Crisi strutturale e nuovi modelli di sviluppo.

Il ricorso all’indebitamento dello Stato, storicamente, ha rappresentato un sistema volto per lo più allo stanziamento di fondi o alla creazione di infrastrutture utili allo sviluppo. Quindi, l’aumento del debito pubblico ha rappresentato quasi sempre una crescita economica e sociale. Indebitarsi ulteriormente (come ha fatto la Grecia e come forse farà l’Italia) non per creare crescita economica, ma per andare a riparare le falle di un sistema finanziario usuraio e malato e approvare contemporaneamente programmi di austerity è una follia totale. I programmi di austerità possono essere validi per un Paese che tende all’autarchia e non vuole ricorrere all’indebitamento tramite fondi esteri per sostenere un’economia (reale e interna) in crisi. La strategia adottata dalla Grecia è un assurdo: indebitarsi all’estero ma senza poter utilizzare quel denaro per creare crescita che servirà poi a ripagare il debito. Anzi, lo stesso indebitamento greco è subordinato alla scelta di un programma di austerità. Questo vuol dire in parole povere che la Bce & Co ha detto “noi vi diamo soldi a patto che ci assicuriate che non vengano spesi per ‘riprendervi’ ma per rinvigorire il sistema bancario e finanziario che vi ha ridotti in questa maniera. Per ‘riprendervi’ potete tranquillamente ricorrere alle tasche dei greci, all’indebitamento ulteriore a suddetti organi di finanziamento (che grazie ai nostri soldi potranno ‘riaprire i rubinetti’) e ad una minima parte di questi fondi. Per assicuraci che le vostre intenzioni rispecchino le nostre richieste, dovrete tagliare la spesa pubblica e aumentare le tasse perché gli attuali programmi di crescita non siete in grado di autofinanziarli.”

La strategia italiana, pur variando sensibilmente, è su per giù la stessa. Essendo in grado di non ricorrere all’indebitamento attraverso le tranche del Fmi e di Bce (almeno fino a qualche settimana fa, ma le borse e i mercati[1] ce la stanno mettendo tutta per metterci definitivamente in ginocchio) l’Italia per “recuperare credibilità”[2] deve attuare programmi di austerity per sanare il debito pubblico e ridurlo. Il debito pubblico italiano ha un 50% circa di investimenti stranieri, per lo più grossi gruppi finanziari e bancari. Mettere in atto programmi di austerità per sanare il debito pubblico vuol dire restituire denaro a chi detiene il nostro debito[3] a scapito dei cittadini che non beneficeranno mai della riduzione del debito. La mancanza di una sovranità monetaria nazionale in Italia[4] non permette al nostro Stato di fare come fanno tutti gli altri, Paesi del terzo mondo compresi: stampare moneta per ripagare il debito[5]. La “logica” della Bce che preme per le privatizzazioni è semplice, ma per capirla bisogna capire cosa è cambiato dall’inizio degli anni ’90 ad oggi nell’economia nazionale[6]. Per “ritornare ad essere credibile” l’Italia non ha bisogno di ricorrere all’indebitamento come la Grecia (fino ad ora per lo meno) perché il suo tesoretto ce l’ha già: sono le industrie strategiche ancora sotto un controllo statale di qualsiasi tipo. Per sfamare gli squali della finanza basta ricorrere alle privatizzazioni, come nel 1992. Per farlo bene però serve un tecnico, come nel ’92[7]. Non solo l’indipendenza politica della nazione italiana è sempre stata scoraggiata fin dal 1860, non solo è venuta a mancare la sovranità monetaria/finanziaria già da decenni, ma anche la sovranità economica (o quel poco che ne rimane) da cui potrebbero risultare fortemente influenzate le prime due deve venire meno.

Il fatto che uno Stato come l’Italia, terza riserva aurea al mondo[8], non sia un Paese “credibile” per i “mercati” è molto strano[9]. È evidente che il capitalismo, come fenomeno storico, abbia raggiunto e stia perfezionando una terza fase della sua vita che molti economisti chiamano turbocapitalismo. Questa fase è caratterizzata dall’emergere di molti dei paradossi di questo sistema economico: il primato dell’economia sulla politica, la saturazione dei mercati e la necessità di conquistarne altri per evitare il collasso, il bisogno dei gruppi finanziari di fagocitare sempre più denaro, l’accelerazione sempre più rapida dei mercati e tutte le conseguenze che queste cose possono portare.

Le vie che un Paese può intraprendere sono due: l’assoggettamento a questo stato di cose e, quindi, diventare preda o predatore finanziario[10] oppure voltare le spalle al turbocapitalismo.Quest’ultima soluzione prevede alcune manovre importanti divise in due fasi:

Prima fase. Svincolarsi dalla stretta del sistema finanziario internazionale.
Innanzitutto, attuare un default pilotato: questo non vuol dire cancellare il debito; bensì restituirlo solamente ai creditori residenti in Italia. In questo modo sono tutelati i risparmiatori italiani che hanno acquistato titoli di Stato e le imprese che residenti in Italia restituiscono sotto forma di tasse un contributo reale alla nostra economia (insomma, come ha fatto l’Islanda). Inoltre, bisogna ritornare a una sovranità monetaria. Quindi, o uscire dall’euro e nazionalizzare le banche oppure creare un organo politico[11] (e non tecnico) che guidi l’operato della Bce e che non dovrà avere una propria personalità giuridica internazionale, ma che dovrà essere subordinata a quest’organo politico che risponderà del suo operato.

Seconda fase. Fare in modo di non finire più nella stretta del sistema finanziario internazionale.
Compiuta la prima fase, bisognerebbe iniziare una seria politica di decrescita economica nazionale[12] in favore di una crescita economica e politica locale[13]. La crescita non è sempre un bene e questa crisi, più di tante altri eventi storici, lo sta dimostrando. Anche un cancro è una crescita ma di cellule impazzite. Consumare per stimolare la produzione è uno dei paradossi umani da abbattere. Bisogna invertire l’assioma “consumo per lavorare” in “lavoro per consumare”. Cosa vuol dire? Dal punto di vista umano sarebbe un lavorare per vivere, dunque una seria valorizzazione delle risorse territoriali, dell’agricoltura e dell’artigianato; localismo antropologico ed economico[14]. Dal punto di vista economico un ritorno all’economia sostanziale intesa come attività umana tesa al soddisfacimento dei propri bisogni primari. Non si tratta di uno sviluppo sostenibile che per dei meccanismi interni al capitalismo (egregiamente teorizzati da Marx) è ed è stata la premessa del turbosviluppo incontrollato. Si tratta piuttosto di scoraggiare i consumi e ritornare all’essenziale. Non c’è il bisogno di nuovi prodotti, c’è piuttosto la necessità di smaltirne alcuni.

Questa sembra una follia perché nessuna piccola comunità può ambire all’autarchia[15]. Se ogni comunità fosse completamente slegata da un sistema politico o commerciale superiore, verrebbe inevitabilmente fagocitata dal “più forte” finendo di nuovo nella stretta del sistema turbocapitalista mondiale[16]. Ed è qui che entra in ballo un’autorità politica superiore, che sia interprete ed emanazione dei popoli e tutore delle diversità culturali. Neanche il sistema dello Stato nazionale può garantire questo e la storia lo dimostra con chiarezza. L’unica grande comunità che può garantire un sistema fondamentalmente autarchico è quella europea.

È dall’Europa che quindi bisogna ripartire, ma necessita di una ristrutturazione coatta radicale che non sia il naturale evolversi della storia degli Stati nazionali, ma che sia il superamento degli stessi. Che non sia federale e neanche monolitica; un’Europa regionale[17]; un’Europa dei popoli; un’Europa delle diversità.


[1] Che la stampa ha completamente spersonalizzato per nascondere i nomi dei responsabili di questa catastrofe planetaria.

[2] Molti non sanno neanche cosa voglia dire in realtà “recuperare credibilità” e perché bisogna farlo e nei confronti di chi.

[3] Suddetti gruppi finanziari e bancari. Circa 8.

[4] Problema che parte già, simbolicamente, dagli anni ’70 quando sulle banconote non scomparve la dicitura “Repubblica Italiana” in favore di “Banca d’Italia”.

[5] Ovviamente tenendo presente di tutte le controindicazioni che ci sono nel caso vi sia un abuso di questo metodo.

[6] Rimando ad una sintetica considerazione della mia pagina fb: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150196412745974 o ad un più completo articolo anonimo: http://www.stavrogin2.com/2011/06/il-sacco-ditalia.html.

[7] Negli anni ’90 la situazione politica era diversa perché per fare un’operazione del genere bisognava spazzare via la classe politica italiana in toto. Un politico come Bettino Craxi, per quanto corrotto potesse essere, non avrebbe mai permesso una così selvaggia privatizzazione. Anche oggi Berlusconi è stato volutamente messo fuori gioco ma per motivi diversi, che non sono pertinenti con l’argomento, perché circa le privatizzazioni quasi tutto il sistema politico italiano è d’accordo.

[8] Fonte del World Gold Council, ci posizioniamo dopo Stati Uniti e poco dopo la Germania.

[9] Si è detto spesso che la mancanza di affidabilità è di origine politica. Ma sono degli organi finanziari a decidere quanto sia affidabile o meno un governo eletto dal popolo. Se questi organi finanziari dovessero ragionare in termini di solvibilità del debito, date le nostre riserve auree non dovrebbero esserci molti problemi. Ma evidentemente a questi organi non interessa minimamente la solvibilità contingente del debito, quanto piuttosto un controllo più invasivo del “sistema Italia”.

[10] La condizione di “predatore finanziario” è quanto mai illusoria per uno Stato che non è un’agenzia di investimento. Lo Stato può essere solo un piccolo predatore di Stati più piccoli (come fa la Germania con l’Italia) e può avere taciti accordi con i predatori più grandi (come fa la Francia con la Germania o come fa la Germania con la Bce).

[11] Un organo che sia emanazione (sotto una appropriata forma) del popolo, un organo che risponda agli interessi delle comunità europee, un organo forte e indipendente.

[12] I libri di Serge Latouche, tra cui l’ultimo Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita, Torino, Bollati Boringhieri, 2011 possono essere molto utili.

[13] Per crescita politica locale si intende la cessione di potere ad organi quanto più vicini alla realtà locale, che sappiano dare direttive e sappiano ricevere input in tempi rapidi e in distanze brevi. Per crescita economica locale si intende la riscoperta e la valorizzazione dei settori agricoli e artigianali di una determinata aerea finalizzati alla sussistenza della data comunità di riferimento. Una produzione che principalmente non si rivolga al mondo ma al territorio. Queste due “crescite” si traducono in una valorizzazione dei territori secondo il rispetto degli interessi geostrategici e geoeconomici storici. Esempio: è ovvio che l’orientamento politico ed economico piemontese o lombardo ha un’identità più continentale rispetto a quella mediterranea del mezzogiorno.

[14] Rispetto delle identità culturali territoriali secondo le caratteristiche descritte nella nota 13.

[15] Qui autarchia non è da intendere come un sistema di mussoliniana memoria, ma più come una completa autosufficienza spirituale (vale a dire piena soddisfazione dello standard di vita) e una quanto più completa possibile autosufficienza economica ed energetica (ovviamente mai raggiungibile al 100%).

[16] Scenario facilmente auspicabile per l’Islanda se non si decide ad attuare delle riforme strutturali necessarie affinché la propria economia si regga non più sulla moneta ma sulla terra e sul commercio controllato (dove indispensabile).

[17] Non si tratta ovviamente delle regioni così come amministrativamente e politicamente le intendiamo oggi.

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