Siria, Marò, Corea. Il declino delle feluche.

Di Marcello Ciola

In Siria è crisi profonda. Tra le due Coree ancora peggio.

C’è, però, una crisi ancora più profonda: quelle delle feluche. Uno dei gravi problemi della diplomazia democratica, lo spiega bene Sir Harold Nicolson[1], è la pulsione dei Ministri degli Esteri d’occuparsi in maniera diretta e indiscriminata delle relazioni diplomatiche, spesso davanti ad una telecamera. Tutto ciò ha snaturato, per non dire dissacrato, il reale compito dell’ambasciatore. Da consigliere ad esecutore delle politiche diplomatiche, da “ragno tessitore” a semplice tramite, da rappresentante istituzionale a piérre, mero organizzatore di eventi passerella del proprio Ministro di riferimento. Tutto ciò è accentuato da quella forma di diplomazia che il sopraccitato Nicolson non ha avuto occasione di conoscere e osservare: la diplomazia nell’era della globalizzazione[2]. Siamo in un’epoca in cui lo spazio ha perso dimensione e, quindi, significato; di conseguenza, il tempo è divenuto sempre più irrilevante. Quanto accade con la globalizzazione è di fondamentale rilevanza in un lavoro che necessita di tempo, di meditazione e cautela come quello del diplomatico. Volenti o nolenti, le feluche si ritrovano annaspanti nel vortice degli incalzanti eventi che pretendono risposte rapide, responsabili e, soprattutto, politiche. Si procede, così, ad una raffica di dichiarazioni unilaterali fatte da ministri o capi di governo che lascia poco spazio al dialogo e molto alla perentorietà.

Vediamo qualche caso.

Per la Siria[3], americani e russi trattano una soluzione definitiva delle ostilità[4]. Nel frattempo, a causare l’imbarazzo degli addetti ai lavori interviene il Segretario di Stato Usa, John Kerry, che oscilla tra dichiarazioni pro-soluzione pacifica ed esortazioni rivolte alla Lega Araba di armare i “ribelli siriani”. Ne fa eco l’Unione Europea attraverso i Ministri degli Esteri dei singoli Stati[5]: in particolare, il Ministro degli Esteri francese, Fabius, incoraggia lo sblocco dell’embargo (per lo più formale) sulla vendita di armi ai “ribelli siriani”[6]. Iran e Russia cercano di porre un freno alle dichiarazioni dei governi atlantici con altrettanti tassativi “alt”.

Tra India e Italia si consuma l’ennesimo atto della tragicomica vicenda dei due Marò: a fronte del basso profilo tenuto dalle autorità italiane e nonostante l’alto profilo di quelle indiane, l’ambasciatore Mancini ha lottato duramente affinché si arrivasse ad una soluzione internazionale della vicenda, davanti ad un arbitrato o una corte. A onor del vero, ci era quasi riuscito. Finché l’India decide di annullare i contratti miliardari fatti con Finmeccanica e il Ministro Terzi dichiara (un fulmine a ciel sereno) di voler trattenere in patria i Marò. Al di là del fatto che la vicenda in questione ricorda molto la reazione del bambino che decide di non restituire i pastelli al compagno d’asilo che si rifiuta di tener fede alla promessa di comprargli i doppioni delle figurine dei pokemon, ci sono due considerazioni che vengono in mente: si capisce quanto vale la libertà di due militari italiani per il Ministro degli Esteri Terzi, cioè circa sei miliardi di euro[7]. Si capisce la pochezza diplomatica del Ministro Terzi che nelle settimane (mesi) addietro aveva invocato il diritto internazionale come mezzo per la soluzione della controversia e ora non esita un secondo a ripagare gli indiani con la loro stessa moneta: azione unilaterale ed esacerbazione del principio di sovranità nazionale. Fossi nei panni dell’ambasciatore Mancini sarei veramente in imbarazzo.

Andando a Nord-Est, troviamo un altro grave punto di crisi: in seguito all’inasprimento delle sanzioni Onu, la Corea del Nord, uno Stato inconsapevole, pressoché privo di forti amicizie internazionali e in preda ad un furore pantoclastico simile a quello dell’Aiace sofocleo, attraverso la voce del suo neo leader Kim Jong-un, si lascia andare a minacce di attacchi nucleari e militari preventivi contro il mondo “occidentale”  e ad azioni ostili come la cessazione dell’armistizio del 1953 e il taglio della “linea rossa” telefonica istituita tra le due Coree nel ’71. Anche qui, quello che emerge in maniera preponderante è la mancanza della volontà di avere un dialogo diplomatico ragionevole alle spalle delle telecamere di tutto il mondo. Si procede con teatralità, spirito messianico, deliri di onnipotenza e scarsa attitudine alla realtà dei fatti. In sostanza, è la morte di qualsiasi tipo di diplomazia.

Anche se i casi da citare potrebbero sommarsi (penso al Venezuela, alla questione palestinese, quella ungherese e via discorrendo), in conclusione, pare diffuso il declino della categoria delle feluche nel mondo: assordati dagli strilli dei propri capi di Governo, accecati dal bagliore delle bombe, ammutoliti da retoriche idealiste che poco si adattano ad un mondo multipolare, legati dalla velocità con cui gli eventi si susseguono, fare l’ambasciatore è diventato un compito arduo se non proprio impossibile. Egli non gode più di un mandato in cui muoversi con una certa autonomia, non è vincolato agli obiettivi decretati dal proprio governo, ma dalla considerazione che quest’ultimo ha del corpo diplomatico. Non parlo di decretare in maniera definitiva la “fine della diplomazia […] come istituzione”[8] ma riconoscere il mutamento della stessa da soggetto attivo ad oggetto passivo delle relazioni internazionali. Vi è una necessità manifesta di riadattare il corpo diplomatico ai tempi che corrono e, soprattutto, rieducare i governi all’utilizzo di questo importante strumento dopo essersi liberati dalla retorica messianica wilsoniana e dalla dicotomia buono/cattivo: nel periodo storico multipolare, l’influenza e in un certo senso anche la potenza delle nazioni dipendono fortemente dall’utilizzo oculato e capillare della diplomazia in momenti di pace ma soprattutto in quelli di crisi. Il mondo “civile”, non a caso, ha perso influenza e capacità equilibratrice.


[1] H. NICOLSON, Diplomacy, Oxford University Press, 1963, pp. 61-78.

[2] G. MASSOLO, Il diplomatico nell’era della Globalizzazione e dell’informazione. Ruolo, competenze e preparazione, La Comunità Internazionale, 62 (2), 2007, pp. 237-247.

[3] Appare dapprima scandaloso e poi ridicolo il fatto che uno Stato sovrano non possa per lo meno discutere delle proprie sorti attorno ad un tavolo diplomatico; ma da circa 190 anni l’andazzo è questo, dovuto soprattutto alla retorica ideologizzata di stampo messianico iniettata nel sistema delle relazioni internazionali dalla diplomazia e dalla politica americana.

[4] In realtà, la soluzione definitiva non arriverà prima dei prossimi venti anni: in un Paese in cui vi è un precario seppur pacifico equilibrio etno/religioso, un conflitto di simile portata, anche se esogenamente “indotto” ed alimentato avrà gravissime conseguenze sociali nel lungo termine.

[5] L’alto rappresentante per la politica estera europea, Catherine Ashton, non è in grado di rappresentare neanche se stessa.

[6] Più che una vendita, si tratta di una vera e propria donazione modale.

[7] Prezzo corrispondente alla vendita di 12 elicotteri Augusta-Westland 101.

[8] R. DUCCI, Bidding a fond farewell to the carreer, in “London Times” del 14 gennaio 1980. Se il discorso era valido negli anni ’80, in cui la dicotomia comunismo/occidente era la guida delle relazioni internazionali, potrebbe facilmente essere valido oggi che questa guida si è notevolmente complicata.Use of diplomacy.

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