Libia contro Libia.

La situazione libica merita più approfondite considerazioni rispetto quelle fatte dai media occidentali e da improvvisati commentatori del mondo dei social network.
Innanzitutto è importante fare dei cenni storici per capire le esperienze politiche fatte dalla Libia dal ’51, anno dell’indipendenza, a oggi.
Ottenuta l’indipendenza politica dopo l’amministrazione fiduciaria di Francia e Regno Unito, la Libia prende la denominazione di “Regno Unito di Libia” evidenziando, già nel nome oltre che nella politica, la continuità di rapporto politico con le potenze fiduciarie.
Subito fu sottoscritto un accordo militare Londra-Tripoli che consentiva agli inglesi di conservare le fondamentali basi militari conquistate durante la seconda guerra mondiale utili per il controllo del Mediterraneo. Inoltre furono concesse all’America sia una base militare aerea sia la responsabilità della ricostruzione politica libica attraverso la Lybian-American Recostruction Commission. Andando avanti con gli anni si sono scoperti importanti giacimenti di petrolio in tutta Libia, in particolare in Cirenaica, che hanno fatto attivare i meccanismi d’investimento anglosassoni attraverso la stipulazione di accordi che consentivano la trivellazione e l’estrazione del petrolio a compagnie straniere dividendo a metà i profitti con il governo Libico. Nonostante il commercio del petrolio, le pessime condizioni della popolazione libica non mutarono e questo a causa sia della scarsità degli introiti nelle casse del governo sia per la mancanza di una vera sovranità politica dovuta alla sudditanza rispetto Usa e Uk.

Nel 1969 ci fu la deposizione del re Idris da parte di ufficiali nasseriani, comandati da Mu-ammar el-Gheddafi, che proclamarono la Repubblica araba di Libia (durata fino al 1977) che adottò come bandiera il tricolore della tradizione: strisce orizzontali, nero, bianco, rosso. In questo periodo Gheddafi nazionalizzò tutte le imprese libiche, smantellò le basi militari straniere e sostenne in politica estera posizioni pan arabiste e anti israeliane.

Nel 1976 Gheddafi pubblica il “Libro Verde” in cui espone la sua teoria di socialismo arabo (chiamata da lui “terza teoria universale”, tra democrazia liberale e democrazia popolare) e proclama su queste basi teoriche la “Repubblica Araba di Libia popolare e socialista”: in questo periodo grazie ai maggiori introiti del petrolio inizia la costruzione di numerose strade, ospedali, industrie e inizia un’imponente opera idrica che porterà nel corso degli anni, l’acqua potabile in tutto il Paese; nel ’79 Gheddafi rinuncia ad ogni potere politico rimanendo però leader del Paese riconosciuto con l’appellativo di “guida della rivoluzione”. Lo stesso embargo Onu e l’inserimento del Paese all’interno della lista degli “Stati canaglia” non ha demoralizzato e non ha piegato la politica autonoma del leader libico che ha continuato per 41 anni dritto per la sua strada.

Detto ciò è il caso di guardare la rivolta libica con queste premesse e basta vedere qualsiasi immagine su internet delle manifestazioni (o anche leggere qualche buona fonte d’informazione) per rendersi conto della sostanziale differenza tra le rivolte tunisine ed egiziane e la guerra civile libica e dedurre che le prime non hanno influenzato quest’ultima. L’unica cosa che possono avere in comune è l’età media delle persone scese in piazza: tutti e tre i Paesi sono in una situazione di boom demografico, sono Paesi formati prevalentemente da giovani che hanno avuto un’adeguata istruzione e che in un modo o nell’altro vogliono una “evoluzione” del proprio Paese; ma da qui a dichiarare (come fa quasi tutta la stampa occidentale) che vogliono “pane e democrazia” ce ne passa essendo che la concessione di maggiori diritti e di un’apertura in politica estera (e non solo o non necessariamente in economia) non passa necessariamente dalla democratizzazione del Paese, ma tale evoluzione è suscettibile di altre mutazioni e altri modelli (vedi la Cina, il Venezuela o la Bolivia per esempio).

Già da una decina di anni la politica estera libica cerca un’apertura nei confronti dell’economia di mercato occidentale. Le linee politiche in combutta per questa apertura sono due: la prima è quella del primo ministro, Baghdadi Ali al-Mahmudi, che vuole un’occidentalizzazione della Libia e una distruzione delle vecchie istituzioni della Repubblica popolare socialista libica; l’altra linea, quella seguita dalla stragrande maggioranza dei comitati popolari e rivoluzionari, sostenuta anche dal figlio di Muammar, Seifulislam Gheddafi, è quella di voler limitare gli effetti distruttivi dell’apertura al mercato e ai capitali stranieri pur avvicinandosi ai partner europei del mediterraneo. Infatti, per le strade, sono in corso scontri tra due opposte fazioni di manifestanti: chi sventola le vecchie bandiere del Regno Unito di Libia, sostenitore della linea di occidentalizzazione, e chi invece sventola bandiere verdi e innalza ritratti del capo dello Stato. La guerra politica tra queste due fazioni, prima di trasferirsi nelle strade, era iniziata già da tempo tra i corridoi di palazzo, da quando Seifulislam tramite le sue televisioni criticava la politica del premier che in seguito ha chiuso tutto il gruppo editoriale del figlio di Gheddafi per farlo “tacere”. Muammar Gheddafi per risolvere questa lotta tra istituzioni aveva anche pensato di richiamare come primo ministro Abdessalam Jallud, già suo braccio destro e primo ministro tra il ’72 e il ’77, ma la rivolta è poi dilagata tra le strade.

L’insurrezione, che ha dichiarato la costituzione di un emirato indipendente in Cirenaica, ha preso piede in quasi tutto il Paese; nel frattempo i Fratelli Mussulmani (non eccessivamente influenti in questa zona rispetto all’Egitto) si sono detti pronti a intervenire nella rivolta e a portare il proprio progetto politico per le strade, cercando di attirare consensi.
L’unica fonte davvero ufficiale dei morti e dei feriti in Libia è la HRW (Human Rights Watch), una organizzazione non governativa newyorkese che, oltre a contare morti e feriti, condanna l’utilizzo degli aerei caccia da parte dell’esercito per la dispersione della rivolta.
Sicuramente dopo questa rivolta qualcosa cambierà, una delle due posizioni prevaricherà sull’altra e non ci si può aspettare che, anche se prevalga la fazione “filogovernativa”, le cose rimarranno come prima.

Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri italiano Frattini sono, a mio parere, molto pertinenti: non si può pensare di intervenire importando, con qualsiasi mezzo, un modello democratico-occidentale; il diritto di un popolo all’autodeterminazione è sacrosanto e questo si deve svolgere senza l’ingerenza (militare, economica o sottotraccia) di alcuno Stato, senza neanche mascherare l’esportazione della democrazia attraverso operazioni di peace-keeping che favorirebbero sicuramente una fazione rispetto all’altra. Inoltre occorre preservare l’integrità territoriale libica, evitando, per il bene del popolo e della sua sovranità, di correre il rischio che si consolidi un emirato, forma di Stato che, non riallacciandosi ad alcun primato morale, spirituale o economico, ma al puro e semplice diritto di impartire ordini (in lingua araba amr), sia alla mercé del migliore investitore straniero.

Ciola Marcello

Manifestanti che sventolano bandiere del Regno Unito di Libia

Manifestanti filogovernativi a Tripoli

 

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