“Come mai vi chiederete”: resoconti critici sulla situazione libica.

Porsi delle domande sulla situazione libica è d’obbligo per chi vuole avere una visione personale sulla faccenda. Dico questo perché molto spesso si cade nel “tranello” di credere ciecamente ai media Occidentali senza fare attenzione alla storia (vecchia e nuova), non solo della Libia ma anche dei Paesi in cui vi sono minoranze che lottano, dei Paesi occidentali e dei loro mezzi di comunicazione, senz’altro poco “liberi” poiché da sempre controllati da gruppi d’interesse internazionali (o nazionali, questo ha poca importanza).
Cerchiamo di andare con ordine. La prima domanda che mi è venuta in mente dopo circa una settimana di agitazioni è stata questa: come mai la genesi della rivolta libica è pressoché identica a quella egiziana e tunisina (pianificata su internet, acclamata dai media occidentali ect) e, invece, poi si è trasformata nella guerra degli insorti (giuridicamente parlando) contro il resto dello Stato e della nazione, precipitando in una situazione di stallo? Mi chiedo se questo non sia per caso dovuto al fatto che, a differenza dei comatosi Mubarak e Ben Alì (coincidenze?!), il colonnello Gheddafi sia salito al potere attraverso una rivoluzione vera, fatta da cittadini libici e non da un esercito, fatta per comune sentire e non per gli interessi di qualcuno e quindi sostenuta, ancora tutt’oggi (metà marzo) da una buona fetta di popolo e istituzioni.

Con il tempo mi sono chiesto come mai durante questa rivolta il Fezzan (terza Regione della Libia oltre Tripolitania e Cirenaica) non si è neanche per un giorno mobilitato, riducendo la rivolta a uno scontro tra Tripolitania, sostanzialmente pro-Gheddafi, e Cirenaica, regione storicamente ribelle (ricordiamoci gli attentati e le rivolte del 1996 manovrate da Al Quaeda), molto influenzata da istanze egiziane. A tutto ciò mi sono detto che probabilmente, come nella maggioranza delle dittature, il malcontento si è fatto sentire più forte dove vi sono concentrati il maggior numero di dissidenti; ma dopo aver visto le foto dei ribelli, un altro dubbio mi è balenato per la testa: perché i ribelli sventolano la bandiera del vecchio Regno Unito di Libia, quello di re Idris, colui che aveva venduto il proprio Stato (organizzazione e territorio) a multinazionali e imprese straniere che, in maniera indiscriminata, stavano sfruttando e prosciugando i pozzi e le risorse libiche? Perché i media occidentali hanno presentato quella stessa bandiera come il simbolo della richiesta di “pane e democrazia” quando invece rappresenta solo un vecchio stato economicamente colonizzato? Non sarà mica che gli insorti piuttosto che reclamare “pane e democrazia”, stiano semplicemente rappresentando gruppi d’interesse internazionali opposti all’orientamento anti-imperialista di Gheddafi? Una cosa sicuramente è certa: per quanto l’aumento del prezzo dei cereali abbia potuto influire sulla rivolta armata, essa è stata pianificata con cura e da molto tempo (io personalmente penso almeno da quando il Paese fu inserito nell’elenco degli “Stati canaglia”) essendo che le bandiere tricolori della monarchia deposta, in un regime come quello di Gheddafi, sicuramente non erano conservate nella cantina di nessuno e non si comprano al mercato del sabato mattina.

Continuando a leggere notizie ho notato una certa ambiguità sia nell’esposizione, sia nei reportage fotografici, sia nei contenuti, spesso smentiti dalle testimonianze che gli stessi giornali riportavano: per esempio, come mai i titoli hanno sempre riportato frasi nette, decise, di condanna e poi andando a leggere i contenuti si era molto più cauti su cifre, avvenimenti o citazione delle fonti? Non a caso il modo condizionale era quello più utilizzato nelle colonne delle testate. Come mai Gheddafi è stato dato per spacciato dopo i primi giorni di rivolta, evocando bunker nascosti di hitleriana memoria, e dopo un paio di settimane invece era a Tripoli a parlare in piazza alla cittadinanza? Non sarà stato mica per scongiurare qualsiasi tipo di aiuto, morale o materiale, ad uno Stato scomodo per la comunità internazionale (altro nome per chiamare gli Stati Uniti)? Come mai dopo solo una settimana si è arrivati a parlare di 10 000 vittime e di fosse comuni di cui non vi è alcuna testimonianza diretta, sia essa intervista o foto scattata da aerei spia (vorrei ricordare che gli AWACS sorvolano quotidianamente i cieli libici)? La più grande gaffe al riguardo è stata fatta quando si voleva spacciare per fosse comuni il cimitero di Tripoli, una struttura che è sita sulla spiaggia con tanto di tombe e lapidi. Come mai nessuna testimonianza diretta di bombardamenti aerei su civili e abitazioni, smentiti anche dall’esercito e dal governo russo attraverso il suo canale internazionale RT? Come mai gli stranieri rimpatriati non hanno detto nulla di tutto ciò? Come mai così tanti stranieri rimpatriati? Tutti turisti? No, in Libia, nonostante la preminenza del settore pubblico, vi è un innumerevole quantitativo di attività private straniere.

Leggendo poi le dichiarazioni dei capi di Stato o di governo mi sono posto ulteriori domande: come mai le innumerevoli proposte di mediazione di Chavez sono rimaste inascoltate e in maniera sbrigativa scartate perché, secondo Obama, “fuori tempo massimo”? Cosa vuol dire che non c’è tempo per la mediazione tra insorti e governo libico? Che una delle due parti (facile immaginare quale) deve necessariamente essere “cancellata dalla cartina”? Come mai Cameron e Sarkozy si dicono pronti per un intervento militare e addirittura il Presidente francese, probabilmente ignaro del diritto internazionale, si è detto disposto a bombardare anche da solo il suolo libico? Questo modo di fare mi ha ricordato parecchio la strategia usata da Francia e Gran Bretagna in occasione della crisi di Suez del ’56 e facendo una comparazione sembra chiaro che anche in questo caso, aiutando gli insorti, o meglio scommettendo sulla vittoria finale di essi, la Gran Bretagna ne gioverebbe per quanto riguarda la sua plurisecolare ambizione di dominare il Mediterraneo e la Francia ne gioverebbe in termini commerciali, ottenendo, in caso cada Gheddafi, più favorevoli contratti petroliferi. In tutto questo la Germania ha cercato di abbassare i polveroni alzati da Francia e Gran Bretagna e invece l’Italia, al di là di qualche presa di posizione di Frattini o Maroni, è rimasta in un imbarazzante silenzio, dimostrandosi incapace di tutto, tranne di seguire i diktat di Obama e Ue. Come mai questo silenzio?Sarà per l’enorme business che coinvolge l’economia italiana in Libia o sarà per l’inettitudine di una classe politica? Probabilmente entrambe le cose, ma una cosa è certa: che cada Gheddafi o che rimanga l’Italia ne uscirà malissimo a livello commerciale e soprattutto d’immagine.

Intanto non ci resta che assistere probabilmente a un nuovo Kosovo, giustificato ancora una volta sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario. Ma in fine mi chiedo: come mai un “intervento umanitario” per risolvere il conflitto tra Gheddafi ed esercito ribelle quando si ignorano da anni questioni molto più delicate e disastrate come quella palestinese, quella del kashmir, quella del popolo tibetano o quella del popolo karen? Sarà perché di umanitario negli interventi americani non c’è nulla? Vedi in Afghanistan per la difesa umanitaria della donna (cui condizione è ora peggiore di prima) o in Iraq per la difesa umanitaria dei curdi (che ancora reclamano autodeterminazione interna) o in Kosovo per la difesa umanitaria delle minoranze (negli ultimi 11 anni serbi “spariti” in questa regione sono decine di migliaia). Sarà perché interessa più il petrolio (il doppio rispetto quello americano)? Sarà per avere un “ottimo partner” (è così che gli Usa chiamano gli Stati fantoccio ora) nel Mediterraneo?Sarà per avere più facile accesso alla prospera Africa sub-sahariana ricca di materie prime? C’è una risposta a tutto questo e ci sarebbero tante altre domande da fare, ma a continuare a porre domande e a dare risposte vorrei fosse ognuno di noi, con il proprio senso critico e la propria voglia di capire tutti, o quasi, i “come mai”.

Ciola Marcello

Il tassello mancante libico nella Nato. In blu i Paesi membri Nato, in verde i Paesi membri del progetto Pfp (partnership for peace) e in rosso i Paesi del progetto "Dialogo Mediterraneo"

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