Midterm Usa: i risultati, le aspettative disattese e la vittoria delle lobbies.

Lo scorso 2 Novembre c’è la stata negli Stati Uniti una delle più importanti tornate elettorali al mondo: le elezioni di midterm, che principalmente rimpastano il parlamento americano (465 seggi alla Camera e tra i 30 e i 40 seggi su 100 al Senato) e eleggono 36 governatori, 34 su base quadriennale e 2 su base biennale, Vermont e Stato di New York. Quest’anno al midterm si sono aggiunti circa 160 ballots (referendum su tantissimi temi quali, per esempio, limiti ai gas serra, tassa sui ricchi, riduzione dell’imposta sui consumi, eliminazione dell’obbligo di assicurazione medica) tra cui spicca la Proposition 19, referendum sulla legalizzazione della coltivazione di marijuana in California, dove il consumo della cannabis è già previsto a scopo terapeutico, e negli stati dell’Arizona, Oregon e Dakota per uso terapeutico: i sì, nonostante il milione di dollari donato da George Soros per la legalizzazione, sono stati battuti, talvolta di un soffio come in Arizona (49,75% contro il 50,25%), e in media i no sono stati il 54% dei voti.
Dal 1862 si contano 37 elezioni di midterm di cui 34 hanno segnato la vincita del partito di opposizione; alla Camera solo due volte nella storia il partito di governo ha tenuto la maggioranza: 1998 con Clinton e 2002 con G.W.Bush, che paradossalmente è stato l’unico nella storia degli Stati Uniti a conservare la maggioranza sia alla Camera che al Senato; dunque potremmo dire che è stato un risultato scontato quello del midterm 2010, sostenuto dai sondaggi pre-elezioni che hanno sempre dato in leggero vantaggio il partito Repubblicano (il Grand Old Party, Gop), nonostante le lobbies economiche si siano schierate solamente (e apertamente) verso la fine di Settembre. Vediamo i risultati complessivi nonostante ogni singolo Stato meriterebbe un articolo ad hoc per la varietà dei personaggi che si sono scontrati e per l’intensità dello scontro politico: l’elefantino (repubblicani) sospinto dal Tea Party (corrente repubblicana più “estrema” composta da liberali, conservatori, evangelisti e populisti) si afferma soprattutto nel Mid West e nei maggiori stati industriali, dove i colletti blu che hanno votato repubblicano  sono il 19% in più rispetto il 2008, riprendendosi 24 distretti su 20 espugnati dall’asinello (democratici) nelle precedenti due elezioni e conquistando 66 seggi (la maggiore conquista elettorale dal 1938) alla Camera, passando così a 240 seggi (per ottenere la maggioranza ce ne vogliono 218) contro 189. Al Senato i democratici riescono a tenere la maggioranza con 53 senatori contro 47 repubblicani che guadagnano 7 seggi  rispetto le scorse elezioni tra cui quello in Illinois che fu di Obama.
Il Presidente ha immediatamente riconosciuto la batosta, trovando la colpa nella situazione economica del Paese che stenta a riprendersi, e si è subito detto pronto a collaborare con la nuova Camera per rivedere l’agenda di governo e migliorarla per il bene del Paese; secondo un sondaggio della American Enterprise Institute solo il 14% degli elettori dice che la propria situazione economica sia migliorata rispetto il 2008 e secondo delle ricerche dello stesso istituto gli stati che consumano più tasse, e quindi quegli stati che sono i maggiori beneficiari dei trasferimenti federali e dei piani di stimolo dell’economia, come New York, California e Illinois, governati dai democratici da un decennio, presentano dei gravi problemi finanziari, infrastrutturali e previdenziali che non lasciano ben sperare per un miglioramento nei prossimi due anni.
Oltre le parole di Obama sarebbero da analizzare due aspetti importanti di queste elezioni ai fini di comprenderne meglio il cambiamento di rotta: i finanziamenti stanziati dalle lobbies ai partiti e l’aspetto dell’elettorato vittima delle cosiddette aspettative disattese.
Partiamo dal primo aspetto: queste elezioni sono state le più ricche di sovvenzioni ai partiti nella storia degli Stati Uniti con 5,1 miliardi di dollari (secondo quanto riportato dal “guardian” http://www.guardian.co.uk/world/2010/oct/04/us-midterms-most-expensive-elections cui fonte è una ricerca del Center for Responsive Politics).

IL Gop ha raccolto più aiuti economici di tutti: il 52% delle risorse delle lobbies finanziarie, ora contro la riforma finanziaria di Obama ma che nel 2008 avevano devoluto il 58% delle sovvenzioni all’asinello. Secondo un’analisi dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) il Pac (Political Action Commitee) della General Motors ha elargito 86mila dollari in queste percentuali: 52% ai democratici, contro il 47% dei repubblicani. La Chrysler, anche essa salvata dal governo Obama come la GM e oggi a partecipazione statale, ha scelto di dare maggior sostegno ai democratici (67%) rispetto ai repubblicani (33%) beneficiari, nel complesso, di 179mila dollari. Significativo il caso dell’American International Group (Aig), che ha optato per i democratici destinando loro il 100% delle risorse per il candidato al Senato, Mark Udall, e alla Camera, Paul Kanjorski. Invece dalla Morgan Stanley (Ms), che è tra le prime cinque aziende finanziarie statunitensi, i repubblicani stanno ricevendo il 55% dei finanziamenti contro il 43% dei democratici. Evidentemente la politica finanziaria di Obama non è piaciuta a molti e come aveva detto prima delle elezioni il settimanale “The Economist”: “La politica negli Stati Uniti è contaminata dal denaro in molti modi. Ma se i Democratici non riusciranno a spuntarla nel mese di novembre, non sarà a causa dell’attivismo giudiziario di una Corte Suprema conservatrice. Sarà perché hanno fatto poche cose gradite agli elettori, e molte altre sgradite.” (http://www.economist.com/node/17201957?story_id=17201957).

L’altro lato dell’analisi, quello delle aspettative disattese, si muove al livello dell’elettorato e non al livello dei partiti: l’elettorato del 2008, reduce di una pesantissima crisi finanziaria scoppiata in America nell’Agosto 2007, chiamava a gran voce non solo il cambiamento ma anche la veloce ripresa economica del Paese con la creazione di nuovi posti di lavoro e ha riposto in Obama tutte queste speranze, ritenendolo l’uomo del cambiamento, l’uomo della ripresa veloce, l’uomo contro le logiche lobbistiche, l’uomo appunto del “Yes we can!”. Ma purtroppo Obama (non per colpa sua ma per colpa di tutto il sistema politico-economico americano) ha dovuto fare i conti con i gruppi di pressione che lo avevano fatto eleggere e che pretendevano la tutela dei loro interessi, tale tutela è stata in gran parte ottenuta ma ha rallentato di molto l’agenda del Presidente che ha dissilluso le aspettative degli elettori. In sostanza, Obama da queste elezioni ne esce piegato ma non spezzato, i repubblicani sono vincitori a metà poiché la scossa promessa da Sarah Palin (leader del Tea Party) non c’è stata al senato, e, come sempre in America, i veri vincitori di queste elezioni sono le lobbies che per convesso rendono il popolo un eterno perdente.

Marcello Ciola

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2 risposte a Midterm Usa: i risultati, le aspettative disattese e la vittoria delle lobbies.

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