La crisi della spinta propulsiva del modello statunitense.

La logica unipolare degli anni ’90 è finita da quasi un decennio e gli Usa, dal 2001 e sempre più evidentemente dal 2008 ai nostri giorni, si affannano sulla scena geopolitica mondiale per conservare lo status di unica superpotenza planetaria come una grande balena spiaggiata che dalla riva tenta di riguadagnare il mare aperto. La crisi della spinta propulsiva del modello statunitense è evidente se mettiamo insieme diversi eventi che apparentemente sembrerebbero isolati, ma che, in diverse parti del mondo, segnano la fine di una egemonia che va avanti da 65 anni.

Momenti di crisi:

Kosovo e Iraq.

Andiamo con ordine: prima di tutto nel 1999 l’intervento in Kosovo non autorizzato dall’Onu, poi sanato con la risoluzione 1244, e la dichiarazione unilaterale di indipendenza del febbraio 2008 (non ancora effettivamente esercitata) contestata a più riprese da tantissimi Stati e da buona parte della dottrina, hanno segnato, nel mondo unipolare, i primi attriti con la comunità internazionale. L’intervento in Iraq, giustificato con la cosiddetta “dottrina Bush” (assolutamente invalida sotto il profilo del diritto internazionale), ha sancito la definitiva crisi non solo della preponderanza degli Usa in seno al consiglio di sicurezza ma anche della leadership indiscussa all’interno della Nato.

 

Il risveglio del Sol Levante.

Nel 2009 altro evento importantissimo: il partito liberaldemocratico giapponese, dopo 55 anni praticamente ininterrotti di governo, perde le elezioni; il partito di opposizione, il Partito Democratico, vince insistendo su un punto fondamentale molto sentito dalla popolazione: lo smantellamento della base Usa di Futenma, sull’isola di Okinawa. Il leader di questo partito, Yukio Hatoyama, aveva anche lanciato il grande progetto di una coalizione regionale del sud-est asiatico su modello europeo. Il suo governo è caduto lo scorso 8 Giugno perché Hatoyama aveva fatto retrofront sullo smantellamento della base e, in seguito alla perdita di consensi, è stato allontanato dai vertici del proprio partito.

Questo cambio di rotta, spinto più dal popolo che dagli ambienti governativi, fa dedurre che “l’amico” statunitense numero uno in quella zona geografica, abbia oramai sfiducia in Washington e voglia allontanare questa influenza sulle scelte di fondo della propria politica.

 

L’Europa.

Dal 2008 si sono avute una serie di crescenti frizioni con Russia e Stati dell’Unione Europea. I contrasti con la Russia sono “invisibili” a chi disinteressatamente legge le notizie di politica estera, questi si svolgono sulla base della vecchia strategia “il nemico del mio nemico è mio amico”: la vendita di materie prime energetiche all’Europa e (soprattutto) il controllo di tali commerci è uno dei leitmotiv dell’economia statunitense. La Russia è l’unico Paese che ha uno sbocco sia sul mar Caspio sia sul mar Nero. Questi sono due importantissimi snodi sia per quanto riguarda l’estrazione delle materie prime sia per quanto riguarda il trasporto e il commercio delle stesse. In questa zona, ormai da anni vi è lo storico conflitto con i ceceni, che ha delle basi etnico/religiose ma sostanzialmente è incoraggiato dagli Usa e dalla sua alleata Georgia per il controllo di questa importante zona.

Non a caso, in questo quadro, si inserisce la polemica tra Usa e Ue per quanto riguarda il progetto di un gasdotto (south stream) che collegherebbe direttamente Russia e Europa, nella fattispecie Italia, che contrasta con il progetto di gasdotto voluto dagli Usa per l’Europa (Nabucco) che invece farebbe una serie di passaggi in diversi Paesi dell’aria anatolico/caucasica fondamentali per il gioco statunitense in quella zona.

La polemica con alcuni degli Stati europei segue sia la questione del gas russo (Italia), sia la politica estera ed economica seguita alla crisi del 2008, che ha visto il vecchio continente e soprattutto gli stati sociali nazionali completamente ignorati dalla politica del FMI più indirizzata verso le banche che verso i cittadini.

 

L’Iran e l’America latina.

Gli scontri con l’Iran sono sotto gli occhi di tutti: la continua campagna diffamatoria internazionale a scapito di Ahmadinejad è tesa a screditare il ruolo di potenza regionale che l’Iran ha assunto da dieci anni a questa parte, che continua a polarizzare altri Stati centro asiatici come per esempio il Pakistan, da tempo abbandonato dagli Stati Uniti a favore di un rapporto più privilegiato con l’India.

L’America latina non è più da tempo territorio di scorribande statunitensi: diversi Stati aumentano la loro autonomia politica in campo interno e in campo internazionale; Bolivia, Venezuela, Brasile e in parte anche l’Argentina iniziano a tessere una tela anti-imperialista con Iran e Turchia che non solo evidenzia la crisi del pensiero unico liberista ma pone in difficoltà lo stesso processo di globalizzazione inteso come espansione geopolitica ed economica nordamericana in tutto il globo.

 

La crescita cinese.

La continua perdita di fette di mercato globale in favore della Cina mette la politica economica americana in condizione, per la prima volta nella sua storia, di dover trattare in maniera paritaria con un altro Stato in politica finanziaria. Soprattutto la Cina ha conquistato la stragrande maggioranza del mercato africano facendo notare l’impotenza di Washington, Pentagono e Wall Street, che tra qualche anno non riusciranno neanche più a tenersi stretti i partner europei del mediterraneo che troveranno più conveniente adattarsi al nuovo ordine finanziario mondiale procedendo con accordi bilaterali con Paesi africani e con la Cina, riscoprendo dopo secoli l’importanza del ruolo geostrategico e geoeconomico del Mediterraneo.

 

Lo scollamento della Turchia.

Il distaccamento della Turchia dalla politica estera statunitense ha un ruolo fondamentale in questa fase, sia per quanto riguarda i rapporti con il medio oriente, mutati sicuramente dopo il caso della freedom flotilla e l’inasprimento delle politiche israeliane nei confronti della nazione palestinese (con 1400 nuovi appartamenti per israeliani che saranno costruiti a breve in territorio palestinese), sia nei rapporti con l’Europa e con il nord Africa.

La Nato non si sa per quanto tempo ancora riuscirà a tollerare la posizione apertamente anti-israeliana di Ankara e arriverà prima o poi a perdere il suo storico “trampolino di lancio” in medio oriente per proteggere fino alla fine gli interessi particolari di Tel-Aviv.
L’Unione Europea, con Francia e Germania in testa, insistono con l’allontanare la Turchia dal resto dell’Europa avvicinandola così ai mercati di Russia, Iran e Cina, rafforzando di conseguenza questa zona geografica.

 

L’Inghilterra e i Palestinian Papers.

Come se tutto ciò non bastasse l’unico fedelissimo alleato di zio Sam, l’Inghilterra, si è ritrovato all’interno dell’uragano dei Palestinian Papers, dove diversi documenti segreti hanno rivelato di come l’Anp (autorità nazionale palestinese) oltre che svendere l’intero popolo e l’intera identità palestinese e chinarsi alle richieste coloniali israeliane ha collaborato con gli inglesi per quanto riguarda l’addestramento e l’equipaggiamento delle sue forze di sicurezza che sarebbero state messe poi a disposizione per poter uccidere membri delle Brigate dei martiri di Al Aqsa (un gruppo di Al-Fatah). Questo ha sancito il fallimento del progetto di “due popoli due Stati” voluto da Londra e ha fatto notare di come in realtà la politica dell’asservimento al denaro applicata dall’asse Washington-Tel Aviv stia vincendo sulla questione palestinese dove gli unici ancora a credere nei palestinesi (e a rappresentarli) siano quelli di Hamas.

 

 

La Tunisia e l’Egitto.

In tutto questo movimento internazionale la risposta degli Usa è continuare a favorire o pilotare rovesciamenti di governo e colpi di Stato tanto in Occidente quanto in Asia e soprattutto in Africa, esempi palesi di queste “rivoluzioni colorate” sono quelli tunisino e egiziano: nel primo caso il Generale Ben Alì, salito al potere nell’87 dopo le rivolte del pane dell’84 che avevano messo fuori gioco Bourguiba, in 23 anni di governo è sempre stato servo della politica economica e finanziaria del FMI che è la principale causa dell’impoverimento della popolazione tunisina dovuta all’aumento dei prezzi del cibo, dovuta a sua volta ad una manovra di speculazione finanziaria da parte delle borse americane tenutasi tra il 2006 e il 2008 che ha creato una carestia mondiale senza precedenti (http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8877); la protesta, inizialmente indirizzata verso questi meccanismi di libero mercato, è stata successivamente pilotata dalla politica statunitense che ha usato lo stato maggiore dell’esercito sia per deporre Ben Alì che per garantire sostanziale continuità politica sostituendo il vecchio generale con qualche altro candidato allineato alla politica di Washington. La ribellione egiziana è ancora più un caso di evidente manipolazione della protesta popolare. In Egitto nel corso degli ultimi anni si sono avute diverse proteste popolari, sia contro l’allineamento politico con gli Usa, sia soprattutto contro l’asservimento a Israele e sia per la povertà. L’ultima protesta è stata inizialmente ignorata dai media occidentali per due motivi: il primo è che pensavano che i moti non avrebbero causato mutamenti dello status quo (come da 30 anni a questa parte) e il secondo è che Mubarak è sempre stato amico degli occidentali a tal punto che fino la fine di gennaio, nonostante la protesta dilagava con diversi feriti, quello del generale era considerato ancora un governo saldo. Ma le cose sono precipitate con i giorni e Mubarak è decaduto. I media occidentali hanno presentato l’evento come la vittoria della democrazia sulla dittatura, ma come giustamente ha sottolineato Sergio Romano dalle pagine del Corriere, si stava esultando per un golpe militare, l’ennesimo in Egitto: da Naguib (primo “presidente” dell’Egitto indipendente), a Nasser, a Sadat fino a Mubarak, tutti i presidenti della Repubblica sono sempre stati generali dell’esercito. Obama e Netanyahu hanno cercato fin dall’inizio di pilotare la rivolta verso un finale a loro propizio, proponendo due nomi emblematici per la tanto predicata “transizione pacifica”: uno è Muhammad El Baradei, uomo vicino agli States, l’ex segretario generale dell’agenzia internazionale per l’energia atomica che “scoprì” le armi di distruzione di massa in Iraq, che dopo 30 anni di assenza dall’Egitto torna in “patria” autoproclamandosi portavoce e incarnazione della rivolta, e l’altro è Omar Suleiman, numero uno dei potentissimi servizi segreti Egiziani, molto vicino agli ambienti sia della Cia che del Mossad. Per ora il potere rimane solo in mano all’esercito che prepara la strada a delle elezioni (dalla dubbia legittimità) e che è ancora alle prese con il popolo in rivolta che giustamente si sente preso in giro da questa situazione.

 

Il Medio Oriente e il Maghreb.

La situazione Giordana è la dimostrazione di come il modello statunitense non riesca a garantire la solidità dei mercati da lei stessa creati e “gonfiati”: dal 1999 il re Abdallah ha attuato una serie di riforme tese a privatizzare alcune industrie e imprese giordane e ad aprire il mercato agli investitori esteri orientando l’economia soprattutto all’esportazione. Gli Usa hanno investito parecchi capitali nell’economia di Amman, ma con la crisi finanziaria del 2008 gli investitori hanno “chiuso i rubinetti” e il mercato giordano, non potendo contare su di un solido mercato interno, ha iniziato a “sgonfiarsi” collassando su se stesso.  Dal 14 Gennaio il popolo giordano è in rivolta, le misure di emergenza intraprese dal re si sono rivelate per ora inefficaci; la direzione migliore da prendere per questo piccolo Paese dell’aria mediorientale sarebbe quella di affidarsi a mercati più vicini e più integrati, sganciandosi dal colosso Usa (che garanzie non dà), e approfittando dei buoni rapporti con Israele (rispetto soprattutto agli altri Stati circostanti) rendendosi mediatore economico e politico di rilievo nella zona.
Dal 14 febbraio le rivolte, di minore intensità rispetto a Tunisia ed Egitto, sono aumentate e continueranno ad aumentare tra la fine di febbraio e marzo: c’è chi le associa a moti di rivolta incoraggiati da quelli di gennaio in Tunisia ed Egitto, ma i sospetti ci sono e non sono pochi. Il 14 Febbraio in Bahrein è scoppiata una rivolta: questo piccolissimo Stato è la base militare della V° flotta della marina statunitense in cui regna da 30 anni un despota filoamericano; per le strade si scontrano due fazioni, quella filo-governativa e quella anti-governativa, molto vicina a posizioni integraliste. Il 15 febbraio è scoppiata la rivolta in Yemen guidata da una giornalista, Tawakol Karman, uno dei vertici di Women Journalist Without Chains una fondazione giornalistica molto vicina al gruppo finanziario del Daily news di New York. Il 17 Febbraio invece sono scoppiate rivolte in Libia, guarda caso dopo la conclusione degli accordi Eni-Gazprom sullo sfruttamento del gas libico. Il 19 ci saranno rivolte in Algeria, il 20 in Marocco, il 23 in Camerun e l’8 Marzo in Kuwait: la tabella di marcia dei disordini è stata già decisa a tappeto. Anche in Iran ci sono state delle manifestazioni di poche centinaia di persone a Teheran (in Iran ci sono più di 70 milioni di persone), ma il parlamento ha subito condannato e bollato queste manifestazioni come pilotate dalla longa manus sionista e americana.

Sicuramente i presidenti mediorientali e magrebini non se la passano benissimo e non devono sentirsi molto rassicurati dal fatto che, altra strana coincidenza, i due dittatori finora spodestati (Ben Alì e Mubarak) siano entrambi in coma (un tempo i sovrani che venivano deposti venivano mandati in esilio, ora vengono mandati direttamente in coma).

 

Scenari futuri.

Questa situazione può avere due possibili sviluppi: o un ridimensionamento Usa con conseguente un aumento del policentrismo politico planetario e la fine (almeno a livello mondiale) del dominio del paradigma liberista Usa oppure un irrigidimento degli Stati Uniti con una conseguente “guerra permanente” che inevitabilmente, sia nel breve sia nel lungo periodo, sarebbe persa da Washington per via dei costi che una situazione del genere porterebbe o per via del rigetto di alcune nazioni o di alcune aree geopolitiche di questa imposizione ideologico/politica (anche se sostenuta da rivolte pilotate). In qualsiasi di queste ipotesi sicuramente avremo una crisi di organismi e meccanismi mondiali quali il Wto o l’Onu, un trionfo delle politiche regionali e una nuova occasione per delle zone geostrategiche quali per esempio il mediterraneo di essere rivalutate e portate al centro dello sviluppo delle economie regionali.

Ciola Marcello

Le potenze regionali

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