Il lato oscuro dei nuovi media, tra potenzialità e censura.


La libertà di parola senza la libertà di diffusione

 è solo un pesce dorato in una vaschetta sferica.

Ezra Pound.

Quando mi dissero che il futuro della società è il modello cinese non ci volevo credere. Eppure, a distanza di pochi anni, rischio di ricredermi.

Quando abbiamo dato alla luce internet, poi i new media, i social network e tutto questo nuovo mondo di informazione virtuale dicemmo a noi stessi che non solo avevamo fatto un grosso passo in avanti tecnologico, ma anche politico: la maggiore libertà di informazione dovuta alla facile usufruizione e  ad un uditorio più facilmente reperibile, avrebbe dato luogo ad una società più trasparente, più colta e maggiormente plurale.

Non voglio qui trattare né della trasparenza e neanche della cultura/conoscenza in quanto la libertà di informazione non è misura né della prima (anzi, la trasparenza sta lentamente scivolando lungo lo scarico del gabinetto) né della seconda (in quanto informazione non è cultura e non è conoscenza).

Piuttosto vorrei occuparmi della maggiore pluralità.

Una società ancor più plurale, nonostante non si sia ancora compiuta, è una conseguenza possibile ed auspicabile dovuta alla diffusione dei nuovi media. Ma come ogni sistema complesso, anche la larga diffusione dei nuovi mezzi telematici di informazione ha un suo lato oscuro, che può venir fuori a seconda dell’uso che di essi viene fatto.

Negli anni precedenti a quelli dei grandi monopoli della rete un vero pluralismo c’era. Il problema che eravamo atomizzati: piccoli e insignificanti. Penso ai blog di messenger: era una costellazione di piccoli blogger, con possibilità scarse di uditorio che si muovevano come girini in uno stagno a caccia dell’ultimo pezzettino di vegetazione per sopravvivere. Nessuno era in grado di farsi sentire e al di fuori dello stagno, i pasciuti rospi della carta stampata gracchiavano allegramente.

Negli ultimi anni c’è un trend inverso per cui la rete sta assumendo sempre meno quelle caratteristiche di pluralità e libertà d’iniziativa, e si sta trasformando sempre più in un oligopolio (per lo più senza delle regole precise o efficaci).

Dei grossi ‘offerenti’ stanno occupando lo scenario telematico. Facebook, twitter e l’ultimo arrivato Google Currents ne sono un esempio. Proprio quando ho sperimentato quest’ultimo programma (molto funzionale), sono rimasto perplesso dalla selezione di testate giornalistiche disponibili, sicuramente molto ampia ma poco plurale. Sui grandi social network e nel mondo dei blogger, fino a quando sei un piccolo urlatore nel deserto, sei libero di postare quello che ti pare[1], ma nel momento in cui i tuoi followers aumentano a dismisura e inizi ad avvicinarti alla portata di un vero e proprio opinion leader, le cose cambiano. Una posizione ‘alternativa’ al regime mediatico di turno, se ben documentata, porta degli effetti collaterali: iniziano a sparire dei post, l’account è chiuso per dei giorni e magicamente ritorna disponibile con le dovute modifiche, commenti eliminati e blogger scomparsi nel nulla. Potremmo dire dei nuovi desaparecidos.

Questa forma di censura è notevolmente più subdola rispetto quella reale. In linea teorica, tanto chi scrive sui giornali, tanto chi scrive sulla rete, ha gli stessi diritti e gli stessi doveri da rispettare. Nella prassi non è così.

Se un giorno chiudessero la sede di un giornale, il direttore riuscirebbe a riconoscere i sequestratori (per lo meno dalla divisa) e saprebbe che potrebbe in qualsiasi momento appellarsi ad un giudice. Nel caso in cui una bomba spazzasse via l’attività del direttore giornalista, questo saprebbe che c’è una magistratura che farà il suo percorso per trovare i colpevoli.

Partendo dal presupposto che un hacker non agisce contro un blogger per puro divertimento, ma per dei scopi ben precisi e di solito al soldo di qualcuno[2], un azione di hackeraggio difficilmente potrà essere risolta in favore del blogger, innanzitutto per la segretezza dell’identità dell’hacker. Ben più grave è la situazione nei social network dove hai più chances di diventare qualcuno possedendo nulla e conoscendo nessuno. In tal caso, oltre ad essere sottoposto ad hackeraggio e al sistema delle segnalazioni[3], si è vittima di censura, che essa sia nei post, nei commenti o nell’account. La vittima di censura non sa a chi appellarsi, è impotente (chi è ‘mr facebook’ o ‘mr youtube’? Come agisce? Secondo quali regole? Che faccia ha? Secondo quale criterio ignora determinate segnalazioni e ne soddisfa altre? Secondo quale criterio giudica offensivi determinati contenuti piuttosto che altri?[4]). Nel caso di eliminazione account, nel migliore delle eventualità ti è restituito “a metà”, nel peggiore dovrai ricostruire tutto il sistema di followers e tutto l’archivio di informazioni; cosa al quanto improbabile da realizzare, oltre che essere demotivante.

Per questo lo scenario che si sta prospettando è simile a quello cinese (per fare l’esempio di un Paese in cui vi è un’inesistente libertà della rete). Le differenze sostanziali sono due: la gestione e l’utilizzo della censura.

In Cina il sistema di censura è trasparente e gestito dall’apparato statale. Nel mondo occidentale questo sistema è applicato in maniera più subdola ed è gestito da dei ‘grossi punti interrogativi’, vertici di società per azioni private che non hanno un volto, che non seguono e a cui non seguono logiche democratiche e che stanno costruendo un oligopolio telematico cui giustizia è molto più rapida ma molto più ingiusta e meno trasparente rispetto quella reale.

In Cina l’utilizzo che si fa della censura è preventivo: applicato indiscriminatamente a chi dice (o potrebbe dire) qualcosa in contrario al regime. Nel mondo occidentale l’utilizzo è reale: nel momento in cui hai un uditorio abbastanza ampio e delle fonti credibili e verificabili da poter rappresentare e divulgare un efficace critica (o una vera e propria demolizione) a delle informazioni fondamentali costruite dalla società per dare fondamento logico/etico/razionale alle sue politiche[5], devi essere sottoposto a censura (vedi tanti blogger o pagine di facebook) oppure devi normalizzarti (vedi il fenomeno Grillo).

La piega che sta prendendo internet, per quanto riguarda l’informazione, non è buona. Vi sono delle voragini “normative” che andrebbero coperte, vi sono dei diritti che meriterebbero una più efficace tutela nell’informazione virtuale, primo su tutti il diritto ad un “equo processo virtuale”, seppur rapido, che implicherebbe la verifica delle fonti di qualsiasi post “impugnato”, la possibilità di “difendersi” di fronte ad una possibile cancellazione, la possibilità di capire come funziona il sistema di moderazione di qualsiasi network e quale moderatore mi ha sottoposto a censura e per quale motivo. Sono piccoli passi che sono necessari per una migliore trasparenza, per una meglio tutelata e più ampia pluralità. Altrimenti rischiamo seriamente di arrivare al capolinea del sistema cinese.

Marcello Ciola.


[1] Mal che vada ti scambieranno per un pazzo o un utopico, ben che vada ti daranno del ‘complottista’ e ti ignoreranno.

[2] Di solito, un pirata informatico ‘libero’ assume connotati anti sistema e piuttosto che interferire con piccoli blog critici nei confronti del sistema, si accanisce su giornalisti che invece lo rappresentano o sui siti delle istituzioni.

[3] Che ci ha trasformati tutti in una comunità di delatori che giudicanti veniamo ascoltati e accontentati spesso neanche senza i dovuti accertamenti.

[4] Al riguardo l’esperienza personale (diretta e indiretta) è piuttosto ampia: si va da dei semplici discorsi sul coraggio o racconti di guerra o immagini di una madre che allatta giudicati offensivi mentre video (con numerosissime visite) inneggianti (più o meno direttamente) alla pedofilia o riportanti immagini sessuali esplicite lasciati alla portata di chiunque (parlo ovviamente di youtube e non nei siti porno dove la pornografia è normale ed è comunque proibita la pedofilia).

[5] Informazioni che assumono le caratteristiche di vere e proprie verità/dogma.

Map of censorship in the world

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2 risposte a Il lato oscuro dei nuovi media, tra potenzialità e censura.

  1. ilsocialeblog ha detto:

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