino e Medio Oriente, per la prosperità dell’intera Asia e chissà, date le condizioni in cui versa l’Unione Europea, questa scelta di Ankara potrebbe, di riflesso, portare sicurezza e prosperità anche in Europa cui destino è indissolubilmente legato a ciò che si muove a levante.

Marcello Ciola

 

[1] S’intende per Shanghai Spirit il raggiungimento di “soluzioni positive [diplomatiche, n.d.r.] a specifici problemi negli interessi degli Stati Membri” definizione presa da A. LUKIN, The Shanghai Cooperation Organization. What Next?, in “Russia in global affairs”, Foreign Policy Research Foundation, Mosca luglio-settembre 2007, Volume 5, No. 3, p. 1. Nella dichiarazione del quinto anniversario della SCO, nel 2006, si legge che lo Shanghai Spirit si basa su “riciproca fiducia, mutui benefici, eguaglianza, consultazioni, rispetto per le diversità delle culture e aspirazione verso uno sviluppo comune. Questo concetto è alla base della filosofia e del codice di condotta della SCO. Questo arricchisce la teoria e la pratica delle relazioni internazionali contemporanee e incarna l’aspirazione comune della comunità internazionale per l’attuazione della Democrazia nelle relazioni internazionali. Lo Shanghai Spirit è, quindi, d’importanza fondamentale per la comunità internazionale per il perseguimento di un nuovo e non conflittuale modello di relazioni internazionali, un modello che esige il superamento della mentalità della Guerra Fredda e trascende dalle differenze ideologiche”. Ivi, p. 2. Anche all’Art. 4 della Dichiarazione Istitutiva della SCO vi è una definizione di Shanghai Spirit come spirito tendente al“la fiducia reciproca, [al] mutuo vantaggio, [al]l’uguaglianza, [al]la consultazione, [al] rispetto per multiculturalità, cercando lo sviluppo comune”.

[2] Regolamento circa i Membri Osservatori della Shanghai Cooperation Organization del 24 aprile 2004, par. 1 http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=65 [sito consultato il 25 dicembre 2013].

[3] Lo status di osservatore così come quello di partner di dialogo sono estesi anche alle organizzazioni internazionali oltre che agli altri Stati, Carta SCO, art. 14. Ad oggi, sono l’ASEAN, il CSTO, EurAsEC, e il CIS.

[4] Regolamento circa i Membri Osservatori della Shanghai Cooperation Organization del 24 aprile 2004, par. 7, 8, 9, 10, 11.

[5] Regolamento circa lo status di partner di dialogo della Shanghai Cooperation Organization del 28 agosto 2008, cap. II par. 1.5. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=64 [sito consultato il 25 dicembre 2013].

[6] Ivi, cap. II par. 2 e 3.

[7] Ivi, cap. II par. 3.3.

[8] L’espressione “three evils” (tre mali) è ben più antica di quel che si pensa. Essa appartiene, innanzitutto, alle leggende storiche cinesi ( “three evils”; AA.VV., The Chinese Fairy Book, a cura di R. WILHELM, Frederick A. Stokes Company, New York 1921, pp. 212 – 14) ma è ritornata in auge come espressione politica all’inizio degli anni ’50 per combattere la corruzione, lo spreco e la burocrazia (San Fan Yun Dong – Il movimento contro i tre mali mali; LI KWOK-SING, A Glossary of Political Terms of the People’s Republic of China, trad. a cura di Mary Lok, The Chinese University Press, Shatin (Hong Kong) 1995, pp. 361 – 62.). A metà degli anni ’90, i tre mali hanno iniziato ad indicare separatismo, fondamentalismo e terrorismo.

[9] Carta SCO, artt. 1 e 3.

[10] Ad oriente, il concetto di sovranità è inteso come “capacità” e non come “diritto”: un apparato governativo deve essere in grado di autodeterminarsi e di determinare le dinamiche interne al territorio controllato. Una sovranità “forte”, di questo tipo, dipende tre fattori: controllo dell’economia, forza militare e identità culturale. La presenza di autorità, intesa come capacità di acquistare il consenso della massa e mantenerlo in virtù di una legittimazione non basata sul diritto positivo ma su una qualche forma di tradizione che la alimenta e su una naturale propensione dell’essere umano all’organizzazione sociale, diviene fondamentale per l’esercizio di questa “capacità”.

[11] C. ROSS, Russian Politics Under Putin, Manchester University Press, Manchester 2004, p. 64.

[12] Impegno che si manifestò in maniera piena solo nel caso della guerra in Afghanistan; E. VISINTAINER, Il ruolo dell’Esercito Turco in Afghanistan, Il Nodo di Gordio, 14 luglio 2011. http://www.nododigordio.org/asia-centrale/il-ruolo-esercito-turco-in-afghanistan/ [sito consultato il 26 dicembre 2013]. Durante le operazioni in Iraq la Turchia tenne un profilo basso concedendo solo lo spazio aereo alle truppe della Coalizione Multinazionale.

[13] Una grossa protesta nella città uzbeca il giorno 13 maggio del 2005 venne repressa in maniera violenta dalla Guardia Nazionale. Il governo uzbeco imputò l’organizzazione delle proteste al Movimento Islamico dell’Uzbekistan e accusò diverse Ong occidentali di fomentare le rivolte cercando di far divampare una “Rivoluzione Colorata” in Uzbekistan.

[14] A cui seguiranno Bolat Kabdylkhamitovich Nurgaliyev (dal 2007), Muratbek Sansyzbayevich Imanaliyev (dal 2010) e Dmitry Mezentsev (dal 2013).

[15] Un gruppo costituitosi a cavallo tra i due millenni che coinvolge tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan più Russia e USA; nel 2008, Karimov, Presidente dell’Uzbekistan, ha proposto di aggiungere al gruppo anche la Nato.

[16] Probabilmente l’Armenia si unirà all’organizzazione come membro osservatore. Ria Novosti, Armenia seeks SCO observer status, 10 settembre 2013. http://en.ria.ru/world/20130910/183345225.html [sito consultato il 27 dicembre 2013]. Ci sono anche dei tentativi di coinvolgere in qualche maniera il Turkmenistan, la cui neutralità è riconosciuta a livello internazionale ma che potrebbe entrare a far parte dell’organizzazione meramente per quanto concerne le relazioni economico-energetiche. Trend News Agency, Turkmen leader invited to meeting of SCO as honored guest, 28 aprile 2012. http://en.trend.az/regions/casia/turkmenistan/2019863.html [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[17] Ria Novosti, Russia initiates SCO energy club, 26 giugno 2006. http://en.ria.ru/analysis/%2020060621/49855458.html. [sito consultato il 26 dicembre 2013].

[18] Benché Pechino sia intimorita dalla proposta di un cartello del Gas che possa dare maggiore influenza alla Russia nel grande gioco euroasiatico che vede la partecipazioni di diversi global player.

[19] Secondo i dati del 2012 la Turchia risulta essere tra il quindicesimo e il diciassettesimo posto a seconda delle classifiche considerate (se World Bank o IMF o UN o CIA World Factbook) e del metodo di classificazione utilizzato (PIL nominale o PIL/PPP, a parità di potere d’acquisto).

[20] Middle East and  North Africa; processo coadiuvato dai diversi viaggi del Premier Erdogan nei Paesi colpiti dalle rivolte.

[21] Cina e Russia rimangono i principali partner importatori (rispettivamente con il 9,9% e il 9,8% sul totale delle importazioni turche) seguiti da Germania (9,5%), Usa (5,2%) e Italia (5,1%); La Turchia esporta principalmente verso Germania (9% delle esportazioni totali), Iraq (7,6%), U.K. (5,8%), Russia (4,6%), Italia (4,4%). Bisogna anche considerare i vantaggiosissimi contratti stretti con la Russia per quanto concerne l’importazione di gas e petrolio. Fonte: TURKSTAT, dati gennaio-ottobre 2013. Tutto disponibile sul sito del Ministero dell’Economia turco, Economic Outlook, 19 dicembre 2013. http://www.economy.gov.tr/index.cfm?sayfa=economicoutlook. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[22] Hurriyet Daily News, Turkey seeks observer member status in SCO, 1 febbraio 2013. http://www.hurriyetdailynews.com/turkey-seeks-observer-member-status-in-sco.aspx?pageID=238&nID=40267&NewsCatID=338. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[23] “If we get into the SCO, we will say good-bye to the European Union. The Shanghai Five [former name of the SCO] is better — much more powerful.”. The Diplomat, Turkey: Abandoning the EU for the SCO?, 17 febbraio 2013. http://thediplomat.com/2013/02/turkey-abandoning-the-eu-for-the-sco/ [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[24] “allow us into the Shanghai Cooperation Organization and save us from this trouble”. The Diplomat, Turkey Renews Plea to Join Shanghai Cooperation Organization, 1 dicembre 2013. http://thediplomat.com/2013/12/turkey-renews-plea-to-join-shanghai-cooperation-organization/. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[25] Carnegie Europe, Making Sense of Turkey’s Foreign Policy, 13 dicembre 2013 http://carnegieeurope.eu/2013/12/13/making-sense-of-turkey-s-foreign-policy/gw3f#. [sito consultato il 27 dicembre 2013].

[26] Si veda la questione Eurofighter Vs. F-35.

[27] Gli interessi Usa in Asia Centrale potrebbero esaurirsi all’ambito energetico anche perché è in fallimento l’ambizioso progetto di costruire una “collana di perle attorno al dragone” cinese.

[28] Come se non bastasse, le Olimpiadi di Sochi rappresentano un teatro ideale per gli attentati dei gruppi jihadisti.

[29] Vale a dire, una sostanziale ostilità al regime di Assad.

[30] Sul tema dei rapporti tra Turchia e ceceni consultare: Heralding the Rise of Russia, Turkey&Chechnya. http://theriseofrussia.blogspot.it/p/turkish-volunteers-in-chechnya.html. [sito consultato il 28 dicembre 2013].

[31] Quindi, con l’ausilio del Regional AntiTerrorism Structure (RATS) con sede a Tashkent. http://ecrats.org/en/.

[32] Che sarebbe quello dell’Akp: d’ispirazione islamica ma sostanzialmente laico e democratico.

[33] Un modello laico, democratico ma che a differenza di quello turco si presta più alla multi etnicità e alla multi religiosità. Inoltre, il modello turco potrebbe essere più “apprezzato”, a torto o a ragione, dalle democrazie occidentali rispetto il modello russo.

[34] È bene ricordare che prima dell’adesione dell’Uzebekistan al gruppo di Shanghai nel 2001 (che avrebbe dato vita all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) arrivò una formale richiesta di adesione da parte del Pakistan; questa fu respinta per via del veto tagico che sottolineava la responsabilità di Islamabad circa il supporto dato a gruppi jihadisti che s’infiltravano in Asia Centrale.

[35] Eurasianet, Turkey Makes It Official With SCO, 28 aprile 2013.  http://www.eurasianet.org/node/66896. [sito consultato il 28 dicembre 2013].

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