Chi vince e chi perde in Siria

Riflessioni politiche sugli interventi in Siria e Iraq

pubblicato sul sito de Il Nodo di Gordio il 29ottobre 2014: http://www.nododigordio.org/in-evidenza/chi-vince-e-chi-perde-in-siria/?utm_content=buffer075a5&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

Si è tutti così incredibilmente concentrati a pensare all’avanzata delle truppe di Al-Baghdadi che talvolta si smette di riflettere sui processi politici che stanno mettendo in moto la controffensiva. Volendo fare un breve ma importante excursus di quanto è accaduto, bisogna partire dallo scoppio della guerra civile in Siria. Da quando l’opposizione al governo di Damasco ha iniziato a raccogliere consensi (e armamenti) internazionali, preparando, forse troppo prematuramente, il “dopo-Assad”, diversi Stati del globo hanno mostrato il loro appoggio politico a questo processo di “transizione democratica e moderata” facente parte a pieno titolo delle “Primavere Arabe”. Quando le truppe dell’esercito siriano hanno dimostrato la loro organizzazione e preparazione, resistendo e riconquistando territorio grazie anche agli aiuti provenienti dal Libano e dall’Iran, gli Stati che appoggiavano l’opposizione “democratica e moderata” hanno iniziato a richiedere a gran voce l’intervento “internazionale umanitario” in Siria. Davanti ai niet di Mosca e Pechino, i Paesi arabi del Golfo hanno aumentato in maniera consistente il loro appoggio economico e logistico ai gruppi anti-Assad. Sebbene il flusso di armi e di finanziamenti abbia riguardato tutte le fazioni di ribelli, alcune di queste sono state più capaci di altre a sfruttare le risorse, il territorio e la contingenza politica a proprio favore. Qui entra in gioco l’ISIL che per mancanza di spazi utili in Siria e dopo essersi inimicato Al-Nusra a causa dei metodi poco ortodossi utilizzati sul campo di battaglia, ha deciso di spostarsi verso l’Iraq. La scelta di invadere il nord e l’ovest del Paese è stata assolutamente vincente in quanto l’impreparazione militare dell’esercito iracheno e il malcontento politico e sociale delle popolazioni del nord a maggioranza curda e sunnita hanno reso la conquista di questo grosso scatolone di petrolio e sabbia quanto mai facile. Consolidato il controllo di Erbil e Mosul e alzate le barricate a poche decine di chilometri da Baghdad, l’ISIL si è spostato di nuovo verso la Siria scontrandosi con le truppe peshmerga e con l’esercito siriano. In questa confusione, Stati non formalmente e direttamente coinvolti nella guerra in Medioriente, hanno approvato in fretta e furia, talvolta prima di discuterne all’interno delle Nazioni Unite[1], l’intervento militare in Siria e Iraq. Alla chiamata alle armi statunitense hanno risposto ventiquattro Paesi che hanno aderito in maniera diversa all’operazione militare contro il DAESH[2].

Se è vero che l’autodeterminato Stato Islamico dell’autoproclamato califfo Al-Baghdadi somiglia molto di più ad uno Stato Talebano 2.0 piuttosto che a una qualsiasi cellula terroristica, è vero anche che il territorio occupato dall’ISIL appartiene formalmente a due Stati sovrani. Se nel caso dell’Iraq vi è stata l’esplicita richiesta di intervento internazionale per fiaccare l’ISIL[3] (benché Baghdad non volesse la partecipazione dei Paesi arabi[4]), nel caso siriano non c’è lo stesso tipo di volontà[5]. Alla voce del governo siriano hanno fatto eco le dichiarazioni di Mosca che ha invitato ad una maggiore condivisione internazionale delle operazioni in Medioriente[6], dichiarando che i bombardamenti sul suolo siriano sono una violazione del diritto internazionale[7]. Il punto d’inizio della riflessione che si dovrebbe fare circa l’intervento in Siria dovrebbe partire proprio da questa considerazione: la politica internazionale americana (e di molti suoi alleati) di “due pesi e due misure” è ignorata dai media che utilizzano efficacemente (ma inconsciamente) il registro e i vocaboli della politica. L’ISIL non è a tutti gli effetti uno “Stato”[8] e se, come dice il Ministro degli Esteri francese Fabius[9], l’ISIL non bisogna chiamarlo “Stato Islamico” perché non è uno Stato ma un gruppo terroristico, allora a maggior ragione l’intervento militare è una palese violazione della sovranità nazionale siriana. Quello che però il ministro Fabius ignora è che utilizzare la locuzione “Stato Islamico” oltre che dare una connotazione (illegittimamente) religiosa al califfato, legittima l’ISIL come un interlocutore politicamente –ma non giuridicamente- statale a cui poter dichiarare guerra per tutelare la “sicurezza internazionale” o quella dei singoli Stati coinvolti[10]. Considerati i precedenti tentativi degli Stati Uniti di intervenire contro il regime di Assad attraverso risoluzioni presentate al Consiglio di Sicurezza, l’intervento contro lo Stato Islamico rappresenta un’ottima occasione per raggiungere questo obiettivo[11]. D’altronde, anche Luttwak, più di un anno fa, aveva dichiarato che la situazione di caos in Siria era quella ideale per gli Stati Uniti[12] per cui se il governo di Damasco avesse preso il sopravvento sui ribelli, si sarebbe trovato un modo per armare questi ultimi, e viceversa se i ribelli, come nel “caso ISIL”, avessero preso il sopravvento nella regione, ci si sarebbe adoperati per “contenerli”. Non è un caso se tra i primi obiettivi americani ci sono state le raffinerie petrolifere siriane sotto controllo jihadista[13] che finora erano state preservate dall’esercito siriano in vista di un possibile recupero in futuro. L’indebolimento delle forze di Al-Baghdadi va di pari passo all’impoverimento per mezzo militare della possibilità siriana di rinascere sulle ceneri della guerra civile e all’alimentazione del caos in Medioriente, dove si è definitivamente passati da una strategia di “esportazione della democrazia” ad una di “esportazione del failed State” seguendo esattamente quanto fatto in Jugoslavia (Bosnia), Somalia, Afghanistan e Libia –non è dato sapere se questa strategia è pianificata o è più frutto del trionfo delle “conseguenze inintenzionali sulle azioni intenzionali”.

È facile comprendere come quella del “califfato” è l’occasione giusta per Washington di far volgere gli eventi siriani verso l’esito da loro sperato, mentre è una difficile prova per la materializzazione delle speranze di Mosca che sono ancora rinchiuse nelle sfarzose sale del multistellato albergo di Montreaux. Chi invece continua a perdere influenza politica nella regione è la Turchia che se fino a qualche mese prima dello scoppio della guerra civile stava conquistando la Siria (e i siriani) a colpi di soft power, ora non solo ha contro di sé il regime di Assad (e molti siriani) ma si trova a combattere contro coloro i quali aveva stretto buoni rapporti durante la guerra civile e in una posizione a dir poco difficile nel gestire il proprio rapporto con i curdi[14]; tutto questo a vantaggio di Teheran che vede rafforzata la sua alleanza con Damasco e cerca di difendere la propria influenza in Iraq[15]. I Paesi arabi del Golfo, dal canto loro, per contrastare il protagonismo regionale iraniano, devono in qualche maniera combattere i loro “fratelli sunniti” che cercano di sopraffare “l’apostasia sciita” nella regione, giustificando alla propria debole opinione pubblica la loro incomprensibile posizione. I Paesi europei e mediterranei sono i grandi assenti politici su questo fondamentale quadrante: se da un lato si conferma l’interventismo dell’asse Londra-Parigi davanti ad un più mite e diplomatico asse Roma-Berlino, questi sono costretti ancora una volta a raccogliere le briciole di questo Grande Gioco combattuto all’ombra dell’alleato americano.

Marcello Ciola

SYRIA-CONFLICT

[1] Come nel caso americano. V. Richardson, Obama needs no U.N. approval to order airstrikes in Syria, ambassador says, Washington Times, 21 settembre 2014. http://www.washingtontimes.com/news/2014/sep/21/ambassador-says-obama-has-legal-basis-conduct-airs/?page=all.

[2] Alle operazioni militari parteciperanno: Stati Uniti (ruolo di leader della coalizione), Regno Unito, Belgio, Francia, Canada, Danimarca, Olanda e Turchia. Supporto logistico sarà offerto da: Albania, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Australia, Finlandia. Parteciperanno separatamente alla coalizione: Iran, Al-Nusra, i dissidenti di Ansar Al-Islam e i gruppi curdi di Iraq, Turchia e Iran. DAESH è l’acronimo arabo per indicare l’ISIL.

[3] Al-Arabiya, Iraq requests U.S. airstrikes against militants, 18 giugno 2014. http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2014/06/18/Iraq-requests-U-S-airstrikes-against-militants-FM.html.

[4] Analisi Difesa, Australia e Turchia nella coalizione, l’Iraq non vuole gli arabi, 2 ottobre 2014. http://www.analisidifesa.it/2014/10/australia-e-turchia-nella-coalizione-baghdad-non-vuole-gli-emirati/.

[5] Inga Michaeli, Do Syrians support US airstrikes in Syria?, Al-Monitor, 19 settembre 2014. http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/09/syria-isis-srf-iran-russia-unga.html#.

[6] Itar-Tass, Russia condemns terrorist act in Syria, urges to resume political peace process, 2 ottobre 2014. http://en.itar-tass.com/russia/752493.

[7] Scott Stearns, Russia: US Airstrikes in Syria Violate International Law, Voice of America, 26 settembre 2014. http://www.voanews.com/content/russia-us-airstrikes-syria-violate-international-law/2463923.html.

[8] Soprattutto se lo si considera dal punto di vista del diritto e, in particolare, alla luce dell’Art.1 della Convenzione di Montevideo del 1933.

[9] Wassim Nasr, French govt to use Arabic ‘Daesh’ for Islamic State group, France24, 18 settembre 2014. http://www.france24.com/en/20140917-france-switches-arabic-daesh-acronym-islamic-state/.

[10] Stati che a più riprese sono stati minacciati dall’ISIL.

[11] Obiettivo mai celato dai vertici politici americani. Real Clear Politics Video, Samantha Power: U.S. Aid Will Help Syria Rebels Fight ISIS And Assad, 21 settembre 2014. http://www.realclearpolitics.com/video/2014/09/21/samantha_power_us_aid_will_help_syria_rebels_fight_isis_and_assad.html.

[12] Edward N. Luttwak, In Syria, America Loses if Either Side Wins, The New York Times, 24 agosto 2013. http://www.nytimes.com/2013/08/25/opinion/sunday/in-syria-america-loses-if-either-side-wins.html?smid=fb-share&_r=2&pagewanted=print%201/3&.

[13] Ryan Lucas, U.S.-Led Airstrikes Target ISIS-Controlled Oil Refineries For 2nd Day, The World Post, 26 settembre 2014. http://www.huffingtonpost.com/2014/09/26/us-syria-airstrikes_n_5886168.html

[14] Che invocano l’intervento turco per difendere le loro posizioni in Siria contro l’ISIL, in cambio del mantenimento della tregua con il governo di Ankara.

[15] Non solo tramite l’intervento dei pasdaran ma anche attraverso il compromesso politico che ha visto l’esclusione dell’odiatissimo Al-Maliki in favore di un più mite Al-Abadi.

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Why arming peshmerga is not so useful –and maybe it will be dangerous

Pubblished on Mediterranean Affairs October 17, 2014: http://www.mediterraneanaffairs.com/en/component/k2/why-arming-peshmerga-is-not-so-useful-and-maybe-it-will-be-dangerous.html 

Before starting, it is necessary to make a few clarifications to the argument. There are no reasons to be against Kurdish people and to take no notice of their bravery or of their goodwill. On the contrary, their courage to join forces and fight against an awful enemy as the ISIL, with the only support of the “Ally” air forces, is the most appreciable fact in the so-called “war on the Caliphate”[1]. It is not by chance, however, that previously the words “join forces” were used. In fact, there are some aspects of Kurdish culture(-es) and history(-ies) that media ignore and one of that is the high fragmentation of Kurdish people in tribes and, then, of tribes in clans. Before analysing this and other aspects, it is important to do a little introduction about the peshmerga and especially about the media approach to them.

PESHMERGA: DEFINITION, ROOTS AND THE PRESENT. The peshmerga is the term that refers to Kurdish armed forces (literally: “those who face death”). They had a fundamental role in the Iraqi (and Middle Eastern) past and, surely, they will have a much more important role in the future of Iraq, Syria and Turkey[2] because of the proclamation of the Islamic State. Although Kurdish people were used both by Turkey and by United Kingdom to cause border troubles in the first half of 20th Century, they never caused problems for Turks and British domination in the Middle East. The peshmerga role in Iraq increased with the leadership of “Barzani the Immortal” (Mullah Mustafa Barzani, 1903-1974) throughout the 1960s and 1970s; the Kurdish independence movement adopted guerrilla to obtain the independence from Baghdad that gave as result the signing of an agreement between the government of Iraq and the leaders of Iraqi Kurdish community that established the Kurdish Autonomous Region. After the first Gulf War, Kurdistan obtained independence de facto, but the economic crisis due to the war, the US embargo to Iraq and Iraq embargo to Kurdistan led to clashes between the KDP (Kurdistan Democratic Party) that controlled the north of the Kurdistan and the PUK (Patriotic Union of Kurdistan[3]) that controlled the south for the control of the whole of Kurdistan. These clashes resulted in a civil war between tribes and clans in Iraqi Kurdistan that finished with a cease-fire in the 1997 that created two Kurdish regional governments. In Turkey, the Kurdish independence movement, led by PKK (Kurdistan Workers Party) of Abdullah Öcalan, but represented also by other minor semi-autonomous groups, never obtained a formal recognition from Ankara because of guerrilla and terroristic method that PKK adopted from 1984 to 2013[4]. These are the historical reasons why today with the termpeshmerga, media indicate all Kurds are fighting for their independence against the States that dominate them[5]. Furthermore, media represent them as a continuum, as a unique and uniform community.

POINT IN QUESTION. That is the point! Kurdish people are not a monolithic group. Kurdish History is a History of tribes and clans and, above all, a History of clashes and feuds between them[6] There are hundreds of Kurdish tribes in Middle East[7] but, in addition, there is also a high political fragmentation: KDP has problems with PUK[8], KDP has problems with PKK[9], PDKI (Kurdish Democratic Party of Iran) has problems with PKK and PUK, PKK has a Syrian wing, YPG that has problems with KDP-S (KDP Syrian wing[10]) and so on[11]. The war against ISIL – the common enemy – is reducing these rivalries between political and peshmerga groups[12] but is not simple to delete them. The West is arming peshmerga in the hope that they can repulse and, maybe, defeat ISIL but that is an improbable thing because despite the victories in areas inhabited mainly by Kurds and despite the questionable strength of air raid, the peshmerga has no possibility to defeat ISIL. How Metit Turcan said: “IS has about 10,000 fighters in Syria and Iraq. One-third of these are trained and experienced fighters, with an estimated 1,000 foreigners among them. Former Baath cadres, Sunni tribes and organized smuggling rings are also active within IS. This gives IS an appearance of an ‘umbrella organization’ of about 25,000 fighters”. In addition: “The military profile of IS is best defined as lightly armoured, highly mobile infantry units well trained in urban warfare. It has a fluid, versatile command structure that keeps changing. All its units are mobile and dispersed” and, on the other hand, “there is not a single offensive operation the peshmerga has won in its history. Its basic goal has always been to stay on strategic defense and compel the invading forces to withdraw after engaging them with an exhausting, low-intensity struggle”[13]. However, if the ISIS were defeated one day, probably the Kurds will claim their reward for the blood tribute paid: the constitution of an independent Kurdistan. Probably, US, Turkey, Iran, Iraq and Syria will not want the proclamation of an independent Kurdistan, but this does not mean that peshmerga will not fight to obtain this and, maybe, they will fighting each other also to obtain the supremacy on the others tribes or clans or Kurdish political parties.

That is why arming peshmerga will be dangerous, as well as worthless. Moreover, that is the reason of the Turkish behaviour in the war against Al-Baghdadi: no one will prevail in the present and in the future, nor ISIL neither Kurds (PKK), that is also domestic problem. Arming peshmerga is not a solution for the final defeat of ISIL and cannot degrade the power of the Caliphate. It can only contain the advance of IS but we do not know for how long. The only solution for restoring regional stability is the intervention of regular armies (or/with contractors hired by national governments), bearing in mind that the basic conditions for this to happen are four:

  1. the future of Syria (or what will remain) will not be able to leave the presence of the Assad family out of consideration;
  2. the Kurds cannot become a source of future instability[14];
  3. the Arab armies shall not be involved in the field but only logistic[15];
  4. participation of Russia and China about the international anti-ISIL strategy.

Marcello Ciola

 

Kurdish Clans and Tribes. Source: Kurdica - Die Kurdische enzyklopädie

Kurdish Clans and Tribes.
Source: Kurdica – Die Kurdische enzyklopädie

[1] Robert Dujarric, East Asia and America’s War on the Caliphate, “The Diplomat”, September 13, 2014 – http://thediplomat.com/2014/09/americas-war-on-the-caliphate-and-east-asia/.

[2] Maybe, also in Iran, but the situation is thoroughly under control there.

[3] Social-democratic wing that separated from KDP in 1964. David McDowall, A Modern History of the Kurds, London: I.B. Tauris, 2007, p. 317.

[4] When there was a formal cease-fire between AKP government and PKK. Constanze Letsch, Kurdish leader Abdullah Ocalan declares ceasefire with Turkey, “The Guardian”, March 21, 2013 – http://www.theguardian.com/world/2013/mar/21/pkk-leader-ocalan-declares-ceasefire.

[5] Although, after the fall of Saddam Hussein, peshmerga are Kurdistan’s regional guard, a legal entity within Iraq that is responsible of the whole Country security. Article 121, Item 5 of the Iraqi federal constitution, “The regional government shall be responsible for all the administrative requirements of the region, particularly the establishment and organization of the internal security forces for the region such as police, security forces, and guards of the region”. Today you do not need to be Kurdish to become a peshmerga.

[6] Although, after the fall of Saddam Hussein, peshmerga are Kurdistan’s regional guard, a legal entity within Iraq that is responsible of the whole Country security. Article 121, Item 5 of the Iraqi federal constitution, “The regional government shall be responsible for all the administrative requirements of the region, particularly the establishment and organization of the internal security forces for the region such as police, security forces, and guards of the region”. Today you do not need to be Kurdish to become a peshmerga.

[7] It is sufficient to consult the Wikipedia page of Kurdish tribes to have a taste of this extent.

[8] Despite the coalition government with KDP, the rivalry between the two parties remains.

[9] Border clashes are frequent. “Kurdpress”, PKK seeks negotiation with KDP, northern Syria is hub of tensions: official tells Kurdpress, May 26, 2014 –http://www.kurdpress.com/En/NSite/FullStory/News/?Id=7440#Title=%0A%09%09%09%09%09%09%09%09PKK-seeks-negotiation-with-KDP,-northern-Syria-is-hub-of-tensions:-official-tells-Kurdpress%0A%09%09%09%09%09%09%09. Denise Natali, PKK Challenges Barzani in Iraqi Kurdistan. “Al Monitor”, May 9, 2013 – http://www.al-monitor.com/pulse/tr/originals/2013/05/pkk-barzani-challenge-kurdistan.html#.

[10] Rebwar Karim Wali, The KDP and PKK’s Breakneck Rivalry in Syria, “Rudaw”, August 25, 2013 – http://rudaw.net/english/opinion/25082013.

[11] Here other examples of Kurdish divisions in Syria: Sirwan Kajjo, Obstacles to Kurdish Autonomy, “Carnegie Endowment for International Peace”, November 7, 2013 – http://carnegieendowment.org/sada/index.cfm?fa=show&article=53535&solr_hilite=. Maybe, that is the reason of the Kurdish proverb that says: “The Kurd has no friend but the mountains”. Jacqueline Devigne, “Iraqoncilable” Differences? The Political Nature of the Peshmerga, in “NIMEP Insights”, Institute for Global Leadership at Tufts University, Vol. VI, Fall 2011, pp. 49-57 –http://tiglarchives.org/sites/default/files/resources/nimep/v5/NIMEP_Insights_2011_48-64.pdf. For further information about Kurdish divisions in Syria: International Crisis Group, Syria’s Kurds: A Struggle Within a Struggle, “Middle East Report”, 136, January 22, 2013 – http://www.crisisgroup.org/~/media/Files/Middle%20East%20North%20Africa/Iraq%20Syria%20Lebanon/Syria/136-syrias-kurds-a-struggle-within-a-struggle.

[12] “Kurdpress”, KDP sends military aid for YPG forces, October 7, 2014 – http://www.kurdpress.com/En/NSite/FullStory/News/?Id=8538#Title=%09%09%09%09%09%09%09%09KDP-sends-military-aid-for-YPG-forces%09%09%09%09%09%09%09.

[13] Metin Turcan, Don’t expect peshmerga to beat Islamic State, “Al-Monitor”, September 1, 2014 – http://www.al-monitor.com/pulse/originals/2014/09/turkey-syria-iraq-kurdistan-isis-military-pesmerga.html.

[14] So, the partition of Iraq and an independent Kurdistan in the north will be impossible.

[15] As the Iraqi government wants. “Analisi Difesa”, Australia e Turchia nella coalizione, l’Iraq non vuole gli arabi, October 2, 2014 – http://www.analisidifesa.it/2014/10/australia-e-turchia-nella-coalizione-baghdad-non-vuole-gli-emirati/.

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La coerente incoerenza di Ankara nella guerra all’ISIL.

Articolo pubblicato su LAPS (Laboratorio di Analisi Politica e Sociale) Online -Analisi Fuori dagli Schemi: http://lapsonline.luiss.it/2014/10/11/la-coerente-incoerenza-di-ankara-nella-guerra-allisil/

L’atteggiamento di Ankara nei confronti della cosiddetta guerra allo Stato Islamico (IS) è descritto dai media mainstream in maniera ambigua. Apparentemente, potrebbe sembrare che il governo turco sia schizofrenico perché nel giro di poche settimane è passato da un atteggiamento di formale non belligeranza all’approvazione parlamentare dell’intervento in Siria e Iraq; in realtà, le relazioni tra gli stakeholders turchi e gli attori mediorientali sono molto complesse[1] e in questa sede si tenterà di interpretare in maniera coerente il comportamento di Ankara alla luce dei suoi interessi e delle meccaniche politico-economiche che le ruotano intorno.

Fin dallo scoppio della guerra civile siriana, il tandem Davutoğlu-Erdoğan persegue tre obiettivi principali nella sua politica mediorientale:

  • Rovesciare il governo di Assad: nel tentativo di raggiungere questo obiettivo, Ankara ha finanziato[2], appoggiato[3], equipaggiato e addestrato[4] molti dei gruppi siriani di opposizione –moderati e non. Il suo lunghissimo confine con la Siria, privo di vere e proprie barriere naturali, è stato più volte utile come “zona franca” per i ribelli siriani che dovevano riorganizzarsi e riequipaggiarsi.
  • Limitare il flusso di rifugiati: lo stesso confine ora è divenuto un pericolo per la politica interna turca. Esso causa enormi disagi socio economici nelle regioni a sud est e aumenta il rischio di infiltrazioni terroristiche.
  • Soggiogare il PKK[5]: nonostante il sincero e proficuo rapporto instauratosi con il capo del Partito Democratico del Kurdistan iracheno (PDK), Mas’ud Barzani, la Turchia ha interesse ad avere un PKK debole ma che funga da “scudo” ai tentativi dell’ISIL di consolidarsi o di entrare nel confine turco.

In questa fase, Ankara si trova tra tre fuochi di cui è molto difficile non rimanere scottati: internamente c’è il PKK che minaccia la rottura della tregua con il governo turco se la città di Kobanê cadrà nelle mani dell’ISIL[6]; ai propri confini c’è il difficile rapporto con lo Stato Islamico da gestire: un ottimo strumento per il perseguimento dell’obiettivo 3 e un utile partner economico sul mercato nero del petrolio[7] ma un imbarazzante interlocutore agli occhi degli storici alleati della NATO; al di là dell’Oceano Atlantico, ci sono, invece, le pressioni diplomatiche americane affinché la Turchia faccia la sua parte nella guerra contro l’ISIL.

Questo difficile equilibrio tra stabilità interna e interessi di politica estera impegnerà non poco il governo turco; momentaneamente, la tregua con il movimento di Öcalan rimane valida nonostante l’ISIS sta fiaccando la resistenza dei curdi dell’Unità di Protezione del Popolo (Yekîneyên Parastina Gel in curdo, YPG, costola siriana del PKK) a Kobanê. La scelta di schierare 10000 soldati al confine siriano e di votare l’azione militare non è stata un cieco allineamento alle politiche statunitensi e neanche un atto di schizofrenia politica: questa è stata condizionata prima di tutto dai tre obiettivi elencati sopra, per cui, se la strategia americana, come ha dichiarato[8], farà in modo di indebolire tanto l’ISIL quanto il governo di Assad senza rinforzare eccessivamente il PKK, allora la Turchia sarà pronta e disponibile a svolgere un ruolo attivo e fondamentale sul quadrante Mediorientale.

Marcello Ciola

[1] Uno degli esempi di questa complessità è nell’immagine allegata all’articolo e ulteriori esempi si possono trovare al seguente link: Adam Taylor, 9 attempts to explain the crazy complexity of the Middle East, The Washington Post, 1 ottobre 2014. http://www.washingtonpost.com/blogs/worldviews/wp/2014/10/01/9-attempts-to-explain-the-crazy-complexity-of-the-middle-east/.

[2] Josh Rogin, America’s Allies Are Funding ISIS, The Daily Beast, 14 giugno 2014. http://www.thedailybeast.com/articles/2014/06/14/america-s-allies-are-funding-isis.html.

[3] France24, Syrian dissidents convene in Turkey to discuss regime change, 1 giugno 2011. http://www.france24.com/en/20110531-syria-middle-east-opposition-groups-turkey-assad-revolution-arab-spring/.

[4] Michael Weiss, Syrian rebels say Turkey is arming and training them, The Telegraph, 22 maggio 2012. http://blogs.telegraph.co.uk/news/michaelweiss/100159613/syrian-rebels-say-turkey-is-arming-and-training-them/.

[5] Partito dei lavoratori curdi, operante in Turchia, a cui capo vi è Abdullah Öcalan.

[6] C’è da valutare, ovviamente, la serietà delle parole di Öcalan. Ayla Jean Yackley e Alexander Dziadosz, Siria, Is continua assalto a Kobani, curdi avvertono Turchia, Reuters Italia, 2 ottobre 2014. http://it.reuters.com/article/topNews/idITKCN0HR1VI20141002.

[7] Guler Vilmaz, Opposition MP says ISIS is selling oil in Turkey, Al-Monitor, 13 giugno 2014. http://www.al-monitor.com/pulse/ar/business/2014/06/turkey-syria-isis-selling-smuggled-oil.html#.

[8] Gli americani condividono questa prospettiva. Real Clear Politics Video, Samantha Power: U.S. Aid Will Help Syria Rebels Fight ISIS And Assad, 21 settembre 2014. http://www.realclearpolitics.com/video/2014/09/21/samantha_power_us_aid_will_help_syria_rebels_fight_isis_and_assad.html.

ISIL: Relations in Middle East

ISIL: Relations in Middle East Fonte: The Washington Post

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Quella americana contro l’ISIS non è vera guerra

pubblicato su Domus Europa il 25 settembre 2014: http://www.domus-europa.eu/?p=3826#_ftnref2

Due giorni prima del discorso di Obama alle Nazioni Unite, iniziano i bombardamenti americani sul territorio di Siria e Iraq. L’amministrazione Obama si era spinta dove molti dei suoi predecessori repubblicani non si erano mai spinti: iniziare delle operazioni militari senza tentare di persuadere l’ONU circa la “giustezza della guerra”. Infatti, secondo le parole dell’ambasciatore USA presso le Nazioni Unite, Samantha Power, l’America[1] ha già la sua “base giuridica” per poter intervenire in Siria, per cui non ha bisogno del permesso dell’ONU[2]. A nessuno, ovviamente, interessa che la Siria è un Paese sovrano e che non ha chiesto aiuto a nessuno e non ha dato alcuna autorizzazione per procedere con i bombardamenti e, probabilmente, se avesse potuto decidere, avrebbe chiesto aiuto in primo luogo a Russia e Iran, grandi esclusi di quella che viene presentata dai mass media di mezzo mondo come la battaglia fondamentale per la guerra al terrorismo.

Benché appaia ridicolo che la gioiosa cooperazione anti-terrorismo veda protagonisti alcuni tra i principali responsabili (diretti o indiretti) del finanziamento e della fondazione dell’ISIS e, più in generale, del terrorismo internazionale di stampo islamico, le operazioni militari pare siano iniziate e proseguiranno con gli ormai noti “bombardamenti intelligenti”. A prescindere dal fatto che, come insegnano le vecchie e mai risolte “guerre al terrore”, i bombardamenti aerei non potranno mai debellare il cancro del terrorismo internazionale senza che gli scarponi della fanteria calpestino il campo di battaglia[3], due elementi importanti da tenere presente per comprendere quanto scritto nel titolo sono i mezzi utilizzati e la natura del nemico affrontato. Partendo da quest’ultimo fattore, l’ISIS presenta importanti peculiarità rispetto a quanto ci hanno abituato i suoi affini contemporanei e passati: la compagine controllata –non si sa esattamente in che misura- da Al Baghdadi agisce più come un governo con un esercito (o, meglio, come un esercito con un governo) che come un gruppo terrorista; sicuramente alcuni elementi, come l’utilizzo del terrore, rimangono identici ma altri si sono evoluti o trasformati. Ad esempio, i metodi di finanziamento classici, come i fondi provenienti da alcuni Stati, i corrieri e i metodi più “particolari” come l’utilizzo dell’hawala, sono affiancati ad uno sfruttamento più sistematico ed efficiente delle risorse (economiche, strategiche, finanziarie e umane) del territorio[4]. Inoltre, i metodi di comunicazione sono estremamente moderni sia dal punto di vista del messaggio che da quello tecnologico: i filmati presentano una qualità video e un montaggio mai visti prima; il richiamo alla discendenza dei vecchi Califfi, di effetti speciali e della lingua inglese possono essere considerati una importante novità sul piano della propaganda del terrorismo internazionale. Per di più, l’ISIS rappresenta “un nemico” nuovo che non è più come i vecchi terroristi intangibile, nascosto ed estremamente “liquido”, ma ha una precisa collocazione geografica, storica e ideologica. Andando ai mezzi bellici utilizzati, salta subito all’occhio dell’osservatore (magari, esperto di armamenti) che essi sono di ultimissima generazione ed estremamente costosi non solo per quanto concerne la fabbricazione e il mantenimento, ma –e soprattutto- per quanto riguarda l’impiego. L’utilizzo del nuovissimo caccia bombardiere F-22 Raptor e del nuovo sistema ICBM Munteman III sono due importanti esempi di quanto sostenuto poco sopra; e non si esclude l’impiego del drone di ultima generazione l’X-47B Pegasus.

Tenendo ora conto degli elementi finora visti e tornando al significato del titolo, perché questa non è una vera guerra all’ISIS? Perché guardando ai mezzi utilizzati sembra essere più un test sul campo degli ultimi armamenti americani; perché dimostra che per Washington nonostante la crisi economica la sostenibilità della guerra non rappresenta (e non ha mai rappresentato) un problema[5]. Perché, guardando al ruolo e alla consistenza dell’antagonista, operazioni militari del genere non possono debellarlo ma possono solo degradarlo, rendendolo “liquido, nascosto e intangibile” esattamente come il terrorismo di “vecchia generazione”; perché il “Califfato” dello Stato Islamico non può istituzionalizzarsi, stabilizzarsi, cristallizzarsi e sparigliare le carte nel quadrante mediorientale a suo piacimento, ma deve solo consentire il proseguo di quella “geopolitica del caos” descritta così bene nei libri di Ignacio Ramonet e di Carlo Jean. Perché se è vero che il governo degli Stati Uniti teme la propria opinione pubblica molto più della guerra e che la perdita di soldati potrebbe far crollare ancora di più la popolarità di Obama in patria, è vero anche che non ha senso escludere Russia, Iran, Turchia e Israele[6] per un’eventuale operazione di terra[7]. Alla fine, però, ogni nodo viene al pettine quando la stessa Samantha Power dichiara che le operazioni in Siria (e di riflesso in Iraq –e non viceversa) hanno come obiettivo degradare lo Stato Islamico per poter consentire ai “gruppi ribelli moderati” di “rovesciare il regime di Assad, amico di Russia, Iran, Hezbollah ect.”[8]. La guerra contro l’ISIS non è una vera guerra; è in primis una scusa per indebolire il fronte degli “Stati Canaglia” rovesciando il regime di Assad; è deinde un’ennesima dimostrazione dell’illusione americana di vivere ancora in un mondo unipolare; è, tandem, un monito per qualsiasi altro Stato che con il Pentagono non si scherza.

Marcello Ciola

US aistrikes in Syria

US aistrikes in Syria

[1] Del Nord, s’intende, ma per gli Stati Uniti non fa differenza perché tutto il continente americano è di sua proprietà secondo una interessante evoluzione della Dottrina Monroe. Per maggiori chiarimenti consultare: D. PERKINS, Hands off. A History of the Monroe Doctrine, Little Brown and Company, Boston 1941; trad. Italiano Storia della dottrina Monroe, il Mulino, Bologna 1960.

[2] V. RICHARDSON, Obama needs no U.N. approval to order airstrikes in Syria, ambassador says, Washington Times, 21 settembre 2014.

[3] E anche in questo caso, come insegnano le esperienze in Iraq e Afghanistan, i conflitti potrebbero non risolversi facilmente.

[4] Certamente anche i qaedisti sfruttavano i proventi dei traffici di droga legati alla coltivazione di oppio afghano e anche alcuni gruppi terroristici libici occupano i pozzi di petrolio, ma l’ISIS ne fa un utilizzo meno politico e più “economico”.

[5] D’altronde, la guerra è un business importante per gli USA e, nel caso, bisognerebbe analizzare l’insostenibilità economica della NON-guerra.

[6] Il quale sta avendo posizioni per lo meno ambigue circa la guerra all’ISIS. Per approfondimenti consultare: Is ISIS good for jews? https://www.youtube.com/watch?v=3JaTjSKjJe0#t=208. Ci sono anche diversi video che mostrano alcuni combattenti ISIS agire indisturbati nel Golan israeliano.

[7] È inutile dire che i pasdaran a sud e i peshmerga a nord non sono in grado di gestire le operazioni terrestri.

[8] Real Clear Politics Video, Samantha Power: U.S. Aid Will Help Syria Rebels Fight ISIS And Assad, 21 settembre 2014. http://www.realclearpolitics.com/video/2014/09/21/samantha_power_us_aid_will_help_syria_rebels_fight_isis_and_assad.html.

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Ucraina: perché i “filo-russi” NON sono “filo-russi”

pubblicato su Domus Europa il 9 luglio 2014: http://www.domus-europa.eu/?p=3565

Immaginate di essere nell’autunno del 1943. Quanto sarà stato contento Adolf Hitler della creazione della Repubblica Sociale Italiana? Avrà forse pensato “finalmente i filo-nazisti hanno creato uno Stato autonomo tra “noi” e l’invasore anglo-americano”?. Io non credo. Ora, immaginate di essere nel 2014[1] e, tra una partita e un’altra del mondiale, (per caso) volgete lo sguardo verso l’Europa dell’est notando delle modifiche sulla cartina geografica. Decidete di informarvi e vi rendete conto che si sta combattendo una guerra civile tra le forze dell’attuale governo ucraino e delle milizie indipendentiste che hanno preso il controllo di due Oblast (Donetsk e Luhansk) proclamando lo scorso 24 maggio la nascita della Repubblica Indipendente di Nuova Russia (Novorossiya[2]). La repubblica appena nata punta all’annessione di altri sei Oblast[3] e della Transnistria. Nel descrivere questo caos, vari siti e testate giornalistiche hanno etichettato gli indipendentisti dell’Est come filo-russi, ma come è scritto nel titolo (provocatorio) dell’articolo, essi non sono propriamente filo-russi. Nonostante lo stesso esercito di Nuova Russia si professa “filo-russo” affiancando il più delle volte la loro bandiera “nazionale” a quella della Federazione Russa, c’è da dire che essi non stanno esattamente facendo il gioco del Cremlino. Quest’ultimo, infatti, ha come interesse principale la conservazione e il consolidamento delle proprie sfere di influenza attraverso l’utilizzo della leva economica e di quella energetica. L’obbiettivo di Putin non è solo quello di garantirsi una sufficiente esportazione di materie prime per rimpinguare le casse dello Stato (e di Gazprom), ma è anche – e si potrebbe azzardare un “soprattutto” – il mantenimento della sicurezza di tutto il territorio della Federazione.

Se malauguratamente (per il Cremlino ma anche per l’Ucraina) la repubblica di Nuova Russia dovesse riuscire a conservare la propria indipendenza nel lungo periodo e il conflitto con l’esercito di Kiev venisse congelato, questo potrebbe significare una collaborazione più stretta di quel che resta dell’Ucraina con la NATO[4]. In questo tipo di scenario, la sicurezza russa sarebbe fortemente minacciata dall’eventuale presenza di truppe americane a circa 500km da Mosca. Il Cremlino non gradirebbe particolarmente questo genere di situazione e, infatti, sta cercando in tutti i modi di evitare che lo status quo venga conservato nel lungo periodo o che peggio si arrivi ad una annessione di questi territori alla Federazione (per la Crimea, che rappresenta una pedina troppo importante nella politica estera e di sicurezza russa, il discorso è stato ben diverso e, anzi, Mosca ha accelerato affinché il processo di annessione fosse compiuto).

Qual è, allora, il ruolo che il Cremlino attribuisce alle milizie filorusse? Innanzitutto, esse rappresentano un baluardo contro le politiche di derussificazione dell’Ucraina[5] che farebbero avanzare inesorabilmente la nuova cortina di ferro verso il confine est e nord-est dell’Ucraina. Oltre questo, mantenere nel breve e medio periodo questa situazione consente a Mosca di avere una ottima arma di negoziazione con il governo di Kiev per quanto riguarda le sue scelte di politica estera[6]. Ultimo ma non irrilevante aspetto di questo stato delle cose è che bloccando la parte più ricca dell’Ucraina, è utilizzando la leva energetica, Mosca sta riuscendo a strangolare l’economia di Kiev che con tutta probabilità non riuscirà a far fronte allo stato di crisi con l’aiuto dell’Unione Europea.

Viste queste brevi considerazioni, c’è da chiedersi quanto una Ucraina spaccata in due serva e convenga alla Russia. Probabilmente poco o niente. Questa situazione politica e sociale, però, è vicina ad un punto di non ritorno che potrebbe mettere la Russia davanti al fatto compiuto. A fronte del forte stato di crisi politica e umanitaria e della paventata balcanizzazione dello Stato ucraino, taluni politologi (russi e non) credono sia opportuno che Mosca intervenga con più fermezza per dirimere la situazione[7]. Se questo punto di non ritorno venisse raggiunto, contro l’interesse politico ed economico russo, ucraino e della grande maggioranza dei Paesi europei, i cosiddetti filo-russi avrebbero ottenuto il loro risultato ma ad un costo (di vite oltre che economico) estremamente elevato e facendo un torto – seppur indirettamente – alla Federazione russa. Al di là della provocatoria iperbole iniziale, così come la Repubblica di Salò ha significato solo un ritardo nell’accerchiamento e dell’annientamento della Germania nazista, la Repubblica di Nuova Russia potrebbe significare solo un passo in più verso l’ostile accerchiamento (politico e militare) della Federazione russa. Si potrebbe fare qualcosa per evitare tale situazione, perché non si è in una guerra mondiale e perché il Cremlino ha ancora delle buone carte da potersi giocare, a patto che si smetta di pensare che un’Ucraina divisa in due sia una buona soluzione per Mosca. L’unica soluzione per essere realmente “filo-russi” è il pensare ad un’Ucraina unita e nella sfera d’influenza russa o, nell’alternativa peggiore, neutralizzata.

ucraina
Marcello Ciola

[1] Nonostante possa sembrare banale dire “immaginate di essere nel 2014”, è un invito che deve essere fatto perché sulla questione ucraina si leggono delle analisi/considerazioni/opinioni che sembrano uscite direttamente dall’istituto Luce per quanto seguono l’antistorica, antigeografica, antipolitica e antitutto dicotomia “fascismo-antifascismo”.

[2] Con lo stesso nome si chiamava il governatorato che venne creato nel 1764 dall’Impero russo.

[3] Kharkiv, Kherson, Odessa, Mykolaiv, Zaporizhia, e Dnipropetrovsk.

[4] Si potrebbe anche trattare di un ingresso vero e proprio dell’Ucraina nella NATO, dato che è ormai prassi che in seguito all’ingresso nell’Unione Europea (di cui il Trattato di Associazione rappresenta verosimilmente il passaggio precedente), uno Stato entri a far parte anche dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, quasi che esso rappresenti una sorta di “esercito europeo” – o, per meglio dire, occidentale.

[5] Neanche Yanukovich era un così strenuo difensore dell’identità russa in Ucraina e non era quel grandioso “filo-russo” che molti media hanno dipinto. Infatti, l’ex-presidente ucraino ha sempre oscillato tra est e ovest nella sua politica estera: basti ricordare a titolo di esempio la sua posizione sullo status internazionale di Kosovo, Abkhazia e Sud Ossezia.

[6] Questa carta negoziale ha sortito ben pochi effetti davanti alla fermezza (e alla scelleratezza) della politica estera di Kiev: vicini ad UE e USA senza se e senza ma, e per riprendersi l’est del Paese si utilizza la forza militare (utilizzo avallato da quelle che un tempo sarebbero state definite “potenze occidentali”).

[7] Luca Romano, Dugin: “Se non interviene Putin in Ucraina si rischia il genocidio”, Il Giornale, 5 luglio 2014. http://www.ilgiornale.it/news/esteri/dugin-se-non-interviene-putin-ucraina-si-rischia-genocidio-1034772.html [sito consultato il 7 luglio 2014].

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DOSSIER: In the chaos of Libya (download)

published on Mediterranean Affairs (25 August 2014):

http://www.mediterraneanaffairs.com/en/dossier/in-the-chaos-of-libya.html

The dossier ‘In the chaos of Libya’ is aimed at presenting and explaining the current crisis which has been affecting Libya since the end of the Qaddafi regime, and at proposing possible solutions to it. Since 2011, Libya has seemingly plunged into a chaotic situation involving the political-military, economic and social domains. Politically speaking, the recent elections, which ended up with the victory of the liberal and moderate forces, did not seem to open a new era of stability.

Instead, the adoption of a new Constitution is endangered by the jihadists’ violent attitude, by the power dispersion among various tribes and clans, and the militias’ refusal to integrate with the newly created army which is consequently weak and embryonic. The power fragmentation is reflected into the economy which struggles to return to its pre-war levels. The Libyan economy, mainly based on the oil exportation, has undergone wide fluctuations because of political/military instability and the clashes in the areas neighboring the production sites. Undoubtedly, this political, economic and energetic malaise impacts on the regional economy and on the politics as well.

The researches, drawing upon academic studies and first hand documents, are aimed at analyzing the  Libyan crisis according to its different dimensions to provide the reader with different keys of interpretation. Nonetheless, the results demonstrated the interconnection between the above considered domains and showed that political stability cannot be achieved without previously solving the problems existing between the army and the militias, without reversing the power fragmentation between the state, the tribes and clans and, in particular, without reducing the jihadist danger. Political stability is essential for injecting new life blood in the economy, for instance through diversification and foreign investments.

Thus, the conclusion is at the same time simple and almost impossible to achieve, at least for the moment. Will it be necessary, as it has been suggested, to come back to a kind of new authoritarian regime for the sake of stability?

HERE the link to download the dossier: http://www.mediterraneanaffairs.com/en/dossier/in-the-chaos-of-libya.html

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Il Kazakhstan nella Cooperazione di Shanghai. Una potenza regionale al centro della politica mondiale

pubblicato su “Il Nodo di Gordio” [four-mouthly review of geopolitics and international economy, cod. E224200], ed. Il Nodo di Gordio – Trento, year III, n. 5, May 2014, pp. 70 – 81.

Il lago Zajsan è uno dei luoghi dove le relazioni sino-russe hanno iniziato, nel bene e nel male, a instaurarsi a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. Questo luogo incontaminato si trova oggi in Kazakhstan, una Repubblica che negli ultimi dieci anni ha svolto un incontestabile ruolo di perno[1] nel mondo delle relazioni mondiali e regionali. Nello specifico, la Repubblica del Kazakhstan è riuscita a essere il raccordo tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, e, in modo più generale, tra Est e Ovest, Nord e Sud, utilizzando (anche) uno dei più importanti strumenti di politica internazionale attivi oggi nel mare magnum delle organizzazioni internazionali: la Cooperazione di Shanghai (SCO)[2].

Già membro dello Shanghai Five[3], il Kazakhstan è uno degli Stati fondatori della Cooperazione di Shanghai ed è attualmente uno degli attori più attivi al suo interno oltre che il terzo in ordine di importanza militare, economica e politica. La politica interna del Kazakhstan rappresenta un’eccellente strategia al servizio della pacifica e prospera coesistenza tra popoli con religioni e tradizioni diverse tra loro; alla stessa maniera, la SCO è una casa dove degli Stati con diverse culture e tradizioni, ma simili obiettivi di politica estera[4], riescono a convivere e cooperare in maniera pacifica ed efficace. In questo senso, il Kazakhstan riesce benissimo a sfruttare la sua efficace politica interna in questo scenario multilaterale, rappresentando non solo una potenza regionale, ma anche un importante attore globale in grado di garantire equilibrio e distensione a livello internazionale. Non è un caso che il kazako Bolat Kabdylkhamitovich Nurgaliyev, già ambasciatore negli Stati Uniti, Sud Corea e Giappone, fu prima eletto Segretario della SCO dal 2007 al 2010 (anno di presidenza kazaca) e in seguito impegnato presso l’OSCE durante il periodo di Presidenza kazaca: la continuità e la trasversalità della diplomazia multilaterale kazaca ha trovato sostegno da tutta la comunità internazionale e i risultati ottenuti sono stati altrettanto apprezzati da un eterogeneo numero di Stati e organizzazioni internazionali. Dei successi diplomatici della SCO, molti si sono avuti durante il periodo di presidenza kazaca e l’attività del Paese centroasiatico si è contraddistinta sia per quanto concerne l’utilizzo del soft power, sia per quanto riguarda il lato della cooperazione militare e anche (e soprattutto) sul lato economico, essendo il Kazakhstan un punto di transito, produzione e smistamento di risorse, energetiche e non, fondamentale per l’intera Eurasia.

Soft power e attività diplomatica kazaka nel quadro SCO

Il processo d’integrazione promosso dal Kazakhstan in ambito SCO parte innanzitutto con un ottimo utilizzo del soft power e, quindi, della cooperazione a livello culturale, di comunicazione e d’istituzioni politiche. Soprattutto durante il periodo di segretariato di Nurgaliyev questa peculiare capacità kazaka è emersa in maniera evidente attraverso i diversi incontri interni ed esterni al framework SCO promossi dal segretario kazako. Per citare degli esempi, si potrebbe ricordare la scrittura del piano d’azione sulla cooperazione sanitaria e ospedaliera[5], volto a coordinare i dipartimenti della salute dei diversi Stati membri SCO per favorire non solo una ricerca integrata e una condivisione di know-how in ambito sanitario tra gli Stati, ma anche un più efficiente sistema medico che in alcune zone dell’Asia Centrale scarseggia in termini di infrastrutture, materiali e personale preparato. Anche nel campo dell’educazione Nurgaliyev è stato in grado di mediare tra le delegazioni degli Stati membri in modo che si raggiungesse un accordo circa la condivisione di piani di studio all’interno delle scuole e un riconoscimento tra i Paesi dei titoli di studio rilasciati dai ministeri competenti[6]. La segreteria kazaka della SCO è stata anche un’ottima occasione per dare inizio a un processo di apertura verso nuovi Stati membri e verso le relazioni con attori esterni. Questo processo inciderà in maniera fondamentale nella crescita politica dell’intera Cooperazione di Shanghai, Stati fondatori compresi. Nel giugno 2007, in occasione del sesto anniversario dalla fondazione della SCO, ad Almaty, il Kazakhstan International Institute of Modern Politics (KIIMP) organizzò un incontro dove studiosi, esperti politici e diplomatici provenienti da diversi istituti e istituzioni, hanno discusso i temi dell’espansione dell’organizzazione, i criteri di adesione, quelli per diventare membri osservatori e partner di dialogo, quelli per la cooperazione con le altre organizzazioni internazionali e per la cooperazione tra le diverse istituzioni della SCO quali il Business Council, l’Interbank Consortium e l’Energy Club; il KIIMP dovette poi raccogliere tutte le idee e sintetizzarle in una lunga mozione da presentare al seguente incontro di Bishkek[7]. Nello stesso periodo, la SCO a guida kazaka è stata protagonista di numerosi incontri a livello internazionale come quello nel giugno 2007 con il Sottosegretario italiano agli Affari Esteri, Gianni Vernetti, in cui si discusse dei rapporti tra l’area economica SCO e l’Unione Europea e l’Italia in particolare, o quelli con Cipro e poi Israele nel settembre successivo, in cui si discusse dei rapporti politici in Medio Oriente e delle relazioni economiche. Importante è stata l’azione di mediazione tra Afghanistan e SCO svolta da Nurgaliyev nell’autunno 2007, che ha rappresentato la fase embrionale di quello che diventerà lo SCO-Afghanistan Contact Group[8]. Anche a livello di relazioni con altre organizzazioni internazionali, la SCO ha ricevuto un grosso contributo da parte della gestione kazaka: i proficui incontri con i rappresentanti dell’Unione Europea per l’Asia Centrale, Pierre Morel, e per l’Afghanistan, Francesc Vendrell, rispettivamente nel febbraio e nel marzo del 2008, ne sono solo un esempio[9]. Un cenno va fatto anche all’attività diplomatica svolta congiuntamente all’Uzbekistan in campo della non proliferazione di armi e test nucleari: l’idea di creare un’Asia Centrale libera da armamenti e test nucleari, nacque nel 2002 e dopo 4 anni, l’8 settembre del 2006, presso il sito per test nucleari di Semipalantisk in Kazakhstan si raggiunse la firma del Trattato sulla denuclearizzazione dell’Asia Centrale (The Central Asian Nuclear-Weapon Free-Zone, CANWFZ)[10]. È nel settore delle emergenze umanitarie e ambientali che il Kazakhstan, nel quadro della SCO, ha dato un decisivo contributo; già dal 2002 la SCO tiene incontri regolari a livello ministeriale sul tema delle emergenze[11], nel 2007 il governo kazako ha deliberato un proprio piano di azione per gli aiuti umanitari in Afghanistan da coordinare con gli altri Stati membri SCO[12], ma è in seguito al terremoto del 24 maggio 2008 in Sichuan, quando il Kazakhstan inviò immediatamente 3,6 milioni di dollari in aiuti umanitari[13], che i rappresentanti kazaki presso la SCO iniziarono a proporre la creazione di un unico centro per le emergenze situato ad Astana[14]. Il centro non è stato ancora ufficialmente istituito ma continua ad essere uno dei principali temi di discussione durante le riunioni dei ministri incaricati[15]. Sempre per quanto concerne le emergenze umanitarie, in occasione dei disordini di Osh del giugno 2010, il Kazakhstan fu il Paese che accolse il maggior numero di profughi minorenni tra tutti quelli dell’area SCO[16].

Antiterrorismo ed esercitazioni militari: indipendenza, coerenza e multivettorialità

La SCO, nonostante la sua estrema duttilità in ambito di politica internazionale, rimane nella sostanza un’organizzazione regionale antiterrorismo; questa non solo ha al proprio interno gli strumenti necessari per svolgere autonomamente un’efficace azione contro gruppi fondamentalisti e separatisti, ma attraverso la sua peculiare capacità di fare rete con altre organizzazioni internazionali riesce a coordinare la propria azione con quella di altri attori in modo da aumentare l’efficacia della propria strategia antiterrorismo. Il Kazakhstan, rispetto ai suoi vicini, è stato uno dei Paesi che meno ha sofferto la presenza di fondamentalisti sul proprio territorio. Nonostante questo, il Paese è sempre stato in prima linea per la lotta al terrorismo, dimostrando di essere preparato politicamente e strategicamente ad affrontare emergenze del genere, e di essere anche un utile e leale alleato per i Paesi vicini. Tale lealtà è stata evidente fin dai primi periodi d’indipendenza, quando, per esempio, la Cina poco prima di iniziare l’operazione Strike Hard contro il separatismo uiguro di matrice terroristica, aveva chiesto ai propri vicini (nonché partner nello Shanghai Five) di riconoscere l’illegalità dei partiti e dei movimenti che sostenessero la costituzione di un Turkestan indipendente attraverso l’uso del terrorismo. In quest’occasione, il Kazakhstan fu uno dei primi Paesi a rendere illegali tre movimenti separatisti: il Fronte Unito Nazionale e Rivoluzionario del Turkestan dell’Est, l’Organizzazione per la Liberazione dell’Uiguristan e l’Unione dei Popoli Uiguri[17]. L’amicizia e la cooperazione con i popoli e gli Stati vicini dello Shanghai Five prima e della Cooperazione di Shanghai dopo, sono state caratteristiche sempre presenti all’interno della politica estera kazaka, a queste si aggiunge la coerenza di voler sradicare il terrorismo dall’Asia Centrale e di voler contribuire a questa causa a prescindere dall’interlocutore con cui cooperare. Non sono mancate, infatti, le occasioni in cui il Kazakhstan ha dialogato con attori internazionali, a livello bilaterale e multilaterale, sia nel quadro SCO che al di fuori di esso, per combattere il terrorismo. La politica estera multivettoriale di Astana è comunque ben accetta all’interno del quadro SCO poiché permette, nella buona fede delle élite politiche kazake, di fungere da ponte tra la politica russo-cinese e quella occidentale. Si potrebbe citare l’esempio più noto di collaborazione militare multilaterale in chiave antiterrorismo a cui ha preso parte il Kazakhstan e alcuni altri Stati sia asiatici che non asiatici (come, per esempio, gli Stati Uniti): si sta parlando del CentrAsBat (Central Asian Battalion) costituitosi nel 1995[18] tra Kazakhstan, Kyrgyzstan e Uzbekistan con il coinvolgimento principale degli Stati Uniti ma che nel corso degli anni ha coinvolto anche altre nazioni e che dal 2000 in poi ha continuato la sua esperienza all’interno del programma Regional Cooperation[19] (di cui l’ultima esercitazione risale al 2012, RC-12[20]). Per riportare un paio di esempi di cooperazione militare bilaterale, che possano mostrare come anche dal punto di vista militare il Kazakhstan non abbia mai avuto problemi a porsi come perno tra area SCO e Occidente, si potrebbero citare la serie di esercitazioni Zhardem, congiuntamente con gli Stati Uniti[21], o la serie Aldaspan, insieme alla Russia[22]. All’interno del framework SCO, il Kazakhstan è il terzo Paese, dopo Russia e Cina, in termini di partecipazione alla cooperazione militare e antiterrorismo. L’aspetto militare è scisso da quello dell’antiterrorismo dopo la costituzione del Regional Anti-Terrorism Structure (RATS) avvenuta nel 2004. L’esperienza kazaca in materia di antiterrorismo ha portato innovazione all’interno della SCO e dei singoli Paesi membri. Quando il 17 maggio 2011 ad Aktobe un uomo si fece esplodere all’interno del quartier generale del servizio di sicurezza dell’oblast kazaco uccidendo sé stesso e ferendo altre due persone[23], iniziò un’escalation senza precedenti nella storia del Paese che in poco più di un anno contò una decina attentati dinamitardi, numerose altre azioni terroristiche e poco più di una trentina di morti e numerosi altri feriti[24]. Il governo kazaco agì sia attraverso la riforma della legge in materia di antiterrorismo[25], sia attraverso un incremento della sicurezza e del lavoro d’intelligence sui gruppi terroristi attivi sul territorio[26], ma anche attraverso il coinvolgimento diretto del Consiglio Spirituale dei Musulmani del Kazakhstan che, per andare in contro alle esigenze del governo, creò sei gruppi regionali di imam col compito di monitorare le espressioni religiose e di incoraggiare gruppi salafiti e fondamentalisti a tornare nell’alveo dell’Islam Tradizionale del Consiglio Spirituale[27]. Quest’ultimo aspetto ha rappresentato un’importante novità in campo di politiche antiterrorismo che la SCO ha saputo sfruttare nella politica interna degli Stati membri e in altri scenari, come quello afghano, a carattere multilaterale[28]. È sotto la segreteria kazaka che la SCO è riuscita anche a siglare numerosi Memorandum of Understanding con altrettanto numerose organizzazioni internazionali o regionali in tema di antiterrorismo, uno su tutti la CSTO[29]. Altro simbolo di avanguardia della strategia kazaka e di centralità di questo Paese nella lotta al terrorismo è la costituzione del Central Asia Regional Information and Coordination Center (CARECC) ad Almaty, nato nel 2009 sotto iniziativa dell’UNODC (United Nation Office on Drugs and Crime), che coinvolge le cinque Repubbliche centroasiatiche più Russia e Azerbaijan[30].

Il Kazakhstan come via di transito e centro di relazioni commerciali ed energetiche: lo SCO Energy club e le Nuove vie della Seta

Geograficamente, il Kazakhstan si trova al centro di una serie di rotte di comunicazioni, economiche ed energetiche che non possono non rendere questo Paese un attore trascurabile per l’economia asiatica e, quindi, mondiale. Il Paese è il punto di partenza, di arrivo e di transito di enormi quantità di denaro, merci e materie prime. Infatti, Astana fa parte di una serie notevole di organizzazioni economiche regionali e internazionali oltre la SCO; giusto per citarne alcune, si potrebbero ricordare il TRACECA[31], il CAREC[32], lo SPECA[33], l’INOGATE[34] e, ovviamente, il CIS e l’EurAsEC. All’interno del quadro SCO, la Repubblica del Kazakhstan rappresenta la terza economia come volume di affari, ma come profondità strategica e come ruolo economico essa non ha nulla da invidiare ai due giganti vicini, Russia e Cina. Infatti, oltre la sua strutturata e funzionale New Silk Road Strategy, il Kazakhstan è stato protagonista di numerose iniziative economico-energetiche che hanno consentito ai Paesi consumatori di energia SCO (Cina, Kyrgyzistan e Tajikistan) di differenziare il loro approvvigionamento di materie prime[35] tradizionalmente russo; questo tipo di “concorrenza leale” kazaka non mette in discussione le fraterne relazioni con la vicina Russia con cui continua a cooperare tranquillamente sia a livello energetico che economico[36]. Anche dalla Cina sono arrivati numerosi miliardi di dollari d’investimenti soprattutto per l’estrazione di materie prime e la costruzione di vie di trasporto. Questa spiccata capacità del governo kazako di attrarre investimenti esteri e di tessere proficue relazioni economiche con imprenditori privati e diversi governi, permette al Kazakhstan di giocare un ruolo centrale per la crescita del progetto di Nuova Via della Seta che, come ha ricordato durante la sua ultima visita a Washington il consigliere politico del presidente Nazarbayev, Ermuhamet Ertysbaev, non è una semplice rievocazione storica ma è la rappresentazione della volontà di voler creare una nuova ed enorme via di trasporto che aiuti il Kazakhstan e tutti i Paesi dell’Asia Centrale a rafforzare la propria sovranità[37]. Insieme a Russia, Cina e Unione Europea, il Kazakhstan ha creato un’altra importante iniziativa dal nome Western Europe – Western China: si tratta della costruzione di un corridoio supertecnologico con video sorveglianza su tutto il tragitto e rete internet iperveloce che connetterà attraverso un sistema di autostrade e ferrovie San Pietroburgo e Shanghai[38]. Il percorso[39] sarà pronto per il 2015 e si prevede che aumenterà del 250% i traffici lungo questa via riducendo drasticamente i tempi di collegamento che oggi per via marittima (Canale di Suez) risultano di 45 giorni, tramite la ferrovia trans-siberiana di 14 giorni, mentre con questo progetto saranno di soli 10 giorni[40]. Due sono state le iniziative in cui il Paese ha inciso di più attraverso lo strumento della SCO: il Memorandum of Understanding con United Nations Economic and Social Commission for Asia and the Pacific (UNESCAP) del 21 gennaio 2008 e la promozione, insieme al Presidente russo Putin, dello SCO Energy Club. La proposta russa fu sostenuta da tutti gli Stati membri, tra cui il Kazakhstan che tramite il suo primo ministro Danial Akhmetov dichiarò chiaramente che il settore della sicurezza energetica rappresentava il futuro per l’organizzazione e per la cooperazione regionale[41]. Il tema toccò anche il summit dell’anno dopo a Bishkek in cui si propose di creare un mercato unico dell’energia per favorire uno sviluppo regionale che fosse proficuo per tutti gli Stati e si valutò l’ipotesi della costituzione di un esperimento preliminare di “club dell’energia”[42]. Anche nel 2008, nel 2009 e nel 2010 diverse dichiarazioni sono venute soprattutto da Russia e Kazakhstan per costituire un forum o un club che riunisse i rappresentanti permanenti degli Stati del quadro SCO[43]. Pur non essendo ancora oggi ben definita la struttura di questo “club di Stati” legati alla produzione, al consumo e al transito di energia, si è capito che essa dovrebbe trasferire a livello multilaterale (all’interno delle riunioni SCO) ciò che fino ad oggi si è fatto a livello bi o trilaterale: una piattaforma stabile, con incontri periodici, all’interno della quale discutere non solo di produzione e trasporto ma anche di prezzi. Secondo Asset Magauov, direttore generale di KazEnergy, la prima riunione del club dell’energia SCO sarà organizzata entro il XXI Congresso Mondiale del Petrolio che si terrà tra il 14 e il 20 giugno 2014 a Mosca[44].

Un nuovo modello per la cooperazione regionale

Quanto visto finora, pone due tipi di considerazioni circa il rapporto che intercorre tra la SCO e il Kazakhstan: una prima considerazione è che entrambi gli attori sono fondamentali l’uno per l’altro. La Cooperazione di Shanghai perderebbe il suo senso di “cartello diplomatico” compatto se una potenza regionale e attore internazionale come il Kazakhstan cessasse di collaborarvi. Il ruolo di questo Paese per la crescita della SCO è stato fondamentale in quanto l’unico, tra gli Stati membri, in grado di mediare tra le posizioni russe e quelle cinesi e di fungere da collante. Per le relazioni estere, la Repubblica kazaka è riuscita (e riesce) meglio rispetto agli altri Stati membri a svolgere un ruolo di raccordo tra Oriente e Occidente e, attraverso una politica estera amichevole e pragmatica, è in grado di mantenere gli equilibri tra questi due poli. Viceversa, la SCO garantisce al Kazakhstan una dimora politica sicura e affidabile oltre che un punto di partenza e una cassa di risonanza per la propria politica estera regionale e internazionale in campo tanto diplomatico quanto economico ed energetico. La seconda considerazione è che entrambi, SCO e Kazakhstan, sono la prova che si è entrati in una nuova fase di politica globale in cui la logica dei “blocchi” non è più valida e non può più essere valida; il loro metodo di condurre le relazioni diplomatiche esterne (che è identico, solo che si svolge su due livelli diversi) dimostra che l’integrazione regionale non è più di natura “esclusiva” ma è di natura “inclusiva”: gli interessi nazionali (o regionali) si possono difendere senza necessariamente ledere gli interessi altrui e senza porre un muro fra “sé e l’altro”. Secondo questo nuovo metodo, difendere gli interessi economici, politici e anche le identità culturali diviene un esercizio che rende partecipe il prossimo, per quanto possa essere mutualmente benefico, ed è questo il senso di quanto contenuto nello Shanghai Spirit, essenza del funzionamento della SCO. Per questi motivi, come disse l’ex portavoce del Senato kazako, Kassym-Jomart Tokayev, al connazionale, ex segretario della SCO, Nurgaliyev: “La Cooperazione di Shanghai rappresenta un nuovo modello per la cooperazione regionale[45]” e il Kazakhstan ne è un attore decisivo.

 

Marcello Ciola

[1] Definire il ruolo del Kazakhstan “ruolo di ponte” sarebbe estremamente riduttivo, in quanto quest’ultima definizione potrebbe lasciare intendere un ruolo più passivo che attivo all’interno delle relazioni internazionali. Il ruolo di perno, invece, è tanto attivo quanto fondamentale per il corretto funzionamento delle relazioni internazionali.

[2] La Cooperazione di Shanghai o Shanghai Cooperation Organisation è un’organizzazione regionale antiterrorismo fondata nel 2001 di cui fanno parte Russia, Cina, Repubbliche centroasiatiche (escluso il Turkmenistan) e altri membri osservatori e partner di dialogo. Per ulteriori informazioni, consultare il sito ufficiale http://www.sectsco.org/.

[3] Organizzazione nata nel 1996 per risolvere le dispute di confine tra Cina e Stati nati dalla disgregazione dell’Unione Sovietica.

[4] Tali obiettivi sono perseguiti tramite lo Shanghai Spirit, un approccio diplomatico basato su reciproca fiducia, mutui benefici, eguaglianza, consultazioni, rispetto per le diversità delle culture e aspirazione verso uno sviluppo comune che incarna l’aspirazione comune della comunità internazionale per l’attuazione della Democrazia nelle relazioni internazionali.

[5] Il primo incontro per discutere del piano d’azione si è tenuto tra il 5 e il 6 giugno del 2007. SCO website, Chronicle of main events at SCO in 2007,  31 dicembre 2007. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=97 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] SCO website, Chronicle of main events at SCO in 2008,  31 dicembre 2008. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=66 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[10] Entrato in vigore il 21 marzo del 2009, Secondo il trattato, ogni firmatario non poteva ricercare, sviluppare, fabbricare, accumulare, acquistare o possedere qualsiasi tipo di arma nucleare o dispositivo esplosivo nucleare; nessuno Stato contraente poteva poi prestare assistenza in una di queste azioni a terzi, né incoraggiare un’azione in questo senso. Gli Stati membri dovevano aderire all’Agenzia Internazionale sull’Energia Atomica e a tutti i suoi protocolli addizionali entro 18 mesi dall’entrata in vigore. James Martin Center for Non Proliferation Studies, The Central Asian Nuclear-Weapon Free-Zone, CANWFZ, 28 gennaio 2013. http://cns.miis.edu/inventory/pdfs/canwz.pdf [sito consultato il 18 aprile 2014].

[11] InfoSCO, Meeting of the SCO Ministers of Emergency Situations, 5 giugno 2009. http://infoshos.ru/en/?idn=4347 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[12] SCO website, Chronicle of main events at SCO in 2007,  31 dicembre 2007. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=97 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[13] SCO website, Chronicle of main events at SCO in 2008,  31 dicembre 2008. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=66 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[14] InfoSCO, Meeting of the SCO Ministers of Emergency Situations, 5 giugno 2009. http://infoshos.ru/en/?idn=4347 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[15] SCO summit 2013, The 13th Summit of the SCO Member States to be held on September 13, 2013 in Bishkek. http://www.scosummit2013.org/en/ [sito consultato il 18 aprile 2014].

[16] Ne accolse in tutto 100; il secondo Paese fu la Cina con 50 bambini accolti. SCO website, Chronicle of main events at SCO in 2010,  31 dicembre 2010. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=255 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[17] R. CASTETS, The Uyghurs in Xinjiang. The Malaise Grows, in “China Perspectives” [versione Online], n. 49, settembre-ottobre 2003. http://chinaperspectives.revues.org/648 [sito consultato il 17 dicembre 2013].

[18] Attraverso un Partnership for Peace Program, accordo ad hoc che la NATO sigla con il Paese o i Paesi con cui vuole stringere una collaborazione militare.

[19] M. STEIN, Compendium of Central Asia Military and Security Activity, Foreign Military Studies Office (FMSO), Fort Levenworth 3 ottobre 2012, pp. 3, 17.

[20] B. CLASHMAN, Multinational forces participate in Regional Cooperation 12 Exercise, U.S. Air Force Central Command, 28 giugno 2012. http://www.afcent.af.mil/news/story.asp?id=123307374 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[21] Anche la serie Steppe Eagle ha una certa importanza nelle relazioni tra Stati Uniti e Kazakhstan ma questa coinvolge anche il Regno Unito e non può essere quindi considerata bilaterale tout court. M. STEIN, Compendium of Central Asia Military and Security Activity, Foreign Military Studies Office (FMSO), Fort Levenworth 3 ottobre 2012, pp. 19, 20, 22.

[22] M. STEIN, Compendium of Central Asia Military and Security Activity, Foreign Military Studies Office (FMSO), Fort Levenworth 3 ottobre 2012, pp. 6 – 7.

[23] Eurasianet, Kazakhstan Official Blames Mafia for Suicide Bombing, 17 maggio 2011. http://www.eurasianet.org/node/63499 [sito consultato l’18 aprile 2014].

[24] Il presidente Nazarbayev dichiarò che tra il 2011 e il 2012 circa cento crimini erano di matrice terroristica. J. NICHOL, Central Asia: Regional Developments and Implications for U.S. Interests, Congressional Research Service, Report for Congress, 20 novembre 2013, p. 20. http://www.fas.org/sgp/crs/row/RL33458.pdf [sito consultato il 18 aprile 2014].

[25] Nel 2013 la legge avrebbe scongiurato, secondo il Comitato di Sicurezza Nazionale, 35 azioni di terrorismo e aveva consentito di neutralizzare 42 gruppi estremisti nel Paese; però non era riuscita a bloccare 18 azioni terroristiche, tra cui sette esplosioni. Ibidem.

[26] Attraverso l’adozione del Programma Statale per Contrastare il Terrorismo e l’Estremismo Religioso per il periodo 2013-17. Eurasianet, Kazakhstan: Astana Mulls Expansion of Anti-Terror Controls, 19 giugno 2013. http://www.eurasianet.org/node/67146 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[27] J. NICHOL, op. cit., p. 21.

[28] Rispetto alle strategie occidentali che vertono sull’utilizzo della forza e dello strumento militare o, più in generale, dell’hard power, quella kazaka, traslata all’interno del quadro SCO, diviene una scelta strategica più efficace, oltre che più tollerata dalle popolazioni locali.

[29] SCO Website, The development of SCO’s links with international organisations in 2007-2008, 31 dicembre 2008. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=120 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[30] CARICC – about us. http://caricc.org/index.php/en/about-caricc [sito consultato il 6 gennaio 2014]. All’organizzazione partecipano come membri osservatori: Austria, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Pakistan, Stati Uniti e Interpol.

[31] Il Transport Corridor Europe-Caucasus-Asia di cui fanno parte Armenia, Azerbaijan, Bulgaria, Georgia, Iran, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Moldova, Romania, Tajikistan, Turchia, Ucraina e Uzbekistan. http://www.traceca-org.org/en/home/ [sito consultato il 18 aprile 2014].

[32] Il Central Asia Regional Economy Cooperation di cui fanno parte Afghanistan, Azerbaijan, Cina, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Mongolia, Pakistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. http://carecprogram.org/ [sito consultato il 18 aprile 2014].

[33] Programma delle Nazioni Unite -Special Programme for the Economies of Central Asia- a cui hanno aderito Afghanistan, Azerbaijan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. http://www.unece.org/speca/welcome.html [sito consultato il 18 aprile 2014].

[34] Progetto dell’Unione Europea -Interstate Oil and Gas Transportation to Europe-, concentrato soprattutto sul settore energetico di cui fanno parte Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Kazakhstan, Kyrgyzistan, Moldavia, Tajikistan, Turchia, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan più la Federazione Russa come membro osservatore; parallelamente questo progetto e al TRACECA si è sviluppata la cosiddetta Baku Initiative, un progetto del 2004 che mette in dialogo UE, TRACECA e INOGATE per la cooperazione energetica. http://www.inogate.org/ [sito consultato il 18 aprile 2014].

[35] Tra le materie prime il Kazakhstan può annoverare non solo petrolio e gas ma anche uranio, oro, tungsteno, rame, zinco ecc…

[36] È utile ricordare a tal proposito il progetto di Unione Doganale Euroasiatica tra Russia, Kazakhstan e Bielorussia.

[37] Omega.kz, Новый Шелковый путь [Nuova Via della Seta], 19 luglio 2012. http://omega.kz/node/4011 [sito consultato il 18 aprile 2014].

[38] Passando per Mosca, Nizhny Novgorod, Kazan, Orenburg, Aktobe, Kyzylorda, Shymkent, Taraz, Korday e Almaty.

[39] Western Europe – Western China coinvolge 21 investitori principali e 66 investitori secondari (tra cui l’italiana Salini) e 35.000 operai, sarà lungo 8.445 chilometri.

[40] Astana Times, Major Transport Corridor to Connect Kazakhstan, Russia, China by 2015, 20 febbraio 2013. http://www.astanatimes.com/2013/02/major-transport-corridor-to-connect-kazakhstan-russia-china-by-2015-2/ [sito consultato il 18 aprile 2014].

[41] Ria Novosti, Energy outcome of SCO meeting in Dushanbe, 20 settembre 2006. http://en.ria.ru/analysis/20060920/54104304.html [sito consultato il 18 aprile 2014].

[42] A. NARAIN ROY, Shanghai Cooperation Organization – Towards New Dynamism, in “Mainstream Weakly”, vol. XLV, n. 39, 15 settembre 2007. http://www.mainstreamweekly.net/article313.html [sito consultato il 18 febbraio 2014].

[43] Nel 2008, il primo ministro del Kazakhstan, Karim Masimov, disse che “l’attuale sistema di pipelines sullo spazio SCO che collega la Russia, gli Stati dell’Asia Centrale e la Cina è una base seria per la creazione di uno spazio unificato SCO dell’energia”. InfoSCO, SCO energy club: what it should be?, 13 marzo 2012. http://infoshos.ru/en/?idn=9616. Nel 2009 Putin richiamò la sua proposta di anni prima e disse che la questione energetica era diventata ormai la questione chiave dell’agenda politica globale e la SCO non poteva perdere questa occasione di cooperazione regionale. CIIS – China Institute of International Studies, SCO in the Past 10 Years: Achivements and Challenges, 11 agosto 2011. http://www.ciis.org.cn/english/2011-08/11/content_4400582.htm [siti consultati il 18 aprile 2014].

[44] AGC Comunication, SCO Energy Club meeting, 2 febbraio 2014. http://www.agccommunication.eu/inostriservizi-it/informazione-e-formazione/osservatorio-est/russia-e-asia-centrale/6396-sco-petrolio-kazakhstan [sito consultato il 18 aprile 2014].

[45] SCO website, Chronicle of main events at SCO in 2008, 31 dicembre 2008. http://www.sectsco.org/EN123/show.asp?id=66 [sito consultato il 18 aprile 2014].

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