La bilancia geopolitica. Le elezioni periferiche che segnano gli equilibri.

Di Marcello Ciola

L’autunno caldo è già iniziato. Si sta esaurendo. È stato multiforme, acefalo, globale. Ha prodotto dei frutti. Una delle forme che ha assunto è stata l’ondata di proteste di studenti, lavoratori, esodati, disoccupati e tartassati che ha scosso l’Europa, premio Nobel per la pace che non si è dimostrata, non si sta dimostrando e difficilmente si dimostrerà capace di garantire ai propri cittadini pace sociale.

C’è un aspetto di questo autunno caldo che è stato meno avvertito dai cronisti italiani della politica estera. Esso si è manifestato fuori dall’Unione Europea e non solo in Siria. Si tratta di un caldo autunno geopolitico che ha visto protagonisti tre Stati, lontani tra loro, ma importanti per gli equilibri regionali e globali: Venezuela, Montenegro e Georgia.

Nel primo caso, durante le elezioni presidenziali del 7 ottobre, il Presidente Chavez ha vinto con il 55% circa dei voti contro il 44% dell’avversario Henrique Capriles Radonski, leader del partito di centro destra Movimiento Primero Justicia, che durante la campagna elettorale è stato accusato di voler perseguire una politica neoliberista vicina al governo degli Stati Uniti[1]. Sicuramente, la vittoria di Capriles avrebbe dato agli Usa un problema in meno in Sud America, ma questa ipotesi è diventata sempre più remota dopo l’abbandono di alcuni partiti che sostenevano la sua coalizione a causa di alcuni documenti segreti, da Capriles dichiarati falsi[2] che, in sostanza, dichiarano il dimezzamento (leggi “smantellamento”) dello stato sociale venezuelano e il conseguente tradimento  della Bolivarian Mission[3]. In questa regione ha prevalso il mantenimento dello status quo (e non muterà almeno fino al prossimo aprile, mese delle elezioni in Equador).

Stesso genere di situazione in Montenegro. Anche qui ha prevalso lo status quo in favore del governo uscente, che perde però la maggioranza assoluta. Una vittoria dello sfidante, Miodrag Lekic (ex ambasciatore a Roma), con tutta probabilità non avrebbe fatto piacere alla Russia e in particolar modo ai suoi oligarchi che detengono ingenti quote azionarie dell’industrie strategiche montenegrine, in particolar modo del settore siderurgico. Infatti, il programma di Lekic prevedeva la nazionalizzazione di queste industrie per restituire maggiore sovranità economica al Paese[4].

Il gioco democratico si è concluso in Georgia dove il presidentissimo uscente, Mikheil Saakashvili, protagonista indiscusso dal 2003, anno della Rivoluzione delle rose, ha perso le elezioni contro il magnate Bidzina Ivanishvili. Quest’ultimo ha ottenuto il 55% delle preferenze nonostante le persecuzioni giudiziarie che hanno causato il ritiro della cittadinanza georgiana (ha anche quella francese). Inoltre, è stato accusato di avere ambigui legami con la Russia. A scapito dell’attendibilità di questo genere di discrediti, rimangono nell’agenda del nuovo premier l’integrazione con l’UE e l’ingresso nella Nato. La grande novità è il perseguimento di una politica di normalizzazione dei rapporti diplomatici con la Russia attraverso accordi di natura economica e culturale. Questo sarà un interessante scenario di prova per la diplomazia russa che potrà risolvere la questione georgiana e avrà l’opportunità di avvicinare il Paese caucasico (magari riaccogliendolo nella Csi).

Quanto scritto, mette in mostra un quadro generale su quanto succede nella periferia dello scacchiere geopolitico attuale, cui centro è certamente il Medio Oriente e, in particolar modo, la Siria. Questo sostanziale mantenimento dello status quo (che sarà nuovamente messo alla prova dall’elezioni ucraine di fine mese) permette alla Russia, ancor più di prima, di sostenere la soluzione prospettata dagli Accordi di Ginevra per la crisi siriana, garantendosi il necessario sostegno a livello internazionale (Venezuela) e uno scenario caucasico più tranquillo e stabile. Dalla partita geopolitica è momentaneamente marginalizzata la potenza statunitense, completamente presa dalla campagna elettorale in corso che sicuramente influirà, a partire da gennaio, il quadro mediorientale.

 


[1] Principalmente a causa degli anni passati negli States per seguire studi di specializzazione in Università americane (Columbia University) e per le sue origini ebraiche.

[4] Negli importanti settori dell’industria strategica montenegrina, gli italiani sono i secondi investitori dopo i russi.

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3 risposte a La bilancia geopolitica. Le elezioni periferiche che segnano gli equilibri.

  1. ilsocialeblog ha detto:

    Reblogged this on .

  2. Pingback: La bilancia geopolitica. Le elezioni periferiche che segnano gli equilibri. Di Marcello Ciola | Identità Europea

  3. fausto ha detto:

    Questa vicenda mi fa tornare in mente la guerra tra georgiani e sud osseti: piccole pedine bruciate senza pietà sull’altare degli interessi delle grandi potenze.

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