Косово је Србија!

Kosovo è Serbia!


La partita di calcio Italia – Serbia disputata lo scorso 12 Ottobre a Genova ha suscitato non poche polemiche su sicurezza negli stadi e ha scatenato una non indifferende, ma comunque leggermente velata, campagna di razzismo (sia etnico che culturale). Per capire cosa c’è dietro a quei gesti non serve né parlare di calcio e né tanto meno serve seppellire la questione dietro l’ignoranza  di quel “gruppo di buzzurri serbi”, come sono stati definiti dalla civilissima opinione pubblica italiana (la stessa che si schierò a favore dei bombardamenti ai danni del popolo Serbo nel 1999). Sarebbe più utile invece guardare più attentamente la storia del popolo Serbo e, soprattutto, gli ultimi anni di polica internazionale inerente a quel territorio. La regione del Kosovo (correttamente Kosovo i Metohija o, abbreviato, Komet) è considerata dai Serbi e dagli storici, la culla della civiltà serba: fin dal VI secolo d.C. i proto-serbi, giunti migrando dalla Lusazia (una zona a sud della Polonia), si insediarono stabilmente in quella regione in circa 500 anni divenendo l’etnia in tutto e per tutto dominante (come dimostra la “carta di fondazione del Dečani”, il più antico tra i documenti esistenti, risalente al XII sec); nel XII secolo i Serbi conobbero il loro periodo di massima espansione ma subito dopo arrivò la dominazione turca che oppresse i serbi cristiano-ortodossi di quella zona, sia con metodi fisici sia con la toponomastica, usando gli albanesi mussulmani nella stessa  maniera in cui si servì dei curdi per colpire il popolo armeno. Solo dopo le guerre balcaniche del 1913 la Serbia tornò unita e indipendente, poi inglobata nel 1918 nel regno SHS. Nel secondo dopoguerra la Jugoslavia è sotto il dominio di Tito e dei comunisti, dominio che finirà con la disintegrazione della Repubblica Federale Socialista nel 1991-92 per la scissione di sloveni e della bosnia-erzegovina. Nel 1996 le rivendicazioni indipendentiste degli albanesi mussulmani diventano sempre più insistenti e sfociano in una sanguinosa guerra civile che scatena una terribile persecuzione ai danni dei serbi ortodossi, in minoranza nella regione dai tempi dell’oppressione turca,la guerra civile finisce nel 1999, dopo che gli americani, contro le disposizioni dell’Onu, ma con i consenso degli alleati Nato, (tra cui l’Italia, che offrirà le proprie basi come punto di partenza per i raid aerei)hanno devastato l’intera area geografica con i bombardamenti, avvelenato la popolazione civile con l’uso dell’uranio impoverito e arrestato l’autocrate (e non autoritario perché in Serbia esisteva una opposizione) Slobodan Milosevic, morto “provvidenzialmente” d’infarto nel 2006 senza che il suo processo fosse mai stato concluso definitivamente nonostante i buoni elementi a suo favore. Dalla fine della guerra in Kosovo governa l’ Unmik (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo), formato da una classe dirigente reclutata tra i più importanti e ricchi clan mafiosi kosovari che si dividono la zona in sfere di influenza controllando l’imponente traffico di droga. Il Kosovo è infatti il centro cruciale per i traffici di sostanze stupefacenti dal Pakistan all’Europa Occidentale (l’80% dell’eroina che arriva in Occidente passa da lì); ma contemporaneamente è un importante centro nevralgico per il passaggio di greggio dal mar Caspio all’Adriatico: nel 1995 c’è stato l’inizio della costruzione di un oleodotto finanziato dalla Kellogg, Brown and Root, che è la stessa compagnia che ha costruito, proprio in Kosovo guarda caso, la più grande base militare statunitense dai tempi del Vietnam. Dunque ancora una volta gli americani mettono il loro zampino al di fuori di casa loro per tutelare i propri interessi, e nel frattempo gli albanesi kosovari continuano e finiscono il lavoro di pulizia etnica iniziato un paio di secoli fa dai turchi, al di là della frontiera Belgrado continua giustamente a rivendicare il Kosovo come parte del proprio Stato nazionale perché, in fondo, i motivi religiosi storicamente non sono mai stati un problema per la coesistenza pacifica in Jugoslavia e il fatto che vi siano (ora) più albanesi che serbi in quella zona non giustifica un’autodeterminazione all’indipendenza, perché gli albanesi uno Stato nazionale ce l’hanno già ed è la Repubblica di Albania; l’esempio di Massimo Fini al riguardo è calzante: è come se tra un secolo in Piemonte (culla dello Stato italiano), per qualsiasi motivo, abiteranno più magrebini mussulmani che italiani, questo giustificherà una loro richiesta di indipendenza? Io penso di no, perché l’identità di una terra non appartiene solo a chi la abita in quel momento, ma appartiene anche alla storia di quella regione.

Ultimo aspetto dell’indipendenza kosovara (dichiarata ufficialmente nel 2008, non riconosciuta da tanti Stati tra cui Spagna, Grecia, Cipro, Romania per l’instabilità interna che potrebbe derivarne), è che questa ha scoperchiato un incredibile vaso di Pandora, destando non poche domande e perplessità a riguardo: ora che gli albanesi kosovari hanno fatto valere le loro ragioni, come poter negare una patria ai curdi o ai tibetani? Come non riconoscere i movimenti indipendentisti di catalonia o dei paesi baschi oppure le rivendicazioni corse o bretoni? Come non riconoscere la diversità e conseguentemente concedere la scissione a irlandesi del nord o agli scozzesi? Ora ci si potrebbe aspettare anche che i serbi di Bosnia (che sono il 90% della popolazione nella Repubblica Srpska) proclamino unilateralmente la loro indipendenza senza che nessuno fiati, ingrandendo enormemente la Serbia e polverizzando  la Bosnia-Erzegovina. Perché no?

Marcello Ciola

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