Sono incazzato con Martone.

Sono incazzato con Martone. Non perché lui è un raccomandato, arrivista e chi più ne ha più ne metta.
Sono incazzato con Martone. Non perché il pulpito da cui proviene la predica[1] è assolutamente il meno adatto alla questione.

Sono incazzato con Martone non per il suo linguaggio. Non sono perbenista o antiquato. Non mi interessa la forma, anche se spesso la forma è il palesarsi della sostanza.

Sono incazzato con Martone non perché sia in ritardo con gli esami o perché qualche mio stretto amico o parente lo sia. Non mi interessa difendere nessuno.

Sono incazzato con Martone.
Non voglio farne una questione retorica. Perché come diceva Socrate, secondo quanto gli attribuisce Platone in Gorgia “La retorica […]è artefice di quella persuasione che induce a credere ma che non insegna nulla intorno al giusto e all’ingiusto”.

Non voglio citare una miriade di casi eccezionali. So bene che molti studenti fuori sede, per mantenere gli studi, sono costretti a trovarsi un part-time che toglie tempo allo studio. Ammiro e capisco perfettamente chi, a carriera già avviata (e anche, talvolta, conclusa), si iscrive all’università per il semplice gusto di sapere. So che nella vita di tante persone intercedono mille e più problemi che possono causare uno stallo degli studi: una indecisione, problemi famigliari, amorosi, di salute, uno sbaglio.
Per quanto mi riguarda, questi studenti, pur laureandosi a 28, 29, 30 anni, non saranno mai degli sfigati o dei bamboccioni. Ma non sono l’avvocato di queste persone e, non me ne vogliano, non me ne frega neanche nulla perché non è di loro che voglio occuparmi.

Per di più, non mi piacciono per niente i ragazzi che vegetano per anni nelle università e nelle proprie stanze singole o doppie e nella loro vita. Ma lasciano il tempo che trovano. Neppure di loro voglio parlare.

A mio parere, sono ridicoli gli interventi di chi, come ha fatto il dott. Celli difendendo (o giustificando) Martone, paragona la situazione italiana a quella estera, costatando un notevole ritardo negli studi dei laureandi italiani rispetto a quelli stranieri per due semplici motivi. Primo: dire “estero” equivale dire “altri Stati” e dire “altri Stati” significa dire “sistemi d’istruzione diversi” che inevitabilmente modificano i tempi per conseguire una laurea. Secondo: pur potendo fare un paragone con qualche sistema di istruzione simile (che, per quanto ne so, non esiste) bisogna tenere conto del fatto che la situazione che attende il neolaureato al di fuori dell’università in un Paese straniero è innegabilmente migliore. Tant’è che lo stesso Celli tempo fa, attraverso una “lettera indirizzata a suo figlio”, pubblicata sui giornali, incoraggiava la “fuga dei cervelli” per via della crisi del mondo del lavoro soprattutto nei settori dove si esige un lavoro qualificato.

Piuttosto, la frase di Martone riassume perfettamente uno dei tanti dogmi della “dittatura del sorriso”. “Se non ti laurei entro i 28 anni sei uno sfigato”. Questa frase, che poi molti “martoniani” hanno parafrasato in “bisogna laurearsi entro i 25 anni altrimenti non sei competitivo”, descrive una fase della grossa catena di montaggio che ci tiene intrappolati a vita.
Mi spiego meglio: la secolarizzazione, la routinizzazione del metodo capitalista, l’uomo che indebitamente si impossessa del tempo, fondendolo, metaforicamente parlando, con il denaro[2] hanno creato una sorta di percorso di vita obbligato con dei tempi già prestabiliti, e cioè la catena di montaggio di cui parlavo sopra: “alfabetizzati, impara quello che lo Stato ti dice di imparare fino ai 19 anni, studia e laureati entro i 25 (altrimenti sei uno sfigato, ndr), trova un impiego e sii produttivo fino a quando puoi esserlo (67 anni circa), nel frattempo guarda la tv, segui la moda, obbedisci alla legge, rimani con i piedi per terra, riproduciti e insegna a tuo figlio che questo percorso dovrà seguirlo anche lui”.
Questa logica, propria del mercato ha convertito le persone in pile. Fonti d’energia e, quindi, linfa vitale per questo sistema in continua accelerazione, destinato ad accelerare ancora di più. Un sistema che si dice “libero” ma che ci ha privati della libertà più importante: la libertà di possedere[3]. Non possediamo la nostra vita e tutto quello che vi è contenuto: gli oggetti che ci circondano possiedono noi in maniera sia attiva che passiva[4]. Non possediamo ciò che produciamo, non possediamo il tempo che abbiamo perché centellinato dal mercato che ci costringe ad essere produttivi. E per esserlo, paradossalmente[5], dobbiamo consumare.
O consumi o muori.
L’Uomo, segmentando e amministrando il Tempo[6], ha rinunciato alla propria vita.

Questo sistema è senza dubbio il più ingegnoso dei sistemi basati sulle grandi ideologie, ma, al pari degli altri, ha un difetto: non concepisce altro da sé. Se non rispetti le regole (ferree) del “gioco democratico” devi essere “allontanato” o, nel migliore dei casi diventerai artefice del tuo fallimento. Per questo motivo chi decide di svolgere un percorso di vita al di fuori dei tempi e del percorso indicati dalla “regola (ferrea) del mercato” è uno “sfigato”. Ergo è una persona che con buone probabilità fallirà nella sua vita. Incapace di “sapersi vendere” sul mondo del mercato del lavoro.
Per questo sono incazzato. Perché l’università ha perso il proprio senso[7]. Perché anche questa è chinata alla logica del mercato. Non conta quanto sei capace. Non conta cosa hai fatto per 4, 5 o 10 anni in cui eri iscritto all’università. Non conta un cazzo se hai preso la laurea per avere un lavoro o perché quello che hai deciso di fare ti ha appassionato. Non interessa a nessuno se piuttosto che passare 5 anni chiuso in casa sui manuali (che è quello che vorrebbero) hai letto i giornali o libri, scritto articoli, fatto volontariato, interessato ad altro, messo su un’associazione o un gruppo musicale, hai creduto in qualcosa, hai organizzato una rivoluzione o conquistato un pianeta. Perché queste belle cose le avresti dovute fare senza mettere il bastone tra le ruote del mercato. Perché queste cose arricchiscono te, ma non arricchiranno mai la liberal-democrazia. Per essa sono superflue, insignificanti. A questo sistema interessa che tu sia “l’uomo libero perfetto”, tassello, batteria, generatore di energia di un sistema che ha “mercificato tutto e tutti”. Per essere dei buoni “consumatori” bisogna laurearsi in tempo.
Secondo il “martone pensiero”, il macchinario obsoleto, che arriva sul mercato in ritardo, è inutile quanto un laureato che si presenta sul mercato del lavoro con tre anni di ritardo. Non lo compra nessuno. È sfigato.

Sono incazzato con Martone. Ha detto una triste verità. Ma sono incazzato con Martone perché lui non è solo un viceministro. Sono incazzato con Martone perché lui è un sistema.
Un sistema che ha levato la dignità alle università.
Un sistema che ha levato la dignità agli studenti.
Un sistema che ha levato la dignità all’uomo.

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[1] Per un sunto: http://www.repubblica.it/scuola/2012/01/24/news/martone_laureati-28671973/

[2] Recita il famoso detto “il tempo è denaro”.

[3] Che non ha nulla a che vedere con il “diritto di proprietà”.

[4] Il possesso passivo dell’oggetto nei confronti della persona è di natura prettamente psicologica: gli oggetti che sono sulla nostra scrivania, in nuovo modello di questo o quell’altro vestito finiscono per essere la ragione della nostra vita. “le cose che possiedi alla fine ti possiedono” cit. Fight Club. Il frenetico consumo d’avanguardia, il desiderio, scaturito da un’insaziabile insoddisfazione causata da questo sistema che crescendo all’infinito non è mai sazio, rendono tutti, psicologicamente, schiavi degli oggetti e del desiderio di averli. Il possesso attivo dell’oggetto nei confronti della persona è invece di natura tecnologica: il nuovo cellulare perennemente collegato alla “rete globale”, il computer perennemente “aggiornato” attraverso automatici meccanismi informatici, i microchip, le scatole nere ect ect. Siamo perennemente controllati attraverso degli oggetti. L’oggetto, autonomamente, ti cerca, memorizza dei dati, i tuoi spostamenti; essi non sono sempre monitorati da una persona, ma possono, all’occorrenza, essere utilizzati dalle “autorità competenti”.

[5] La legge di Say è quanto di più diabolico sia stato partorito dall’economia: l’offerta che pilota la domanda e cioè “consumare per produrre” e “non produrre per consumare” come vorrebbe un ordine logico, oltre che naturale.

[6] Prima che si inventasse l’orologio il tempo era proprietà esclusiva di Dio. Il movimento del sole scandiva le giornate e anche quando si costruirono le torri cittadine con quei grandi orologi, la segmentazione del tempo non superava l’ora.

[7] L’università nasce innanzitutto privata. Questa caratteristica è fondamentale per il raggiungimento del suo obiettivo originario: fare cultura. Non a caso, ai tempi dei filosofi antichi, come anche ai tempi delle prime università, i grossi poli culturali si creavano attorno ad una personalità di spicco (es. l’Accademia platoniana o i Giardini di Epicuro). Chiunque avesse passione per la cultura poteva decidere autonomamente che ateneo frequentare. Con l’università pubblica vi è innanzitutto una pianificazione del piano di studi nei tempi e nei contenuti, con un’anchilosizzazione della cultura che, per forza di cose, non è più libera. Questo perché lo Stato non è mai stato, non è, e non sarà mai una autorità neutrale nel proprio pensiero.

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