Considerazioni sull’Unità d’Italia

Ricorre il 150° anno da quello che fu l’atto centrale (e per certi aspetti anche finale) dell’unità d’Italia, ma quello che è definito movimento risorgimentale (ancora non è ben chiaro cosa sia ri-sorto) merita una discussione seria e un processo di revisione amplio. Sfatiamo subito l’idea che quella che si ebbe nel 1870 fu una unità nazionale e/o statale: fu una evidente piemontesizzazione, un processo di colonizzazione sociale, politico e istituzionale da parte del regno savoiardo nei confronti di tutta la penisola italica, una unione militare organizzata da delle élites (neanche tanto d’accordo tra di loro).
Fino a qui potremmo anche dire che non c’è nulla di strano in quanto nella Storia gli avvenimenti controllati in prima persona da delle élites abbondano, ma il caso italiano presenta due particolarità: innanzi tutto prevalse l’idea di uno Stato centralizzato, voluto fortemente dalle ambizioni egemoniche dei Savoia che, al contrario degli Hohenzollern in Europa centrale, non optarono per la soluzione federale che sarebbe stata più appropriata alle profonde diversità istituzionali e sociali dei piccoli Staterelli che componevano il mosaico della penisola italica. Questo accentramento causò la colonizzazione e lo sfruttamento sistematico del Sud da parte del Nord, soprattutto per quanto riguarda risorse bancarie e industriali, con conseguente dilagare del fenomeno del Brigantaggio. Come seconda particolarità abbiamo che il carattere élitario del Risorgimento portò un notevole ritardo nel processo di nazionalizzazione delle masse, nonostante l’utilizzo della scuola pubblica e della leva obbligatoria; il ritardo fu colmato prima con la Grande Guerra (che per l’Italia fu più una quarta guerra di indipendenza) e poi con il fascismo che riuscì pienamente (almeno fino al ’35) nel tentativo di creare l’italiano. Questi due avvenimenti diedero un senso a quel movimento che era partito con i Mille e, a parte le “commedie delle annessioni peblescitarie”, era poi sfociato nel fallimento della tassa sul macinato, ai cannoni del Bava Beccaris, agli scandali della Banca Romana, alle leggi eccezionali di Pelloux e al kulturkampf che lo Stato Liberale ha condotto contro la Chiesa (a detta di Gramsci “unica vera forza popolare italiana”).
Una soluzione di stampo federalista non avrebbe solo evitato problemi all’interno (come la questione meridionale che ancora ci perseguita), ma avrebbe evitato anche diverse conseguenze in politica estera: per esempio la pretesa dell’espansione a nord-est che causò l’inimicizia con l’Austria o l’appoggiarsi ai prussiani che causò l’inimicizia con la Francia. Se si fossero tenuti rapporti più pacifici e fedeli con i propri confinanti probabilmente si sarebbero ottenuti risultati più vantaggiosi e si sarebbe magari potuto realizzare quel proficuo  progetto di Napoleone III (o più probabilmente della sua consorte Eugenia) di una lega europea meridionale tra Francia, Italia, Spagna, Austria-Ungheria e Bavaria che sarebbe stato sicuramente un ottimo contributo per la futura Unione Europea.
Ma l’Italia ha perso quel treno e ha scelto una strada diversa, e ora a distanza di 150 anni torna a parlare di federalismo. Non so se questo progetto è corretto come quello che si sarebbe dovuto intraprendere 150 anni fa, ma solo il fatto che se ne stia parlando è parecchio indicativo; l’importante è che questo federalismo non crei una disunità nazionale, ma che invece aiuti il paese a lavorare meglio perché ora bisognerebbe affrontare il federalismo europeo e non possiamo permetterci di farci trovare impreparati come un secolo e mezzo fa.
Insomma, sulla “falsa partenza” italiana ci sarebbe davvero tanto da dibattere e meno da celebrare.

Articolo del 24/04/2010

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